Il Guerin Sportivo Racconta - Miniera del gol

Lo aspettava un futuro da minatore nelle Asturie e invece, con l’aiuto del padre, è diventato calciatore. Un attaccante rapido e sgusciante, che nella Liga inquadra la porta più di tutti

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Il Guerin Sportivo Racconta - Miniera del gol

 Andrea De Benedetti Andrea De Benedetti

Pubblicato il 20 luglio 2026, 12:00

Terra di mucche, miniere e severe architetture romaniche, isola di terraferma sigillata dall’Oceano e da uno sbarramento di picchi minacciosi come un cordone di polizia, culla di una “hispanidad” lontana anni luce da quella iperfolclorica e volutamente oleografica che incoraggia l’“import” di turisti stranieri, le Asturie appartengono all’approssimativo immaginario geografico prodotto dalla scuola dell’obbligo: già sentite nominare, monti, fiumi, allevamento e pesca, ma accidenti se mi ricordo dove stanno, a destra o a sinistra della Cantabria?

Fino a qualche tempo fa, la gloria locale più famosa era l’erede al trono Felipe, titolare del principato d’Asturie solo per motivi araldici, essendo nato regolarmente a Madrid. Poi Felipe ha sposato Letizia Ortiz, sangue spurio ma natali asturiani, e il cerchio geo-dinastico si è chiuso, spalancando contestualmente una gigantesca porta mediatica sulle Asturie.

Asturie di qui, Asturie di là, di su e di giù. Non bastava. Un altro fenomeno asturiano era in agguato: Fernando Alonso. Serio, apparentemente presuntuoso e soprattutto riservatissimo, Alonso a un certo punto ha deciso che le Asturie, dove tutti lo andavano a cercare e dove la densità di cronisti pettegoli per metro quadrato cominciava a essere preoccupante, non erano il posto adatto per preparare l’assalto al Mondiale di Formula Uno, e si è prudentemente ritirato altrove. Nondimeno, i giornalisti hanno continuato a cercarlo, costringendolo a posticipare i festeggiamenti per il titolo per depistare i curiosi. Così, da regione misconosciuta che erano, nel giro di tre anni le Asturie sono diventate più trendy di Ibiza, meta di pellegrinaggi pagani nelle dimore infantili dei due illustri personaggi, zona di vip-watching ad alto tasso di glamour.

E adesso, accidenti, viene fuori anche questo David Villa, ventiquattro anni appena compiuti, che segna palate di gol, entra in tackle su Fernando Torres per sfilargli la maglia di centravanti titolare ai Mondiali e sfodera sguardi da copertina di riviste per teenager. Ed è, anche lui, asturiano fin nel midollo.

 

David Villa, dalle miniere delle Asturie al sogno del calcio

David Villa è nato in un posto che fa rima col suo cognome: Tuilla. La zona è quella di Langreo e delle carbonifere, dove suo padre faceva il minatore, e dove la vita, ancor oggi, è un lavoraccio. «Più facile diventare calciatore che lavorare in miniera», dice oggi David, con una sentenza che racconta un bel pezzo del suo albero genealogico e dice molto di lui e del papà.

Papà che ha sempre assecondato la passione del figlio, chiudendo un occhio se questi trascurava gli studi per giocare a calcio. A volte, capitava che David uscisse di casa al mattino senza i libri ma con il pallone sotto braccio e che la maestra lo rispedisse indietro a prenderli. Una storia già sentita, in alcuni casi forse addirittura inventata, ma che non manca mai di evocare l’immagine plastica di quel sogno – diventare calciatori – che da piccoli abbiamo condiviso in molti e che ci ha sorpresi ad occhi aperti a scuola, in autobus, o a pranzo dalla nonna.

Nel caso di Villa, tuttavia, il sogno rischiò di finire in fretta: a quattro anni si ruppe malamente il femore, e per due mesi fu costretto in casa, appeso per la gamba come un coniglio, ad aspettare che l’osso si saldasse per bene. Era uno dei tanti bivi che la vita gli avrebbe proposto e che prima o poi, bene o male, propone a tutti, sotto forma di scelte obbligate o da effettuare in regime di libero arbitrio.

Un secondo bivio si presentò dinnanzi al piccolo David intorno ai nove anni. Provino con la squadra del cuore – suo e di tutta la sua famiglia: il Real Oviedo. L’esame filò liscio: prima selezione, poi una seconda, ma al momento del tu sì e tu no, quando di bambini ne erano rimasti appena una ventina, venne scartato. Motivo: lui abitava in una zona scomoda (vicino alle miniere), e per il club sarebbe stato complicato andarlo a prendere e portarlo a casa quattro o cinque volte a settimana.

Il giorno dopo, d’accordo col padre, il guaje (soprannome traducibile con un arcaico «garzoncello») accettò dunque un’offerta del Langreo, metabolizzando immediatamente la delusione e facendone la rampa di lancio per il decollo professionale.

 

 

 

 

Perché David Villa è diventato uno dei bomber più letali della Liga

Il terzo bivio, quello del ruolo, era l’ultimo stadio nella scoperta della vocazione, come la scelta tra sacerdozio e laicato per i seminaristi. La vocazione, già: quanti talenti perduti per essere stati costretti in porta da amici brocchi e prepotenti che però portavano il pallone e volevano giocare davanti.

Nel caso del guaje, la ferma determinazione di fare l’attaccante cozzava invece contro la realtà di un corpicino emaciato, risultato di un’infanzia in fuga dal piatto e di un patrimonio genetico non esattamente favorevole. Piccolo e magro com’era, chissà come sarebbe riuscito a sopravvivere in mezzo all’area, in mezzo ai fisici intimidatori di coetanei assai più sviluppati di lui.

David non cambiò idea, e anzi trasformò il suo apparente handicap in un’arma letale, la sua piccola taglia in agilità, la sua magrezza in fame.

Fame: è questa forse la parola che meglio definisce lo spirito vorace con cui Villa affronta gli avversari, un atavico appetito di stampo inzaghiano che aumenta esponenzialmente in relazione alla vicinanza dalla porta, come se la sua enorme forza di volontà gli garantisse sempre quel filo di velocità in più per bruciare sul posto qualunque difensore.

Torniamo alla biografia. Ripudiato il (e dal) Real Oviedo, a quindici anni il “guaje” viene ingaggiato dallo Sporting Gijón, l’altra squadra importante della regione, culla a suo tempo di altri asturiani illustri: Quini, Abelardo, Luis Enrique. Tutta gente, specie gli ultimi due, piuttosto temperamentale, che è sempre sembrata portarsi addosso la volontà di riscatto di una regione intera.

 

I numeri di David Villa al Valencia e il duello con Fernando Torres

A Gijón, Villa inaugura la buona abitudine di segnare almeno venti reti a stagione (Coppa del Re compresa), routine che mantiene a tutt’oggi dopo aver scalato diversi gradoni del cursus honorum professionale – Sporting B, Sporting A, Real Saragozza – fino a vestire quest’anno la maglia da titolare di prima punta del Valencia.

Più ancora del numero di reti, fanno però impressione le sue percentuali: il 62% dei suoi tiri finisce nello specchio della porta, e il 27% direttamente in fondo alla rete. Nemmeno Samuel Eto’o può esibire cifre così imponenti, pur avendo segnato di più. Ma con Deco, Ronaldinho e Xavi son capaci (quasi) tutti.

Per averlo, il Valencia ha speso dodici milioni di euro, ma nessuno adesso osa bestemmiare ad alta voce che sia costato troppo caro. Al contrario, si sta consolidando un movimento di opinione trasversale secondo cui il vero crack, tra i giovani bomber spagnoli, sarebbe lui, e non Fernandinho Torres.

Il dibattito ha ovviamente una proiezione immediata sulle scelte che Luis Aragonés farà di qui ai Mondiali. Tra i suoi sponsor illustri, Mijatović («Mi ricorda il sottoscritto»), Michel («Sembra fragile, ma è un portento»), Del Bosque («Il suo è un calcio allegro e divertente») e persino Radomir Antić («È il più bravo a smarcarsi e a cercare la porta: un goleador nato»), che da ex Atlético, in teoria, dovrebbe avere un po’ più di riguardo per il “niño”.

A novembre le gerarchie parevano definitive, adesso un po’ meno. Torres ha forse più talento, ma non centra la porta nemmeno al Subbuteo. E poi porta palla, troppo, e quando non ce l’ha si sente sperduto.

Villa è il suo contrario. Si muove perennemente sul bilico esistenziale del fuorigioco tranciandolo con tagli e diagonali affilatissimi. E appena gli arriva il pallone, tira. Un mestiere semplice semplice che altri complicano inutilmente. Si vede che non hanno avuto un padre minatore.

Dal Guerino del 7-13 febbraio 2006

 

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