Romeo Menti, un vicentino alla corte del Grande Torino

Romeo Menti, un vicentino alla corte del Grande Torino

Ala di grande talento, esordì adolescente col Lanerossi. Protagonista della vittoria della prima Coppa Italia della Fiorentina, raggiunse l’apice della carriera nella leggendaria squadra  capitanata da Valentino Mazzola

Redazione Edipress

30 marzo

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Attenzione, intervengo dal Menti di Vicenza”: quante volte, alla radio, abbiamo sentito gli inviati di “Tutto il calcio minuto per minuto” chiedere la linea per comunicare agli ascoltatori che padroni di casa o ospiti scesi su quel campo avevano appena segnato un gol? Tante, sin dai tempi ormai lontani del Vicenza dei miracoli di Paolo Rossi allenato da Giovan Battista Fabbri. In quei frangenti una domanda, per molti, rimaneva senza risposta: chi era Menti?

La carriera 

Già, Romeo Menti. Era nato a Vicenza il 5 settembre 1919, ultimo di una nidiata di fratelli amanti del pallone. Giovanissimo, esordì con la maglia biancorossa nel 1935 proprio in quello stadio che, anni dopo, si sarebbe ammantato del suo nome. Esordire in serie C a sedici anni e trascinare la squadra per tre stagioni fin quasi a sfiorare la promozione in B significa avere talento: Romeo ne aveva molto e gli piaceva esplicitarlo nel ruolo di ala, dando al suo gioco raffinatezza di tocco e stoccate sui calcio da fermo, punizioni o rigori che fossero. Difficile che un ragazzo così potesse rimanere a lungo nascosto alle luci del grande calcio, che cominciò a vederlo protagonista di maggior rilievo nel 1938, quando la Fiorentina del marchese Luigi Ridolfi lo acquistò per la cifra di 68.000 lire. I viola avevano bisogno di lui per risalire la china di una retrocessione che li aveva costretti al pane salato della Serie B, prontamente abbandonata dopo una sola stagione grazie anche ai suoi 17 gol. Nella città bagnata dal fiume caro ai poeti, Romeo ci lasciò il cuore: fu a Firenze che conobbe la Giovanna che gli diventò moglie; fu lì che vinse il suo primo trofeo importante, la Coppa Italia; e fu sempre a Firenze, una manciata d’anni più tardi, che Menti fece il suo trionfale esordio con la maglia azzurra, in un’amichevole con la Svizzera celebrata con una sonora tripletta.

Nella leggenda con il Grande Torino

Ma prima di arrivare fin lì ci sono in mezzo campionati di guerra da attraversare: Romeo, dopo tre anni in viola, approda in quel Torino che, con Vicenza e Fiorentina, sarà la squadra che caratterizzerà maggiormente il suo percorso. Contribuisce a costruire le basi della compagine che, nella seconda metà del decennio, passerà dalle pagine di storia ai campi elisi: 51 presenze e 23 gol dal 1941 al 1943. Le vicende belliche cambiano gerarchie e geografie, il calcio e i suoi attori vi resistono come possono. Menti, per continuare a correre e fare ricami col pallone, fa un passaggio fugace al Milan e quindi a Castellammare di Stabia, dove vince il campionato dell’Italia liberata. Poi, a guerra finita, come gli Alleati risale lo stivale, ripercorrendo i luoghi che lo videro crescere e affermarsi: nella stagione 1945-46 torna a vestire la maglia viola (il cui distintivo, conservato nel Museo del Calcio di Coverciano, porterà sull’ultima giacca indossata in vita) prima di rientrare a Torino. Nella squadra di Valentino Mazzola sgomita con Ossola per prendersi un posto in quell’undici titolare che dai tifosi granata verrà recitato come l’Ave Maria. Ci riesce anche per l’impegno e il metodo che mette in quello che fa: è lui a far scorticare i gomiti a Bacigalupo quando, negli allenamenti, il portierone prova a opporsi alle sue punizioni, ai suoi calci di rigore. Ed è proprio Romeo Menti, con un calcio di rigore, a lasciare l’ultima traccia sul campo del Grande Torino, il 3 maggio del 1949 in amichevole contro il Benfica nello stadio Nazionale di Lisbona. Un rigore che fissa il risultato finale sul 4-3 per i lusitani; un rigore che è l’ultimo atto tangibile di una squadra che si prenderà la rivincita sul destino viaggiando nei cuori delle future generazioni sulla carrozza della leggenda.

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