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Serie A, è ora di cambiare rotta
L’Italia esclusa da tre Mondiali di fila: non è il fallimento di una federazione, ma di tutto il calcio. A partire dai vertici... I casi Lazio, Torino, Milan, Juve

Alberto Polverosi
Pubblicato il 25 luglio 2026, 12:00
* La Nazionale è rimasta a casa, niente Mondiale per la terza volta di fila. L’ultima partita l’abbiamo giocata a Nadal, il 24 giugno 2014, la perdemmo con l’Uruguay. Avevamo già perso anche contro Costa Rica, così terminò subito il nostro viaggio brasiliano. Allora si dimise Abete, poi è stata la volta di Tavecchio per la mancata qualificazione al Mondiale 2018 e l’ultimo è stato Gravina che di fallimenti azzurri al Mondiale ne ha vissuti due solo perché il primo (Qatar 2022) arrivava appena un anno dopo la vittoria all’Europeo. Tre dimissioni del vertice federale, ma niente è cambiato. Se questo incubo svanirà, torneremo a giocare un Mondiale a 16 anni di distanza. L’Italia è diventata il caso calcistico più incredibile di questi quindici anni, un caso da indagare che Malagò si sta preparando ad affrontare e, speriamo, a risolvere. Ma la Nazionale che non va al Mondiale non è solo il fallimento di una federazione (che per altri versi ha lasciato una buona eredità), lo è di tutto il calcio italiano, a cominciare dal vertice, dalla Serie A.
Mancanza di idee
Noi chiediamo sempre alla federazione di costruire, progettare, occuparsi dei giovani, rilanciare i vivai e se la Nazionale fa schifo la colpa è sempre e comunque dei dirigenti federali e dei commissari tecnici che la guidano. E gli altri? I dirigenti dei club della Serie A quante risorse e quanta attenzione e quanto spazio dedicano alla Nazionale? Zero. E questo perché al calcio italiano, almeno a quel livello, manca una visione, un’idea che superi un tempo più lungo di un mese. Ognuno guarda al proprio orticello (sempre più arido), gli interessi sono soltanto personali, il “sistema” è pura utopia. Ci sono delle società che navigano a vista da mesi, alle prese con paletti economici o con difficoltà strutturali. Prendiamo il Milan, dove un obiettivo mancato (malamente, va detto) ha fatto saltare tutta l’impalcatura. Tutti colpevoli, tranne chi aveva scelto e appoggiato quel gruppo di lavoro, ovvero Cardinale e il fido Ibrahimovic. Volati via, poche ore dopo la sconfitta col Cagliari, l’allenatore Massimiliano Allegri, l’amministratore delegato Giorgio Furlani, il responsabile scouting Geoffrey Moncada e il diesse Igli Tare, che hanno seguito qualche tempo dopo lo stesso destino di Paolo Maldini, l’unico vero simbolo del Milan. Uno pensa: Cardinale lo ha fatto perché aveva già pronto i sostituti, via un gruppo dentro un altro. In una certa mentalità aziendale ci può stare. Macché, sono passate settimane prima che un allenatore (Amorim, buona fortuna) accettasse l’offerta del numero uno del Milan che nel frattempo aveva incassato una bella serie di “no grazie”. Per non parlare delle figure dirigenziali, anche in questo caso è stato costretto a promozioni interne visto che i grandi “nomi” del momento hanno rifiutato.
La guerra personale di Lotito
La Lazio, intesa come mondo laziale, sta ancora peggio. Qui non si vede una soluzione, Lotito da una parte, i tifosi dall’altra, spaccatura netta senza possibilità di riconciliazione, almeno per il momento, e curva Nord deserta. La squadra è mia e faccio come mi pare, il senso di Lotito. E sarebbe giusto se fosse una squadra di ingegneri o di operai all’interno di un’azienda che bada solo ai conti. Ma la squadra di cui il presidente si sente unico proprietario è composta da calciatori, protagonisti di uno sport reso spettacolo perché trasmette emozioni e sentimenti che, se non condivisi con la gente, si raffreddano fino a perdersi. La stagione scorsa della Lazio è stata un tormento. Lotito, per ripararsi dall’ondata di contestazione, aveva ripreso Sarriche, nei piani presidenziali, gli avrebbe garantito un ombrello (operazione che, in seno alla federazione, aveva realizzato insieme a Tavecchio ingaggiando il pluriscudettato Conte come ct dopo Prandelli). Ma Sarri non era stato aggiornato sulle difficoltà (sul blocco di mercato) della Lazio, così la spaccatura è diventata ancora più clamorosa, l’allenatore e i tifosi da una parte, Lotito dall’altra. La Lazio sta entrando nella nuova stagione nello stesso identico modo. A Gattuso i nostri auguri. Una situazione del genere, anche se con toni un po’ meno forti, la stanno vivendo i tifosi del Torino che, al pari di quelli laziali, disertano lo stadio. Il calcio ha bisogno della gente, ricordiamoci cos’era diventato nei giorni del Covid, con le tribune vuote e con una tristezza infinita che circondava le partite. Ricostruire è il verbo giusto e questa operazione spetta (spetterebbe) a dirigenti illuminati...
Algoritmi e baruffe
Prendiamo la Juve, un modello per decenni. Prendiamola dal giorno in cui Beppe Marotta, non convinto dell’operazione Ronaldo, l’ha lasciata. Gennaio 2020, da lì a pochi mesi arriverà l’ultimo scudetto dei bianconeri. Da Marotta la responsabilità tecnica passa a Paratici, l’uomo che aveva portato CR7 in bianconero, da Paratici (poi squalificato) all’interregno di Calvo, da Calvo a Giuntoli, da Giuntoli a Comolli, l’uomo dell’algoritmo, da Comolli a Carnevali. Sei responsabili di area tecnica in sei anni. Gli allenatori dello stesso periodo invece sono sette, con tre licenziamenti durante la stagione: Sarri, Pirlo, Allegri, Montero (due partite, ma nell’elenco ci va messo), Thiago Motta, Tudor e ora Spalletti. Si può costruire così? Ma qual è la visione, qual è il senso di tutto questo? Gli americani hanno invaso la Serie A mettendo quasi ovunque il calcio in secondo piano rispetto al denaro. Anzi, spesso il calcio serve ai nuovi proprietari come pretesto per arrivare ai loro obiettivi. Quello che è successo a Roma durante la scorsa stagione è la conferma di quanto una proprietà straniera sia distante dalla struttura calcistica. La baruffa televisiva fra Gasperini e Ranieri poteva essere tranquillamente evitata se il “capo” fosse intervenuto preventivamente, anziché delegare tutto quanto ai suoi dipendenti. Il danno d’immagine per la Roma è stato rilevante, soprattutto perché ha indotto i Friedkin a licenziare Claudio Ranieri, un vero uomo di calcio che i romanisti, dopo Totti, considerano la Roma. Se restiamo agli americani, vale una citazione anche la Fiorentina. Dopo la scomparsa di Rocco Commisso, la presidenza del club viola è andata a suo figlio Joseph, che a Firenze si è fatto vedere l’ultima volta cinque mesi fa per commemorare nel Duomo la figura del padre. Da allora, mentre la Fiorentina infilava una sconfitta dietro l’altra col timore della retrocessione sempre più concreto, nessuno della famiglia Commisso è tornato a Firenze per capire cosa stesse succedendo. Resta celebre un post del giovane presidente dopo la terribile sconfitta al Franchi (2-4) in Conference League contro lo Jagiellonia: era orgoglioso e si congratulava con la squadra perché aveva passato il turno mentre a Firenze volavano gli insulti. Per ripartire col mercato, a metà giugno la riunione è stata organizzata a New York, dove sono volati il dg Ferrari e il ds Paratici. Ma la Fiorentina è a Firenze, anzi, la Fiorentina è Firenze, non New York. Molti club sono alle prese con i paletti finanziari della Uefa, la Roma deve vendere, la Juve anche. La Serie A sta entrando in una nuova stagione in queste condizioni, balla sul Titanic che affonda. Come ha detto Matteo Marani, presidente della Lega Pro, durante l’assemblea per l’elezione del nuovo presidente della Figc: «Nell’ultimo anno la Serie A ha speso 249 milioni per agenti e procure, oltre dieci volte quanto ha riconosciuto alla Serie C per mutualità». Basterebbe questo per cambiare rotta. Già, ma chi vuole davvero cambiarla?
* testo tratto dal Guerin Sportivo di agosto 2026
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