Il cuoio

Lazio-Milan, Galderisi: "Quanto affetto dai laziali"

Parla il doppio ex della sfida: "Un solo anno nella Capitale ma ho ricevuto tanto amore dai tifosi"

"La stagione alla Lazio è stata quella in cui ho fatto meno gol in tutta la mia carriera, ma ho sempre dato l’anima e i tifosi lo hanno capito e apprezzato. Ci ho messo tutto me stesso e si è creato un feeling pazzesco con tutto l’ambiente che non dimenticherò mai. È stata la mia stagione peggiore sul campo, ma tra le migliori dal punto di vista affettivo". Giuseppe “Nanu” Galderisi è uno dei centravanti più tecnici e forti che il calcio italiano ha potuto mostrare negli anni ottanta. Ha vinto due scudetti con la Juventus di Trapattoni, uno al Verona dei miracoli, ha giocato titolare il mondiale messicano del 1986 e ha fatto parte del Milan di Berlusconi. Eppure nella sua unica stagione alla Lazio non è riuscito a mettersi in evidenza. È arrivato nella Capitale l’estate del 1987, dopo una stagione al Milan. "Fu un anno difficile a Milano. Tutti avevano la sensazione che con l’avvento di Berlusconi le cose stessero cambiando, ma il ciclo era ancora all’inizio. Partimmo in campionato con Liedholm, poi ci fu il cambio con Capello. La squadra era già forte, aveva un bel gruppo: Baresi e Di Bartolomei su tutti. Poi arrivarono gli olandesi e ci fu l’esplosione definitiva. Io in attacco mi giocavo  il posto con Virdis e Hateley e chiusi la stagione con quattro gol".

In estate arriva il trasferimento nella Capitale. Cosa ha spinto un attaccante, che un anno prima era stato titolare della Nazionale ai Mondiali, a lasciare il Milan per approdare nella Lazio in Serie B?

"La Lazio mi fece una corte pazzesca e alla fine accettai. Fu una bella sfida. Io che ero reduce dal mondiale messicano lasciai il Milan per ripartire dalla Serie B. La garanzia era la forza di una società che voleva crescere e ripartire. Vincemmo il campionato, tornammo in Serie A, ma per me fu una stagione molto particolare. Mi sono impegnato al massimo, ho dato l’anima, e questo è stato apprezzato da tutti. In primis dai tifosi che mi hanno sempre sostenuto".

Da dove nasce questo affetto?

"Io con la Lazio ho fatto solo un gol in campionato. È stata la squadra con la quale ho fatto peggio in carriera, eppure i tifosi mi hanno apprezzato e riversato affetto e amore. Si è creato un grande feeling, che c’è tuttora. Credo che i tifosi hanno capito il mio momento. Si sono immedesimati nelle difficoltà di un attaccante che non riusciva a fare gol, ma che non mollava e che dava tutto. Alla fine ottenemmo la promozione in Serie A e credo di aver dato il mio contributo. E la gente lo ha apprezzato".

Si è spiegato cosa è successo? Perché così pochi gol?

"A un certo punto ho pensato che le porte avversarie avessero le rotelle e qualcuno le spostava quando io tiravo. Senza contare i pali, i miracoli dei portieri avversari, le palle che sono uscite di un soffio. È stata un’annata molto particolare, forse la peggiore della mia carriera, almeno dal punto di vista individuale, ma io la ricordo con grande affetto per l’amore che il pubblico laziale mi ha regalato".

Eppure la stagione era iniziata anche bene.

"Segnai un gol alla Juventus in una partita di Coppa Italia al Flaminio e poi al Bologna in campionato dopo tre giornate. Quel gol non lo dimenticherò mai. Anche perché il Bologna era una squadra molto forte, che andò in Serie A insieme a noi. Segnai dopo pochi minuti e nella ripresa fece gol anche Monelli".

Gol segnato di testa, non proprio la sua specialità?

"Te l’ho detto che quell’anno è andato tutto al contrario (ride, ndi). Qualche gol di testa l’ho fatto, però, vista l’altezza, non era certo il mio colpo migliore. Ma il mio unico gol con la Lazio non poteva essere normale".

Che Lazio era?

"Era una squadra molto forte: in attacco c’eravamo io, Muro e Monelli. A centrocampo Mimmo Caso, Pin, Acerbis, dietro Marino, in porta Martina. Era una squadra costruita per tornare in Serie A. E infatti raggiungemmo il nostro obiettivo. Per me quella stagione è stata un mix di rabbia e gioia. Rabbia perché non riuscivo a fare quello che nella mia carriera mi è sempre riuscito: i gol. E gioia per aver trovato una città e una tifoseria che mi ha sostenuto sempre e che ancora adesso mi vuole bene".

Che allenatore era Fascetti?

"È stato per me fondamentale. Il nostro rapporto non era idilliaco, ma ho imparato tanto da lui. In quell’anno mi ha sostenuto, difeso, spronato e coccolato. In tutto e per tutto. Anche con forza. Mi ha fatto capire che i valori umani sono fondamentali e attraverso quelli si possono raggiungere anche i risultati sul campo. Nella mia carriera ho avuto la fortuna di avere sempre grandi allenatori: Trapattoni, Bagnoli, Liedholm, Bearzot. E in questa lista metto anche Fascetti".

In conclusione, cosa le resta dell’esperienza laziale?

"Sono felice di aver indossato la maglia della Lazio. Orgoglioso di essere apprezzato come calciatore e persona. Mi rimane nel cuore la curva, lo stadio che mi batteva le mani, lo striscione 'Nanù ti vogliamo così', che mi dedicò la Curva Nord, l’affetto e il sorriso della gente ogni volta che trovo i laziali in giro per l’Italia. Se penso a quell’anno mi sembra di aver vinto uno scudetto".