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Guerin Sportivo 110 anni: C'è e ci sarà sempre 

Guerin Sportivo 110 anni: C'è e ci sarà sempre 

Il mio Guerino è - e sempre sarà - Chicco, Vanni, Piero, Gianni, Simonetta e perfino Comparone che quando tagliava le  copie non sapeva come dirmelo. Oggi è anche Chioffi, Grandinetti, Mallozzi e “Accia”

Ivan Zazzaroni

4 gennaio

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Il Guerino è entrato nella mia vita di lettore nel marzo del ’76, tredici mesi dopo che Italo Cucci ne aveva rivoluzionato forma e contenuti. Tre anni più tardi lo stesso Cucci, rispondendo a una mia lettera, mi convocò in via del Lavoro e mi trovò una sedia e un tavolino nella camera del calcio internazionale - dell’ufficio aveva ben poco -, insieme a Stefano Germano, Luciano Pedrelli e al diciottenne Stefano Tura. Frequentavo l’Università, cominciai a collaborare con la Gazzetta dello sport e le nostre strade si divisero per sei anni, soltanto nel maggio ’85 entrai a far parte a pieno titolo della squadra, come inviato, esordendo all’Heysel. Il 29. Il “mio” Guerino non ha un passato: solo qualche ricordo - non conservo nulla -, un presente e un futuro.

Non ho mai idolatrato il giornalista Gianni Brera, mentre apprezzavo lo scrittore gaddiano; di Luciano Bianciardi ho letto poco, così come di Antonio Ghirelli, un intellettuale che divenne giornalista sportivo per sbarcare il lunario. Il mio Guerino è sempre stato Italo Cucci, nato direttore, e Adalberto Bortolotti - quante volte mi sono chiesto come riuscisse ad analizzare così bene il calcio e i calciatori uno che a pallone non aveva mai giocato -, e Marino Bartoletti, il linguaggio più fresco e attuale, e la precisione e la cultura di Carlo Chiesa, il collega che palleggiava con naturalezza sillogismi, sofismi e numeri, e la competenza di Montanari, la struttura e la solidità di Gianni De Felice, per il quale un giorno feci incazzare perfino Tosatti. Giovane e poco furbo, durante un evento incrociai Giorgio e gli dissi che era bravissimo ma che preferivo comunque la scrittura di De Felice. La prese male: oltraggio alla corona. In seguito mi perdonò e tornai a essere suo “frate”. Un fratello di genitori separati.

Del Guerino sono stato due volte direttore: per quattro anni dal ’99 al 2002 e per altri centodieci dal 2018 a domani. Tra l’80 e il ’90 il settimanale è stato la guida al calcio internazionale, oltre a risultare una delle voci critiche più lette e apprezzate dagli appassionati. All’estero ci invidiavano tanti servizi, che spesso acquistavano, e ci copiavano le idee che riuscivamo a sfornare. In questo “speciale” dedicato a un compleanno che celebra la leggenda ho chiesto che le figure più rilevanti del Guerino raccontassero il loro rapporto con il guerriero, un combattente che anche nella stagione della crisi dell’editoria riesce garantire a un segno positivo in edicola. Non avevo mai riletto l’editoriale d’ingresso da direttore, nel ’99: per l’occasione me lo sono fatto inviare da uno dei tanti collezionisti.

Ho faticato a riconoscermi. Il titolo, “C’è”. “C’è un grande giornalista, e c’è il maiale al quale è golosamente devoto. C’è un giovane campione da scudetto, e c’è un commentatore di acida e infinita bravura che confessa di adorarlo. C’è il fenomeno di Moratti, bravo chi lo ferma, e c’è un mostro di bellezza che per la prima volta rivela rapporti fortunatamente mancati. C’è un allenatore che sa spiegare il calcio, e c’è un formidabile cestista con la faccia da spot che vinceva anche quando perdeva. C’è il giudizio universale. C’è il delirio reggino. C’è Trapattoni che detesta la ribollita, specie quella che lo prevede come ingrediente principale. C’è Cecchi Gori che produce irritazioni e soluzioni da Oscar: c’è Zeman sulla strada di Firenze, se Trap sbaglia di nuovo. C’è un direttore nuovo, ci sono io, grazie a Dio (e all’editore). E c’è un settimanale antico, prestigioso e, fino a ieri, un po’ stanco di sé. C’è l’orgoglio dei ruoli, e c’è il desiderio di cambiare, rinfrescare, arricchire, riportare in alto (da subito) questo giornale: c’è anche la garanzia di assoluta fedeltà ai caratteri guida del Guerino che soltanto uno che al Guerino è nato e si è formato può dare. C’è un’idea. Di semplicità: non più un quotidiano lungo sacrificato al campionato, ma un vero settimanale. C’è il senso della notizia, della foto e dell’archivio: ci sono le pagine gialle. C’è una schiera di amici che fanno promesse. C’è Italo Cucci, mio secondo padre e primo maestro, al quale io e il Guerino dobbiamo tutto. C’è Adalberto Bortolotti, uno spettacolo insuperabile di scrittura, competenza, civiltà, misura. C’è Mario Sconcerti, il mio ultimo direttore, un colpo di fortuna averlo trovato poco prima del salto. C’è Roberto Beccantini, specialista dell’anticipo (...),una delle mie passioni di lettore: non poteva essere che lui il primo ad arrivare. C’è qualcosa di Marino Bartoletti, mi auguro. C’è un pensiero affettuoso rivolto a Gianni Cancellieri, il mio primo direttore, aprile ’81, e c’è un saluto ai colleghi del Corriere dello Sport-Stadio, con loro nove anni stupendi, indimenticabili, e a Giuseppe Castagnoli, una persona perbene. C’è tutto il mio Roberto Baggio e Roberto Mancini: li ringrazio pubblicamente per avermi fatto accedere alle loro confidenze, alla loro vita non solo professionale e per avermi regalato gioie e rivincite. C’è Luca Vialli, che mi ha fatto una promessa: “Dal ’75 all’86 non ho perso una sola copia del Guerino, poi l’ho mollato. Da mercoledì 29 torno a comprarlo”. C’è Filippo Inzaghi con le sue incazzature, i suoi gol, la sua simpatia contagiosa. C’è tutto questo dentro il (Nuovo) Guerino. C’è tanta forza, tanta fantasia: c’è la soddisfazione di (ri)farlo. C’è il disordine delle emozioni. C’è, ci saranno altre novità. Non c’è, né ci sarà, la noia”.

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