Formula 1

Helmut Marko e il Corona Camp

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In un'intervista trasmessa dalla ORF lo scorso fine settimana il consigliere del team Red Bull rivela di aver proposto alla squadra di organizzare un Camp per consentire ai piloti sotto contratto di contrarre il Coronavirus al fine di farli immunizzare il più rapidamente possibile.

Un'idea ai limiti della follia. In un momento in cui la comunità mondiale assiste all'avanzare dell'emergenza sanitaria legata al Coronavirus, fanno discutere non poco le dichiarazioni rilasciate dal Consigliere Red Bull Helmut Marko alla radio televisione austriaca ORF (Österreicher Rundfunk Fernsehen) e trasmesse lo scorso fine settimana, in cui il 76enne ex pilota rivela di aver proposto alla scuderia austriaca di organizzare un Camp per dare modo ai suoi piloti di contrarre volontariamente il Coronavirus, in modo da uscirne immunizzati il più rapidamente possibile.

Non è la prima volta che Helmut Marko affronta la questione legata al COVID-19. In occasione di un'intervista rilasciata al Kronen Zeitung, in merito alla paura da parte di Max Verstappen di contrarre il Coronavirus aveva così risposto “(Max n.d.r) mi ha detto al telefono che è terrorizzato dal poter essere infettato. La cosa migliore, ora è che lui possa infettarsi. Con i suoi 22 anni non è una persona a rischio, ma in seguito sarebbe immune per il suo viaggio verso il titolo mondiale”.
Un ragionamento, quello del consigliere Red Bull, assai discutibile, visto e considerato che purtroppo anche tra i giovani si diffonde la malattia (e in alcuni casi anche nella sua forma più severa), e che allo stato attuale gli scienziati sembrano non confermare l'ipotesi secondo cui una volta superata l'infezione da coronavirus, il soggetto ne sarebbe di fatto immunizzato.

Coronavirus che Helmut Marko sostiene di aver indirettamente contratto nelle scorse settimane, secondo quanto dichiarato la scorsa settimana a F1-insider.com, e ribadito anche ai microfoni della ORF. “Ho avuto un forte raffreddore con una forte tosse a metà Febbraio. La condizione è durata circa dieci giorni, il che è stato insolitamente lungo per me. Oggi sono quasi certo che la causa sia stata il virus. Non l'ho preso nella sosta da Melbourne all'Aeroporto di Dubai, dove decine di migliaia di persone di tutte le nazioni si sono ammassate in uno spazio ristretto dove si tossiva, venivano spinte e accidentalmente toccate. Quello è stato l'ultimo punto dove avrei potuto prendere il virus a meno che non fossi già resistente. Quindi, nel caso l'avessi contratto già in precedenza, avrei dimostrato che le persone anziane possono sopravvivere a questa malattia, quindi sarebbe importante avere meno panico e un approccio molto più razionale alla malattia”.

Da qui, quindi è maturata una vera e propria idea ai limiti del discutibile: proporre alla Red Bull di organizzare un Training Camp in cui prepararsi in maniera mentale e fisica per la stagione al fine di dare modo ai piloti sotto contratto (Max Verstappen, Alexander Albon, i due piloti Alpha Tauri Daniil Kvyat e Pierre Gasly, oltre agli otto/dieci piloti più giovani sotto contratto con la scuderia) di contrarre l'infezione da Coronavirus in questo momento in cui la F1 di fatto è ferma . Secondo il ragionamento di Helmut Marko, i piloti (giovani e di buona salute) avrebbero contratto il COVID-19 nella sua versione più leggera, e così sarebbero stati pronti (e immunizzati contro il virus) alla ripresa dell'attività sportiva.
Una proposta, quella del consigliere del Presidente Mateschitz, che non è stata per niente presa in considerazione dalla Red Bull, come ammette lo stesso Marko, con i piloti che proseguono la loro preparazione fisica in vista di una stagione che (per via del calendario che prevederà giocoforza gare ravvicinate) si preannuncia piuttosto dura.