Isiah Thomas, il Bad Boy NBA dei Detroit Pistons

Isiah Thomas, il Bad Boy NBA dei Detroit Pistons

Playmaker di livello assoluto negli anni ’80 e ’90, vinse due titoli con i Detroit Pistons e si conquistò la fama di “cattivo ragazzo”…
 

Valerio Ciaccio/Edipress

30 aprile

  • Link copiato

"Un fanciullo li guiderà". Molte volte il destino è già scritto, e allora, mentre un giovane prodigio con la canotta numero 11 inizia a disporre i colori sulla tavolozza della sua carriera, uno striscione dei tifosi degli Indiana Hoosiers cita un passo dell'omonimo Profeta vissuto 2700 anni prima. Probabilmente, quando il piccolo Isiah Lord Thomas III iniziava a palleggiare sul cemento dei campetti del West Side Ghetto di Chicago, nessuno dei suoi fratelli avrebbe pensato che proprio l'ultimo arrivato in famiglia potesse salvarli da un copione già scritto. Ma già a tre anni Isiah era uno di quei bagliori di speranza futura che difficilmente si possono ignorare. Con il passare del tempo i fratelli maggiori ci credono e, anch'essi dediti fin da ragazzini alla pallacanestro, spingono per portarlo alla ribalta sponsorizzandolo con i propri allenatori. Isiah inizia le superiori alla St. Joseph High School, e da quel momento il suo percorso diventa una rapida ascesa che lo porterà alla cavalcata verso il titolo 1981 dei college NCAA con Indiana. Instradato, custodito e controllato dall'occhio vigile e fin troppo severo di mister Bob Knight, Thomas lascia intendere senza mezze misure che il suo basket può rivoluzionare. Vuole prolungare gli studi per diventare avvocato, dopo il trionfo del 1981, però, le sirene dei palcoscenici che sognava da bambino iniziano a farsi insistenti. Vola in NBA, dove dedicherà una carriera intera ai suoi Detroit Pistons, vincendo meno di quello che in realtà un talento del genere avrebbe meritato. Vince da uomo vero però, perché se c'è una cosa che non gli è mai mancata, questa è sicuramente il coraggio.

 

I due anelli con i Detroit Pistons

 

Dietro lo sguardo angelico di un playmaker di 185 cm alle prime armi, in una NBA dominata da chi come Magic Johnson fa il suo stesso ruolo ma è molto più alto, non ci si aspetterebbe mai di trovare una così spiccata tendenza allo scontro fisico sul pitturato. Isiah Thomas si conquista così, nel bene e nel male, il suo posto di diritto nella storia di un decennio NBA, quello a cavallo fra gli ‘80 e i '90, che passerà agli annali come il più combattuto e probabilmente con più talenti di sempre. Quando ci sono Larry Bird, Magic, Abdul-Jabbar e Moses Malone a spasso per la Lega puoi tranquillamente rischiare di non impugnare mai lo scettro del migliore anche se la tua tecnica di base è sopraffina. Occorre ingegnarsi e sperimentare un modo per iniziare a farsi conoscere e "sentire" sotto più aspetti. La certezza che i suoi Pistons non si accontenteranno di un ruolo marginale si percepisce e poi concretizza in maniera netta e chiara nei playoff del 1985, quando i ragazzi guidati dall'Head Coach Chuck Daly mettono in seria difficoltà nella serie i Boston Celtics campioni uscenti. Nascerà la prima fra le rivalità più accese di quei tempi, dopo 6 gare piene zeppe di colpi proibiti e di lampi di genio assoluti del giovane con la numero 11 rossoblù. A Detroit si inizia a pensare che un'occasione del genere non va lasciata sfuggire: dapprima si creano le fondamenta del gruppo con Bill Laimbeer e Vinnie Johnson, poi vengono acquistati Dumars, Mahorn, Salley e soprattutto Dennis Rodman. I Pistons sono oggettivamente meno forti e quotati delle altre pretendenti ma impostano il loro gioco sulla difesa forte e sul fisico, diventano i "Bad Boys" della NBA e nessuno ha più molto piacere a scontrarsi con loro. Isiah Thomas, il loro leader, è appunto il primo a non tirarsi indietro. Il primo che accende la miccia o prende schiaffi prima che arrivi l'artiglieria pesante. Sicuramente però non si vincono due titoli Nba solo ed esclusivamente incutendo timore all'avversario: nelle Finali del 1988 arrivano ad un passo dall'essere campioni perdendo in sette gare con i Los Angeles Lakers di Magic, Kareem e James Worthy, protagonisti del secondo e leggendario dualismo dell'epoca. Nei due anni successivi lo strapotere fisico e mentale di Detroit diventa però schiacciante, e finalmente Thomas e compagni riescono a portare l'anello in Michigan per la prima volta nella storia. Si fanno beffa della compagine Losangelina con uno "sweep" netto, 4-0. Si ripetono, sulle ali della consapevolezza, l'anno dopo negando la vittoria finale ai Portland Trail Blazers di Clyde Drexler. Il Profeta ha costruito attorno a sè le sabbie mobili che azzerano gli avversari e fanno esprimere il suo talento raffinato, a difenderlo ci sono i suoi cattivi ragazzi.

 

Dribblare il destino

 

Ci sono tanti momenti nella vita e nella carriera di Isiah che sembrano apparire come veri e propri bivi. Sliding doors che il play di Detroit spesso sfrutta in campo per dimostrare la sua forza, la sua classe e le sue doti. Il 19 giugno 1988 va in scena al Forum di Los Angeles una gara 6 da brividi. Nessuno avrebbe scommesso un nichelino sul fatto che i Pistons potessero mettere così in difficoltà i Lakers, costringendoli a difendere il titolo tra le mura amiche senza aver più possibilità di sbagliare. Isiah lo sa e si mette a disposizione della squadra. Vederlo giocare è una delizia, i gialloviola invece risultano in difficoltà visto lo strapotere fisico e l'intensità continua dei contatti duri sul pitturato. Spesso però proprio il fato, forse per la famosa legge del contrappasso, può porre davanti a problematiche e difficoltà inaspettate: l'inerzia della partita e della serie erano tutte a favore della compagine del Michigan quando, durante il terzo quarto, a Thomas si gira in malo modo la caviglia dopo aver regalato un assist al bacio a Joe Dumars. Sbatte i pugni per terra, non riesce a stare in piedi. Portato a braccia, rimane in panchina a guardare i suoi che, senza il loro leader e faro, subiscono gli avversari nei minuti successivi. Isiah non ci sta e, noncurante dell'estremo dolore, rientra claudicante sfornando una prestazione leggendaria. Su una gamba sola. Aggiunge 11 punti ai 14 messi a referto prima dell'infortunio in un quarto da record, 25 punti in una sola frazione durante le Finals Nba. Terminerà il match con 43 punti e 8 assist che però non basteranno a subire la beffa finale, gli arbitri vedono un fallo quantomeno dubbio di Laimbeer su Abdul-Jabbar che porta la partita a terminare 103-102, e gli uomini di Pat Riley a forzare la serie a gara 7. Dolorante, stremato e deluso dalla sconfitta nel turno precedente, Thomas non riesce ad interrompere il digiuno per la Città dei motori. I Lakers vincono, seppur ancora una volta di misura, e bissano conquistando il titolo come l'anno precedente. È qui che la carriera del Playmaker nativo di Chicago cambia drasticamente, perché la voglia di vincere e di seguire le orme dei suoi nemici e colleghi già laureatisi campioni diventa spasmodica. Ci riuscirà appunto nell'89 e nel '90, ricevendo anche l'onorificenza personale di MVP delle finali. Contro il destino alla fine vince Isiah, anche se la delusione della sconfitta nella serie finale dell'88 rimane sempre vivida e impedirà ai Pistons di raggiungere l'ambito traguardo del ThreePeat, o tripletta che dir si voglia, che in America viene considerato come un lusso che può appartenere solo a chi fa parte dell'Olimpo dei più grandi.

I dissidi con Michael Jordan e la mancata convocazione nel Dream Team

 

Dopo il back to back di fine anni '80, i Bad boys e il loro capitano non riescono a trovare lo sprint necessario per continuare a risultare vincenti. Michael Jordan, che negli anni precedenti è un rookie che si sta preparando alla ribalta, ora è pronto e maturo abbastanza per dominare la Lega. Col passare degli anni nasce una rivalità assoluta nella Eastern Conference, ogni scontro fra le due compagini sembra combattuto più che giocato. I Chicago Bulls del numero 23 non accettano lo stile di gioco dei ragazzacci in maglia rossoblù, abituati invece a fare di tutto per raggiungere l'obiettivo. Proprio Isiah, nato e cresciuto nel West Side Ghetto di Chicago, non riesce a mettere da parte la rabbia e la competitività iniziando un duello dentro e fuori dal campo con la squadra dei suoi concittadini. Questo a dimostrare quanto per il numero 11 valga solo la vittoria, croce e delizia della sua carriera. L'appartenenza per lui diventa secondaria quando c'è di mezzo la gloria. Probabilmente Thomas è così, spesso non riesce a limitarsi in atteggiamenti e dichiarazioni anche fuori dal campo, e paga dazio alla sorte quando subisce la più grande umiliazione della sua vita non venendo convocato per la cavalcata trionfale del Dream Team alle Olimpiadi 1992 di Barcellona. La causa scaturente di tutto ciò sembra essere l'arrivo ai minimi termini del rapporto con Michael Jordan che è ovviamente il fiore all'occhiello, nonché leader carismatico della nazionale americana del tempo. Il 27 maggio 1991 si assiste sul campo alla goccia che fa traboccare il vaso. Tutta la squadra di Detroit, eccezion fatta per Salley e Dumars, decide di uscire dal campo pochi secondi prima della sirena dopo una sconfitta sonora che sancisce il 4-0 in favore dei Bulls, e in Nba questo è inaccettabile. Serviranno a poco le spiegazioni di Isiah che ricorda le parole durissime di Michael contro i suoi in un'intervista di qualche giorno prima, o lo stesso aneddoto che era accaduto ai danni dei Pistons e subito da parte dei Boston Celtics di Larry Bird nel 1988. Da qui in poi non si torna indietro e si attiva un meccanismo che porta a uno schieramento anti Bad Boys ''capeggiato'' da Jordan e Bird, dopo tanti anni ancora indignato per l'uscita con la quale Thomas lo descrisse come "uno dei tanti se non fosse stato bianco" durante l'All Star Weekend del 1985. Magic Johnson, amico di vecchia data ma rivale sul campo, non prese una posizione e questo rovinerà i loro rapporti fino alla recente pace in diretta tv. Isiah ai giochi Olimpici non ci va. Si romanzerà parecchio a riguardo per ricercare l'effettivo colpevole che non ha permesso a un campione assoluto di partecipare, con una squadra imbattibile, ad una rassegna che rimane nella storia della palla a spicchi. C'è chi incolpa Jordan che mise in dubbio la sua presenza nel caso in cui ci fosse stato il playmaker di Detroit, cosa ovviamente impensabile anche in termini economici e pubblicitari. Maggiormente vicino alla verità è il fatto che chiunque avesse giocato contro Thomas conosceva il suo modo d'essere e il suo carattere, e in molti considerarono questo aspetto un rischio per lo spogliatoio. Probabilmente però ci fu chi prese la palla al balzo per dare una lezione e punire tutti i Pistons, i più cattivi fra i cattivi, dopo averli visti arrivare in cima al mondo per due volte negli anni precedenti. Isiah Thomas sul campo da basket è stato un combattente senza limiti, un uomo capace di riscrivere da solo le leggi del playmaking per portarlo verso una nuova visione: un ball-handling divino, ipervelocità e frenetica abilità di palleggio. Il tutto condito dal coraggio di affrontare gli avversari più dotati fisicamente e le loro difese forti in maniera intelligente, senza paura. Oggi ''Zeke'', soprannome guadagnato ai tempi del College visto il successo musicale ai tempi della canzone ''Zeke The Freak'', viene additato come un tabù cestistico e umano. Chissà se chi lo fa riesce a leggere, dietro tutto ciò, la rabbia ed il dolore di un bambino che 60 anni fa ha salvato la propria famiglia dalla povertà e dalla difficile situazione dei ghetti di Chicago.

Condividi

  • Link copiato

Commenti