Il cuoio

Riccardo Cucchi: «Ascoltavo “Tutto il calcio minuto per minuto” e immaginavo i gol. E poi…»

Lo storico radiocronista ripercorre la sua carriera: gli appunti per Enrico Ameri, il dualismo di quest’ultimo con Sandro Ciotti, gli insegnamenti dei suoi maestri e un unico filo conduttore, la passione

Per 23 anni, fino al 2017, è stato la prima voce di “Tutto il calcio minuto per minuto”, la storica trasmissione di Radio Rai. Ha raccontato in diretta 19 scudetti, otto Olimpiadi, sei Mondiali di calcio, tra cui quello di Germania 2006. Riccardo Cucchi resta uno dei radiocronisti più importanti del nostro Paese, al pari, ormai possiamo dirlo, di altri giganti come Ameri, Ciotti e Provenzali (suoi maestri) e Carosio.

Come ha iniziato il lavoro di giornalista?

«Ho cominciato come forse non avrei mai immaginato: è stato il coronamento di un sogno che avevo da bambino. Mio padre mi trasmise l’amore per la radio e, ascoltandola, mi innamorai del calcio grazie alle parole di Ameri, Ciotti, Provenzali, addirittura di Carosio, che da ascoltatore ricordo ancora. Prima ancora di entrare in uno stadio, vedevo i colori delle squadre e dei campi da gioco grazie alle parole di questi straordinari maestri. Ho coltivato questo sogno giocando con un registratore a bobina con il quale… inventavo radiocronache. Poi, nel 1979, la Rai indisse un concorso al quale partecipai da laureato senza nutrire alcuna speranza. Invece superai la prova scritta e alla prova orale mi trovai davanti Sergio Zavoli, che mi disse: “Che cosa vorresti fare se decidessimo di prenderti?”. Io risposi con coraggio: ”Il mio sogno è quello di fare il radiocronista”. A quel punto lui mi mise subito in difficoltà chiedendomi di fare una telecronaca inventata sul momento. Uno Juventus-Milan immaginario, inventato utilizzando calciatori reali: fu il passe-partout che aprì il mio ingresso in Rai».

Qual è l’episodio della vita professionale che ricorda con maggior piacere?

«Ce ne sono tanti. Cominciai a lavorare al fianco di quelli che per me erano dei miti inarrivabili: il ricordo più bello di quel periodo fu quando la Rai, in uno degli step di formazione che dovetti seguire, mi fece affiancare in silenzio una radiocronaca. Ero vicino a Enrico Ameri a San Siro prendendo appunti, io che lo ascoltavo alla radio fino a poco tempo prima. In quel frangente l’unica concessione che mi fu fatta era quella di prendere il conto dei calci d’angolo, segnandoli su un foglietto e passando il dato ad Ameri che riferiva agli ascoltatori. Questo è uno dei ricordi che coltivo con maggiore gelosia perché per me quell’impatto fu veramente straordinario».

Al contrario, qualcosa che avrebbe preferito non vivere nella sua carriera?

«Vedi, normalmente siamo chiamati a raccontare una partita di calcio. A volte, però, succede di trovarsi di fronte a episodi che non avremmo mai voluto vivere. Ne cito due in particolare: l’attentato nel ’96 alle Olimpiadi di Atlanta e la partita di Ivan (Italia-Serbia al Ferraris nel 2010, ndr). Nel primo caso mi trovavo lì per raccontare, appunto, le Olimpiadi e mentre ascoltavo un concerto dei Blues Brothers all’interno del parco olimpico scoppiò una bomba. Dovetti passare da ascoltatore di un concerto a giornalista che raccontava ciò che era accaduto sotto i suoi occhi. Naturalmente fu un momento molto triste perché l’Olimpiade è una festa e come tale non può prevedere che qualcuno possa perdere la vita per un gesto infame come un atto terroristico. E poi ricordo quella partita che non si giocò mai, quell’Italia-Serbia a Genova che fu interrotta da un pazzo che abbiamo spesso confuso con un tifoso. Io e altri colleghi rimanemmo incollati al microfono per raccontare ciò che rese ancor più evidente la fragilità dello sport, la fragilità del calcio, che purtroppo di fronte a questi episodi non riesce a mettere in campo tutte quelle energie, anche culturali, che dovrebbero superare le crisi politiche, il terrorismo, la violenza. Purtroppo il calcio è fragile e spesso viene in qualche modo colpito rimanendo vittima di queste spiacevoli situazioni». 

Ameri, Ciotti e Provenzali sono stati i suoi maestri: vuole provare, in poche parole, a descrivere ciascuno di loro?

«Innanzitutto penso che dobbiamo tutti dire grazie al nostro “nonno”, cioè colui che ha aperto la strada alle radiocronache sportive, quelle calcistiche in particolare: Nicolò Carosio. Ha inventato un gergo al quale tutti noi, Ameri e Ciotti in passato ma anche l’ultima generazione di radiocronisti, facciamo ancora affidamento. Se noi diciamo, ad esempio, “cerchio di centrocampo”, se usiamo tutti i termini che in qualche modo disegnano la geografia del campo per chi ascolta e il campo non ce l’ha davanti agli occhi, lo dobbiamo a Nicolò Carosio. Ameri e Ciotti sono stati per “Tutto il calcio” quello che per il ciclismo sono stati Coppi e Bartali. Il loro dualismo, la loro rivalità, lo “scusa Ameri, grazie Ciotti” sono stati il simbolo di questa trasmissione. Completamente diversi. Trascinatore, grande narratore Enrico Ameri: un eloquio fluido, una voce straordinariamente bella, elegante, calda e la capacità di trasferire tutti noi nello stadio. Dall’altra parte Sandro Ciotti è stato in grado di trasformare un difetto per chi fa radio, una voce non perfetta, nella cifra stilistica del suo modo di raccontare il calcio: non aveva gli stessi ritmi di Ameri, lo sapeva, non poteva competere sulla velocità del racconto. Ma è riuscito a “gareggiare” alla pari facendo ricorso alla sua straordinaria competenza tecnica: è stato uno dei più grandi intenditori di calcio, anche perché, tra l’altro, lui da giovane giocava. Un uomo di grande cultura, con un bagaglio lessicale straordinario e un’ironia che lo ha sempre contraddistinto. È stato da questo punto di vista un riferimento inimitabile. Se Carosio e Ameri ci hanno regalato delle cose che abbiamo potuto utilizzare, credo che sarebbe impossibile per chiunque pensare di poter dire “ventilazione inapprezzabile, fallo proditorio, spalti gremiti al limite della capienza”: sono frasi che appartengono a Ciotti, nessuno di noi si può più permettere di ripeterle».

Al termine della sua ultima telecronaca, in qualche modo, ha fatto outing, dichiarando di essere un tifoso della Lazio. Voleva essere una dichiarazione d’amore nei confronti della squadra di cui è appassionato oppure una confessione da legare comunque alla sua professionalità?

«Faccio una premessa: diffidate di quei colleghi che fanno questo mestiere e dicono di non essere tifosi. Non si può cominciare ad amare il calcio se prima non si è tifosi. Sì, dichiarai la mia fede laziale perché per quarant’anni mi sono sentito domandare: lei per chi tifa? E io rispondevo inesorabilmente: se c’è una squadra per la quale parteggio lo saprete quando avrò smesso di lavorare. L’ho fatto alla fine perché sono convinto che ognuno di noi, specialmente chi lavora nel servizio pubblico, ha un obbligo fondamentale, etico, morale, deontologico: rispettare la passione di tutti, essere terzo rispetto all’evento che racconta. Lo sforzo poteva essere vanificato se avessi dichiarato in anticipo la mia fede calcistica. Sarebbe bastato un aggettivo o una valutazione non condivisa per poter far dire: ecco, lo ha detto perché è tifoso di quella squadra. È molto importante avere, soprattutto alla radio, la fiducia dell’ascoltatore. Noi siamo i suoi occhi, lui non vede, deve potersi fidare delle nostre parole e deve potersi fidare, evidentemente, della nostra lealtà. Non dichiarare la propria fede calcistica aiuta chi ascolta a fidarsi di noi».

Quanto c’è di storico e quanto di passionale in “Tutto il calcio minuto per minuto”?

«Di storico, e non ne erano consapevoli tutti gli ideatori della trasmissione, c’è che “Tutto il calcio” è la prima “all news” della storia dell’informazione, il primo prodotto che racconta un evento mentre si sviluppa, aprendo finestre su tanti campi collegati e nel quale la breaking news è il gol che viene raccontato dal radiocronista che irrompe con il clamore del pubblico. La radio che inventa se stessa: da questo punto di vista il valore storico di “Tutto il calcio” è straordinario. E poi passione, perché chiunque abbia sentito una sola volta la trasmissione sa perfettamente che l’assenza di immagini coinvolge in un meccanismo straordinario chi racconta e chi ascolta: passione di chi ascolta che attende il vantaggio della propria squadra; passione di chi racconta perché non ci sono immagini e l’emozione può essere trasmessa a chi ascolta soltanto se chi racconta è realmente emozionato. Senza passione un radiocronista sarebbe freddo. Se in televisione si può concedere a un telecronista di essere asettico, è impossibile concedere assenza di passione a chi fa radio, proprio perché la radio non ha immagini, quindi c’è bisogno di emozionarsi. Quello che può essere un difetto secondo alcuni, secondo me rimane il grande privilegio della radio, perché chi ascolta, attraverso la propria fantasia, si crea le immagini. Da ragazzo, quando ascoltavo “Tutto il calcio”, mi immaginavo i gol e le azioni raccontate e poi, quando guardavo “90° minuto”, la mia curiosità era quella di vedere il gol che avevo sentito raccontare per confrontare la mia immaginazione con la realtà. E, molto spesso, devo dire che il confronto era straordinario».