Formula 1

F1 Amarcord: Senna e la prima vittoria in Brasile

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Nel giorno in cui Ayrton Senna avrebbe compiuto 60 anni, vogliamo rendere omaggio al campione brasiliano ricordando la prima vittoria ottenuta in Brasile nel 1991 ad Interlagos al termine di una gara condotta nelle fasi finali con il cambio profondamente danneggiato.

Un grande campione, che a distanza di tanti anni mantiene ancora oggi un posto speciale nel cuore di tutti gli appassionati di Formula 1. Ayrton Senna è e rimane sempre per tutti Magic per via della sua immensa qualità nella guida sul bagnato che nell'arco della sua carriera gli ha consentito di togliersi numerose soddisfazioni, culminate nella conquista di ben tre titoli mondiali con la McLaren-Honda nel 1988, nel 1990 e nel 1991.
Se è vero purtroppo che l'incidente costatogli la vita ad Imola il 1° Maggio 1994 ci ha privato di un campione, ma anche di un uomo dotato di una grandissima umanità, al contempo le sue gesta sono lì per ricordarci il suo immenso talento, ma anche la sua capacità di saper mettere a punto la propria monoposto sotto ogni dettaglio.
Nel giorno in cui avrebbe compiuto 60 anni (era infatti nato a San Paolo il 21 Marzo 1960) vogliamo quindi celebrare una volta di più Ayrton Senna ricordando una delle sue gare più emozionanti: la prima vittoria ottenuta in Brasile sul circuito di Interlagos il 24 Marzo 1991 a bordo della sua McLaren, al termine di una gara estremamente combattuta, e che lo vedrà lottare nel finale addirittura con la sua stessa macchina, pur di dedicare la vittoria al suo popolo, accorso ad Interlagos per sostenerlo nonostante le pessime condizioni meteo.

Fino a quel momento, infatti, la gara di casa non gli aveva regalato grandissime soddisfazioni: titoli mondiali a parte, nelle edizioni precedenti disputate dal 1984 al 1989 a Jacarepagua e nel 1990 a Interlagos, il miglior risultato conseguito era stato il secondo posto del 1986 ottenuto al volante della Lotus motorizzata Renault, staccato di 34”826 dal vincitore e connazionale Nelson Piquet (Williams-Honda). Per il resto grandissime delusioni in gara tra il terzo posto del 1990, l’11° del 1989 per non parlare dei ritiri per guasti tecnici (problema al turbo Hart della sua Toleman dopo 8 giri nel 1984, problemi elettrici nel 1985 e al motore nel 1987 della sua Lotus) e la squalifica nel 1988 con tanto di bandiera nera per aver utilizzato il muletto a causa di un guasto al cambio della sua McLaren nel corso del giro di formazione con ripartenza dai box (procedura all’epoca non ancora consentita).

Un tabu da provare ad abbattere, quindi, nella stagione 1991, dopo la prima convincente vittoria stagionale ottenuta nel primo Gp dell’anno negli Usa sul circuito di Phoenix dal pilota brasiliano, con una McLaren MP 4/6 motorizzata Honda chiamata a confermare le ottime indicazioni fornite in terra americana.
A San Paolo il pubblico accorre al circuito di Interlagos fin dalla primissima giornata di prove libere, disputata sul bagnato, per stare vicino al proprio idolo, il quale ripaga immediatamente gli appassionati con il miglior tempo nella giornata di venerdì con 6 decimi di vantaggio sulla Ferrari di Alesì.
Si arriva così al sabato, con le qualifiche disputate sull’asciutto, che vedono ancora una volta protagonista la McLaren-Honda del pilota brasiliano, il quale conquista la pole position (1'16”392) precedendo di 383 millesimi la Williams di Riccardo Patrese e a 451 millesimi in terza posizione quella di Nigel Mansell. In quarta posizione il compagno di squadra di Ayrton, Gerhard Berger, staccato di 1”079.In terza fila troviamo le due Ferrari, con Alesì quinto davanti al connazionale tre volte campione del mondo Alain Prost, sesto.

Secondo i pronostici della vigilia, la McLaren è sicuramente favorita per il Gran Premio con Senna, ma anche la Williams è della partita, forte della competitività evidenziata nella giornata del sabato, con la Ferrari potenziale terzo incomodo (e vincitrice l'anno prima della gara brasiliana con Prost).

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Al via Senna scatta piuttosto bene mantenendo la prima posizione, seguito dalle Williams di Mansell e Patrese, dalla Ferrari di Alesì, dalla McLaren di Berger, quinto, e dalla Ferrari di Prost, sesto. Se nei primi otto giri il vantaggio del pilota brasiliano della McLaren sale fino a toccare i 3 secondi, nelle tornate successive è Mansell a recuperare portando il gap dal pilota della McLaren a soli 7 decimi. Le Ferrari cominciano a perdere mano mano terreno dai primi a causa di un consumo eccessivo di gomme. La vittoria se la giocano così Senna e i due della Williams.

Nel corso del 26° Giro il primo colpo di scena: Mansell si ferma per il pit stop, ma la sua sosta si rivelerà assai complicata, con l'inglese che resterà fermo ben 13 secondi, e che tornerà in pista alle spalle di Patrese e di Alesì (superati poi nei giri immediatamente successivi per via dei pit stop effettuati dai suddetti piloti), e con un distacco giocoforza cresciuto nei confronti di Senna.

Una gara apparentemente nelle mani del pilota brasiliano, che nel corso del 30° Giro ha un vantaggio di circa 7 secondi sui suoi avversari, ma non è così: da due giri, infatti, la sua monoposto presenta dei problemi al cambio (con la quarta marcia che non funziona più correttamente), che impediscono così ad Ayrton di poter esprimere tutto il suo potenziale. Mansell ne approfitta, e così mano mano si avvicina sempre più alla McLaren-Honda del pilota brasiliano.

Al 50° giro però il pilota inglese della sua Williams è costretto a una sosta supplementare ai box: nel tentativo di riportarsi di nuovo sotto a Senna ha praticamente consumato le gomme, provocando una foratura. Mansell torna così in pista con un distacco di 30 secondi dal brasiliano. Il pilota inglese però crede fortemente nella vittoria, e così torna nuovamente a spingere sull'acceleratore, con l'obiettivo di limare il gap da Senna. Inizialmente ci riesce portando il gap dal pilota brasiliano da 30 a circa 20 secondi, ma nel corso del 61° giro sulla Williams cede il cambio, con la FW14 che finisce in testacoda. Per il leone d’Inghilterra non resta che il ritiro.

Se il cambio della Williams alla fine ha tradito Mansell, non se la passa meglio Senna: dopo aver perso in precedenza la quarta marcia, in pochi giri cominciano a saltare le altre marce ad eccezione della sesta. Come se questo non bastasse, le ultime tornate vedono anche l’arrivo della pioggia.
In una condizione del genere qualunque pilota probabilmente si sarebbe ritirato. Ayrton no. Dopo aver visto sfumare più volte la vittoria davanti al proprio pubblico, il pilota brasiliano della McLaren vuole assolutamente regalare una soddisfazione a tutti i suoi connazionali, accorsi in massa a tifare per lui. In un’epoca che non vede ancora la presenza in macchina del servosterzo, Senna, con un sforzo fisico veramente importante, riesce a portare non solo la macchina al traguardo, ma a vincere la gara con 3 secondi di vantaggio sulla Williams di Riccardo Patrese e con 5 secondi sul compagno di squadra Gerhard Berger.

La gioia per Ayrton è immensa, come dimostrano anche le urla diffuse via radio, ma anche il dolore fisico per aver portato la macchina praticamente senza cambio in quegli ultimissimi giri è fortissimo, a tal punto da non riuscire ad arrivare ai box in parco chiuso: è necessario l’intervento dei medici, i quali con l’auto medica, porteranno il pilota brasiliano in pit lane.

Senna è sfinito, stremato fisicamente, con braccia e spalle contratte, ma non vuole assolutamente disattendere l’appuntamento con il suo popolo, non vuole rinunciare all’abbraccio della sua gente,e così, appoggiandosi a Ron Dennis sale sul podio. Ayrton vuole provare prima a sventolare la bandiera brasiliana e poi ad alzare la coppa: all’inizio faticherà non poco ma poi dando forza alle energie residue ci riuscirà, facendo emozionare ancora di più i tifosi brasiliani.

Due anni dopo, con una McLaren meno competitiva in seguito al ritiro della Honda e al passaggio alla motorizzazione Ford, Ayrton Senna conquisterà la sua seconda e ultima vittoria sul circuito di casa con più di 16 secondi e mezzo sulla Williams-Renault di Damon Hill, e più di 45 secondi sulla Benetton-Ford di Michael Schumacher. Ma, come scrisse Michael Ende, questa è un’altra storia.