Il cuoio

Angelo Di Livio, il soldatino innamorato di Fiorentina e Juve

Dopo sei anni con i bianconeri visse in viola le migliori stagioni allenato da Trapattoni e Terim. Oggi da doppio ex ricorda: "Sono le squadre della mia vita"

Fiorentina-Juventus è da sempre partita ornata di infiniti racconti e storie. Alcune le ha vissute in prima persona Angelo Di Livio, doppio ex di questo match col quale abbiamo voluto ripercorrere i momenti più emozionanti della sua duplice esperienza. 

 

Angelo, partiamo dal tuo esordio in Serie A: come avvenne?

«Fu molto romantico perchè avvenne contro la Roma, la mia squadra del cuore. Un’emozione unica, straordinaria: non mi sarei mai aspettato un esordio così proprio all’Olimpico. Fu una coincidenza straordinaria. La partita purtroppo non andò benissimo ma va bene lo stesso». 

 

 

Alla Juventus ti volle Trapattoni che non eri più un ragazzino. Storia analoga a quella che coinvolse Torricelli: c’era qualcosa, nella mente del Trap, che univa i vostri profili e che lo convinse a scegliervi?

«A lui piacciono molto i giocatori diligenti. Non voglio dire quelli che fanno il compitino, ma quelli che sanno gestire bene il pallone, che magari non fanno le grandi giocate ma hanno un rendimento costante. La storia di Moreno è pazzesca, straordinaria. Una storia che deve essere di esempio. La mia rappresenta il motto “non mollare mai” perché dimostra che a qualsiasi età puoi arrivare al grande calcio». 

 

 

Di’ la verità : da ragazzino avresti mai pensato di giocare con la Juventus?
«Mai. Il mio sogno era quello di giocare nella Roma perché vengo da una famiglia di romanisti, mio papà  in particolare. Nella mia testa c’era il pensiero di fare il calciatore: ho sempre spinto al massimo per farlo, anche in momenti poco felici non ho mai mollato di una virgola». 

 

 

Qual è il ricordo più vivo che porti con te dell’esperienza juventina?
«Sai, nella Juve quello a cui tenevo di più era preservare il mio posto perché sapevo che ogni anno c’era il rischio che arrivassero giocatori migliori di me che potevano togliermelo. Credo di averlo fatto sempre con grande professionalità. Alla Juve è così se non rendi ti mandano via perché le aspettative sono tante». 

 

 

Ci rimanesti male quando ti lasciarono andar via?
«Un pò sì perché l’ultima forse fu la mia migliore stagione nella Juve: c’erano già degli accordi che poi non vennero mantenuti. Vidi che non c’era più spazio per me e così decisi di cambiare». 

 

 

Perché scegliesti Firenze, una piazza storicamente molto avversa ai bianconeri?
«La Fiorentina disputava la Champions e a volermi fu proprio il Trap. Così decisi di andare. Comunque ho sempre considerato Firenze una bellissima piazza: penso che ci sarei andato anche se non ci fosse stato il Trap». 

 

 

Si può spiegare a un tifoso come si può giocare con due squadre ferocemente rivali senza provare disagio?

«Si può spiegare con la classica parola “professionismo”. E poi il tifoso era sufficientemente intelligente per capire che tipo di giocatore fosse Di Livio in quel periodo. Ti vedono giocare, vedono il tuo impegno e da quello poi nascono empatia e fiducia».

 

 

Chi ti accolse meglio di tutti nella Fiorentina? 

«C’erano Batistuta, Rui Costa, Torricelli che era arrivato l’anno prima, Toldo, insieme a me arrivarono Chiesa e Mijatovic, mentre nella dirigenza c’era il grande Giancarlo Antognoni. Insomma, un gran bel team dal quale fui accolto benissimo e col quale c’erano tutti i presupposti per fare bene». 

 

 

Qual è stato il momento migliore con i viola?

«Devo dirti che ho fatto sempre stagioni straordinarie a Firenze, ma se ne devo scegliere una ti dico l’anno di Terim (2000-01, ndr). Fu importante per me e per la squadra: facemmo un campionato davvero straordinario. Avremmo potuto fare di più se nel mercato di gennaio fosse arrivato qualche rinforzino. Per me Terim fu una scoperta professionale straordinaria tanto che ci sono rimasto molto amico: ancora oggi ci sentiamo e ci mandiamo messaggi».

 

 

Come vivesti il fallimento della società? E perché scegliesti di rimanere pur dovendo giocare in C2? 

«Lo vissi con grande rabbia e delusione perché credo che si sarebbe potuta salvare la squadra. Ma forse ci fu l’incompetenza di tanta gente a incidere. Decisi di rimanere perché quello era il mio calcio: romantico, legato alla maglia, che non pensa ai soldi. Firenze in quel periodo mi aveva coccolato, non potevo tradire il tifoso che stava passando il periodo più brutto della storia della Fiorentina». 

 

 

Mi racconti un aneddoto della tua esperienza in viola che ricordi con particolare piacere?

«Aneddoti particolari non ne ho, però la rinascita è un’esperienza che si può raccontare. Quando eravamo in C2 e andavamo in trasferta c’erano sempre 7.000- 8.000 tifosi della Fiorentina: sembrava di giocare al Franchi, dove quell’anno mi sembra che ci fossero 22.000 abbonati. Una storia che spesso racconto a mio figlio che, seppure l’abbia vissuta anche lui, se la ricorda poco perché era piccolino». 

 

 

C’è qualcosa che unisce la Juventus e la Fiorentina?
«In realtà  hanno impostazioni completamente diverse: la Juventus si caratterizza per la mentalità vincente, la Fiorentina per la grande passione con cui è seguita».

 

 

E se ti chiedo di scegliere, oggi che maglia indossi?

«Facciamo un tempo per una, dai... Non potrei mai scegliere una piuttosto che l’altra perché sono state le piazze della mia vita».