Il cuoio

Magrin, "erede" di Platini

Nel 1987 arrivò la chiamata della Juventus per sostituire il francese, ma il suo cuore restò all'Atalanta

Questioni di tempi che non tornano, di fortune raccontate. Questioni di incontri in momenti stonati. Marino Magrin, centrocampista quasi infallibile su punizioni e rigori, non ha potuto viversi a fondo la grande occasione della carriera. Ha trascorso quasi tutti gli anni Ottanta all'Atalanta (1981-87), poi la chiamata che cambia la vita: la Juventus. Ma è la squadra di Marchesi, una delle peggiori di sempre, e poi arriverà Zoff.

Magrin dovrebbe sostituire, di fatto, nel gioco e negli occhi dei tifosi, Michel Platini, che pure diceva: è più bravo di me. Troppo. Magrin, che dei suoi limiti rimane ben consapevole, promette al massimo di colmare qualche lacuna. Il tecnico gli toglie un peso dalle spalle, non lo fa giocare con la maglia numero 10. Gioca da mezzala destra, Magrin, il numero sulle spalle conta meno.

Gli esordi

Il suo colore, più del bianconero, è il nerazzurro dell'Atalanta. È arrivato nel 1981, con la squadra in C1. Ha esordito in Serie A tre giorni dopo il venticinquesimo compleanno contro l'Inter, a proposito di nerazzurro. Però centrocampista, Magrin lo è diventato per amore di Rivera. Era il milanista della famiglia, e ogni derby si trasforma in una sfida anche familiare con il fratello Adriano, che invece tifa per l'Inter.

L'Atalanta lo scopre nel Mantova, Magrin in tre anni vive da protagonista il doppio salto dalla C alla A, e decide il quarto di finale di Coppa Italia 1986-87 contro il Parma di Sacchi. L'Atalanta sarebbe arrivata in finale, persa contro il Napoli, e l'anno successivo, da squadra di Serie B, si sarebbe spinta fino alla semifinale di Coppa delle Coppe. Magrin però non c'è. Dopo quel percorso da favola senza lieto fine in Coppa Italia, Sacchi gli promette di portarlo al Milan e Trapattoni gli dice di volerlo all'Inter. Finisce alla Juve. Scirea, che prima di lui ha percorso il viaggio da Bergamo a Torino, lo aiuta a inserirsi. E subito diventano amici.

I calci piazzati

Ma alla Juve non basta tirare bene le punizioni per farsi amare. Magrin segna 5 gol in 34 partite il primo anno e due in 30 presenze l'anno successivo. La Juve rimane una bella parentesi e insieme un fiore non colto.

Va al Verona, e la mente torna al 10 dicembre 1989, a una punizione delle sue, telecomandata all'ultimo minuto contro la Fiorentina. Le ha iniziate a battere a sedici anni, al Bassano Virtus in D, aveva 16 anni. Le tira a "foglia morta", come Mario Corso nella Grande Inter. Registra i filmati di Maradona, di Zico, dello stesso Platini. Li studia al rallentatore, si accorge che tutti piegano il corpo sul piede d'appoggio. Prova a fare lo stesso, impara ad accarezzare la palla allenandosi al freddo, d'inverno. Ottavio Bianchi all'Atalanta gli insegna a dare un giro particolare alla palla, quando calcia da una ventina di metri: rende il tiro più potente, praticamente imparabile.

Il Verona è in crescita in quel momento, ha vinto a Marassi col Genoa e pareggiato con la Roma. La partita non si sblocca, ma in extremis Fanna viene steso al limite dell'area. È la sua grande occasione, il suo ultimo prezioso tentativo per stupire. Contro la Fiorentina di Baggio e Dunga, non una squadra qualsiasi. In porta i viola hanno Landucci, che poi sarà il vice di Allegri sulla panchina della Juventus. Il portiere si lancia in un volo che piacerebbe ai pittori del movimento e ai fotografi d'arte, ma la palla si infila proprio tra palo e traversa. Icona di perfezione. L'abbraccio dello stadio è totale, Fanna corre per tutto il campo a braccia alzate per andarlo a raccogliere sotto la curva dei tifosi gialloblù. Quel Verona ha grinta e carattere, ma non eviterà la retrocessione in B.

Magrin chiude la carriera a Verona (1992) e poi a Bassano nel 1993, poi torna al primo amore, il nerazzurro dell'Atalanta. Guida il settore giovanile nerazzurro fino al 2006. Anche quando passa ad allenare i Giovanissimi B del Milan, continua a vivere a Torre Boldone, a due passi da Bergamo. Ha aperto una scuola calcio a Ranica, distante cinque chilometri. È quello il suo piccolo mondo antico in cui insegna un calcio che forse non c'è più e i segreti delle punizioni a foglia morta. E soprattutto che un calcio diverso è ancora possibile.