Il cuoio

L'intervista impossibile: Johan Cruijff

Abbiamo immaginato di incontrare di nuovo il fuoriclasse olandese e chiedergli: l'infanzia, la carriera, il numero 14, gli insegnamenti e il suo lascito al calcio di oggi 

Temporalmente incastonato tra Pelè e Maradona, obnubilato dalle gesta mediaticamente sovraesposte dei più recenti Messi e Ronaldo, Johan Cruijff è stato l’emblema indiscusso del calcio totale dell’Olanda degli anni Settanta. Parimenti osannato da pubblico e critica (Gianni Brera lo soprannominò “Pelè bianco” mentre Sandro Ciotti lo omaggiò col film documentario “Il profeta del gol”), il fuoriclasse olandese ha saputo incidere, con lo stesso carisma esibito in campo, anche nelle vesti di allenatore, lasciando ai posteri un'eredità culturale che varca i confini del calcio. Un’eredità che proviamo a distillare sotto forma di intervista, artificio narrativo ideale per raccogliere il pensiero rivoluzionario di un talento a tutto
tondo.

Johan, sei stato uno dei calciatori di maggior talento nella storia del calcio di tutti i tempi, tanto che, in molti, ti hanno considerato secondo solo a Pelè e Maradona. All’inizio, però, non fu facile.

È vero, ho dovuto spingere per far emergere il mio talento. Sono nato in una famiglia non certo benestante: mio padre aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro. Che c’entra questo? Perché anche con quello racimolava qualche soldo. Come? Sfidando i clienti a chi resistesse di più guardando il sole: con una mano si copriva l'occhio che vedeva e così vinceva le scommesse. Era un grande tifoso dell'Ajax: purtroppo morì quando avevo solo 12 anni. A quel punto la società, per consentirmi di avere di che vivere, dette un lavoro a mia madre.

Hai praticato altri sport da ragazzo oltre al calcio? 

Sì, durante l’estate giocavo a baseball. Non ero male, arrivai anche nella nazionale under 15. È stato uno sport estremamente formativo nel determinare la mia concezione del calcio: ho imparato ad avere uno sguardo globale e a pensare in anticipo. Nessun allenatore mi ha mai detto che dovevo sapere dove calciare la palla prima di riceverla ma quando cominciai a giocare seriamente, quello che avevo imparato nel baseball riemerse e divenne il mio punto di forza: la visione di gioco totale, la percezione degli spazi, la capacità di pensare in anticipo. Se ci fai caso, sono gli stessi concetti sviluppati dal Barcellona col possesso di palla e coi passaggi corti.

Se ti chiedessero cos’è il calcio, come risponderesti?

Dicendo che sono due gli aspetti basilari che lo riguardano: quello tecnico e quello tattico. Il primo riguarda le capacità individuali, il secondo le caratteristiche di squadra. Un calciatore, tecnicamente, quando ha la palla deve essere capace di passarla correttamente; quando la riceve, deve saperla controllare. Se non riesce a controllarla, tantomeno è in grado di passarla. Una squadra, invece, deve saper gestire il controllo degli spazi: deve crearli, occuparli, organizzarli. Io penso che giocare a calcio sia semplice ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia. E, per farlo, devi riuscire a divertirti.

Hai sempre giocato da attaccante?

Ho iniziato come ala destra perché ho avuto la fortuna di avere un allenatore incredibilmente bravo nelle giovanili. Io tecnicamente ero forte ma fisicamente ero molto gracile per cui, per farmi stare con ragazzi più grossi di me, mi metteva all’ala, perché in quella posizione c’era meno gente e il gioco era più rapido. All’inizio quello, per me, era il modo migliore per riuscire a giocare e adattarmi ai ritmi delle partite. Quell’allenatore si chiamava Jany van der Veen e aveva una visione eccezionale: mi diceva che, se fossi riuscito a farmi valere, mi avrebbe spostato nella mia posizione di attaccante centrale. Quanto al mio ruolo, però, mi piace ricordare quello che disse Alfredo Di Stefano, perché penso che definisca al meglio il mio modo di stare in campo: “Cruijff non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell'interesse del compagno.”

Perché giocavi con la maglia numero 14?

Perché era la maglia che indossavo il 30 ottobre 1970 al mio rientro in campo dopo un infortunio. In precedenza indossavo il 9 che, durante la mia assenza, venne utilizzato da Gerrie Mühren. Quel giorno subentrai dalla panchina per sostituire Dick van Dijk e da quel momento scelsi di giocare col 14. Quando andai a Barcellona, per regolamento fui costretto a indossare nuovamente la maglia numero 9, ma sotto di essa portavo comunque anche la 14. Nella mia vita ci sono state diverse coincidenze che mi hanno legato a quel numero: sono nato alle ore 14, ho vissuto in una casa col numero civico 14 e una delle macchine che ho avuto aveva la targa 14-14-TS. Insomma, mi ci sono scaramanticamente affezionato...

Nel 1973 ti trasferisti al Barcellona e non al Real Madrid. Perchè?

Il passaggio al Barcellona fu un momento di strappo. Me ne andai via dall’Ajax perché lo spogliatoio aveva scelto di avere un altro capitano, Keizer, invece che me. Non mi stava bene, chiesi la cessione. Il club si era accordato col Real ma io non avrei mai potuto giocare per una squadra associata a Francisco Franco. E poi avevo dato la mia parola al presidente Montal. Ero disposto anche a lasciare il calcio se non mi avessero concesso di andare al Barcellona.


Dove ritrovasti Rinus Michels, il tuo allenatore ai tempi dell’Ajax. Poi, nel 1975, arrivò Hennes Weisweiler: come furono i tuoi rapporti con lui?

Non buoni. Del resto non poteva pensare di considerarmi alla stregua degli altri calciatori: io ero Johan Cruijff e pretendevo un certo rispetto. Questo, per me, era un aspetto fondamentale che ho sempre tenuto a evidenziare, come feci anche in campo una volta con un ancor giovane Jorge Valdano, quando cercò di interrompermi mentre parlavo con un arbitro. Gli feci capire
che a ventun’anni a Cruijff si doveva dare del lei. E poi, tornando a Weisweiler, mi dava fastidio anche perché voleva farmi smettere di fumare.

Già, le sigarette...

Ok, su questo devo ammettere che Weisweiler aveva ragione. Il calcio mi ha dato tanto nella  vita, il tabacco mi stava per togliere tutto. Cominciai a fumare da giovane e non smisi nemmeno mentre giocavo: nell’intervallo delle partite una sigaretta me la facevo, mi piaceva. Cominciai a esagerare una volta diventato allenatore: lo stress è maggiore perché hai più responsabilità e non puoi sfogarlo nella fatica fisica degli allenamenti e delle partite. Nel 1991 ero arrivato a fumare un pacchetto al giorno e il connubio stress-fumo mi portò a un’operazione al cuore con la quale mi vennero impiantati due by-pass. Smisi di fumare solo perchè se avessi continuato sarei potuto morire. E poi fui anche minacciato da mia moglie. Posso dire che, da quel momento, la mia vita entrò nei tempi supplementari.

Sono state date diverse interpretazioni alla tua rinuncia al mondiale in Argentina nel 1978. A molti è piaciuto pensare che il tuo rifiuto fosse un atto di accusa nei confronti del regime di Videla. Solo tu ci puoi dire perché non andasti.

Qualche mese prima avevo subito un tentativo di rapimento che mi colpì molto perchè aveva coinvolto anche la mia famiglia. Non sarei stato sereno in Argentina col pensiero di mia moglie e i miei figli lontani migliaia di chilometri. E poi, detto sinceramente, non avevo gli stimoli necessari a dare il massimo in una competizione come il mondiale. E se Cruijff va al mondiale non ci va per fare la comparsa. Non escludo, poi, che le due cose fossero in qualche modo collegate.

Hai giocato anche negli USA. Com’era il calcio negli States quando ci arrivasti tu?

Si era sul finire degli anni Settanta, era la prima volta che negli States si provava a far decollare il calcio. C’erano molte vecchie glorie che servivano per attirare il grande pubblico e che percepivano stipendi molto alti. Ma il livello di competitività era mediocre e, evidentemente, i tempi non erano ancora maturi perché il calcio attecchisse. Però da quell’esperienza imparai molto come persona e anche a livello professionale: là notai che a tutti i livelli la squadra era al centro dell’attenzione, i suoi risultati il fine ultimo del lavoro di ogni membro dello staff, da chi si occupava della vendita dei biglietti ai dirigenti.

Perché non hai mai giocato in Italia?

Quando ero nel pieno della mia carriera, negli anni Settanta, le squadre italiane non potevano acquistare calciatori stranieri. E poi, detto sinceramente, non so se sarei potuto stare in Serie A: la mentalità del calcio italiano era molto distante dalla mia, probabilmente non mi sarei divertito a giocare da voi. Comunque una fugace apparizione a San Siro con la maglia del Milan la feci nel giugno dell’81 al Mundialito per Club, quello organizzato da Berlusconi. Giocai solo un tempo perché avevo subito un intervento poche settimane prima e non ero al massimo della forma.

Il Barça ti rimase nel cuore: nel 1988 tornasti in Catalogna per allenarlo.

Insieme all’Ajax, il Barcellona è la squadra alla quale affettivamente sono stato più legato in assoluto. Quando tornai lì nelle vesti di allenatore, volli imporre la mia mentalità, il mio modo di interpretare il calcio. Per fare questo fu necessario rivoluzionare il parco giocatori. Chiesi di lavorare con calciatori che avessero piedi buoni e un modo di intendere il gioco affine al mio, impostato sull’idea che il lavoro di squadra è fondamentale e il talento deve seguire delle regole senza per questo esserne sminuito: sono convinto che la creatività non vada mai in contrasto con la disciplina. È una mentalità che ancora oggi il Barcellona gestisce come un’eredità preziosa, fondata su tre elementi cardinali: innanzitutto l’importanza della tecnica di base, visto che senza il possesso palla non si vince. Ricordo che negli allenamenti, con Koeman e con Stoichkov, ci si divertiva a colpire i pali e la traversa della porta per affinare la precisione al tiro. Il secondo elemento, che ho mutuato dalla mia esperienza di calciatore, è la necessità di allenarsi cercando di andare oltre i propri limiti, perché in ogni allenamento arriva il momento in cui ti sembra di aver esaurito ogni energia. È proprio quello il passaggio che bisogna superare per oltrepassare quello che sul momento sembra essere il limite: il calciatore che non ci riesce è meglio che apra una tabaccheria. Infine, il valore dell’educazione intesa come rispetto, disciplina, istruzione sportiva. Per me, se uno non è educato, non deve giocare.

Cosa vi impedì di vincere la Champions nella finale di Atene del 1994? A pochi giorni dal match, a sentire le tue dichiarazioni, il Milan non aveva scampo.

Talvolta la consapevolezza del proprio valore e la coscienza piena delle proprie capacità possono portare a calcolare male i rischi di una singola partita. 

Cosa pensa di aver lasciato Cruijff al mondo del calcio?

Ti rispondo sottoponendo alla tua attenzione dei fatti: degli undici titolari che vinsero la Coppa dei Campioni del ’92 a Wembley, 8 sono diventati allenatori. Più in generale, dei giocatori che ho allenato, ben 37 hanno deciso di continuare la loro esperienza nel mondo del calcio sedendo su una panchina: ti parlo di persone del calibro di Guardiola, Koeman, Luis Enrique. Non penso che arriverà il giorno in cui, quando si parla di Cruijff, la gente non saprà di chi si sta parlando. In un certo senso penso di essermi guadagnato l’immortalità.

 

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- ' : Da oggi parte una nuova rubrica: “L'Intervista Impossibile”. Ci piace poter immaginare di scambiare quattro chiacchiere con un campione del passato che abbiamo vissuto o del quale abbiamo ammirato le gesta attraverso racconti e immagini di repertorio. Lo intervisteremo, lo incalzeremo, lo provocheremo, come soltanto i veri giornalisti sanno fare e le sue risposte saranno dettate semplicemente da una storia, la sua! Il primo numero è stato realizzato dal nostro @p.valenti2018 per un appuntamento che si rinnoverà puntuale il 10 di ogni mese. Per sapere come avrebbe risposto l'iconico numero 14, andate sulla nostra Bio e cliccate sui Link Utili, lì potrete trovare “L'intervista Impossibile: Cruijff”. #amodonostro#ilcuoio#intervista#johancruyff#johancruijff#cruyff#cruijff#profetadelgol#pelèbianco#netherlands#holland#olanda#amsterdam#ajax#legend#worldcup#story#barça#football#voetbal#futbol#futebol#calcio#photography#amazing#forever#world#afcajax#nederland

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