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Serie A 2020 - 2021: nasce la zona Caicedo 

Serie A 2020 - 2021: nasce la zona Caicedo 

Altro che Cesarini! Ecco come il giocatore del Genoa nel suo periodo alla Lazio, ma in tutta la sua carriera, sapeva essere sempre determinante negli ultimi minuti di gioco. 

Fabrizio Patania

7 ottobre

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Divide l’estasi dal tormento, ti ruba l’anima all’ultimo respiro, quando riesce a trovare il colpo del ko. Una sentenza. Entra, segna e risolve al tramonto, dipingendo emozioni infinite. È caduta persino la Juve, abituata per tradizione a non farsi scippare le partite in volata. Il fallo laterale suggerito da Inzaghi, un tunnel e lo slalom con l’elastico di Correa, la veronica di Felipe Caicedo, bruciando Bonucci e infilando la palla di destro, nell’unico spiraglio possibile, per battere Szczesny e firmare il pareggio. Erano appena scaduti i quattro minuti di recupero concessi dall’arbitro Massa. Un altro golden gol. La domenica precedente, beffando Nkolou in mischia, il centravanti ecuadoriano si era superato: 4-3 sul Toro segnando al minuto 98. Da impazzire. Nel campionato scorso, con un’azione simile, aveva steso il Sassuolo un mese prima di spedire al tappeto il Cagliari e lanciare la Lazio in corsa scudetto.

Il graffio della Pantera Nera, come lo chiamano in Ecuador, in pieno recupero. Succede spesso, non è un caso. Ecco perché ora si chiama Zona Caicedo, facendo divertire il popolo biancoceleste sui social, dove lo hanno immaginato persino conduttore di “Novantesimo Minuto”. Felipao sta riscrivendo e rubando la storia che appartiene a Renato Cesarini dagli anni Trenta. La leggenda nacque quando l’attaccante italo-argentino della Juve segnò, allo stadio Filadelfia di Torino, il gol del 3-2 a tempo scaduto in una epica partita degli azzurri contro l’Ungheria. Per gli amanti della statistica non ci sarebbe confronto. La riserva di Immobile lo avrebbe già superato: 6 gol a 2 in Serie A al novantesimo e oltre.

L’ATTIMO FUGGENTE

Dentro devi avere qualcosa di speciale se riesci a determinare, in uno sport di squadra, firmando l’allungo decisivo. Numeri da aggiornare in continuazione ricontrollando una carriera già lunga, sviluppata tra Svizzera (Basilea), Inghilterra (Manchester City), Russia (Lokomotiv Mosca), Portogallo (Sporting Lisbona) e Spagna (Malaga, Levante, Espanyol), passando anche per Abu Dhabi (Al Jazira) prima di sbarcare in Italia. Caicedo, a un sospiro dal rientro negli spogliatoi, ha segnato la bellezza di 15 gol sui 135 totali da professionista. Sono 6 su 28 realizzati indossando la maglia biancoceleste negli ultimi tre anni. Personalità, killer istinct abbinato al senso della porta. Sa catturare l’attimo fuggente e la palla buona con la cattiveria del cecchino scelto. «Non so cosa dire, non ho parole. Devo essere cattivo e segnare quando spunta la palla buona, non sempre arriva, bisogna esserci e farsi trovare pronti. Un attaccante deve ragionare così. Non ho altre spiegazioni. Non so perché mi capita di segnare spesso negli ultimi minuti, forse perché nel secondo tempo sono tutti più stanchi e si creano occasioni pericolose», ha raccontato dopo le imprese con Torino e Juve. Aspettare e rincorrere è nel suo destino di combattente, di centravanti precario, mai considerato protagonista in partenza, eppure votato alla causa. Inzaghi in estate si era rassegnato a perderlo. Il ds Tare, puntando su Muriqi, aveva deciso di cederlo. Caicedo si era accordato con i qatarioti dell’Al Gharafa. Trasferimento saltato perché Lotito pretendeva 6 milioni per il cartellino e il club di Doha ne offriva 3. La storia si è ripetuta. Nel 2018 la Lazio lo stava per silurare e aveva già bloccato il brasiliano Wesley. Simone chiese e ottenne la conferma di Caicedo, bocciando la candidatura del centravanti del Bruges, nonostante alla prima stagione l’ecuadoriano non si fosse imposto e l’errore di Crotone, fallendo il gol della probabile qualificazione Champions, pesasse sul suo conto. Caicedo rimase, trasformando nei mesi successivi i fischi dell’Olimpico in applausi: 8 gol in Serie A nel 2018/19 e 9 nel campionato scorso, interrotto dal lockdown.

Quest’anno sono già 3, più uno pesantissimo a San Pietroburgo per rimontare lo Zenit in Champions, ancora nel finale. È amatissimo dal popolo biancoceleste, diventò un idolo quando aprì le marcature in un derby finito 3-0 con la Roma per sostituire Immobile, che lo considera il suo partner ideale. «Ti amo Bestione!», ha urlato Ciro davanti alla tv e in quarantena Covid dopo il gol segnato alla Juve, intonando il ritornello della canzone di Coez “arrangiata” dai tifosi laziali: «Amami o faccio un Caicedo».

REALITY

Felipe, 32 anni compiuti il 5 settembre, è un personaggio vero e dalla storia complessa. Faccia da indio, viene dal barrio di Guasmo, quartiere povero di Guayaquil, capitale dell’Ecuador, quasi 4 milioni di abitanti. La cosiddetta “Perla del Pacifico” si affaccia sull’Oceano, le strade sono attraversate dalla criminalità e dalla malavita. Caicedo porta una lacrima tatuta sotto l’occhio sinistro per ricordare l’infanzia complicata. È cresciuto in una famiglia umile, ma piena di valori. Il papà vendeva le noci allo Stadio Monumental di Guayaquil, la madre lavorava come donna delle pulizie. Tutto per permettergli di crescere.

Ha chiuso con l’Ecuador dopo l’esonero del ct. Lo inseguiva il Boca, la moglie ha detto di no per la gioia di Inzaghi e del grande amico Immobile

«In Ecuador non è stato facile, anche se i miei genitori non mi hanno fatto mancare nulla. E’ stata una fortuna scappare e venire a giocare in Europa, ma una parte del mio cuore è ancora a casa. Ho girato tante squadre, alla Lazio ho trovato la serenità: qui mi sento amato», il racconto della sua vita in una lunga intervista concessa ai canali ufficiali del club biancoceleste. Giocava a calcio e studiava. Amava la matematica. Ha preso un diploma da informatico, che ancora oggi sventola con orgoglio, specializzazione in calcolo delle probabilità. La svolta in carriera partecipando, all’età di 15 anni, a un reality televisivo dedicato al calcio: s’intitolava «Camino a la Gloria». Caicedo vinse a mani basse, guadagnando uno stage al Boca Juniors, da cui tornò senza successo. Sognava l’Europa. Sarebbe riuscito, tre anni dopo, a farsi acquistare dal Basilea. Jesus José Cardenas, uno dei suoi primi allenatori, lo conosce da quando aveva 14 anni e giocava nelle giovanili del Barcelona Sporting Club. Felipe avrebbe completato la trafila nel vivaio del Rocafuerte, club dal 2016 affiliato all’Emelec. «Con la sua forza fisica sembrava un uragano. Impressionò gli scout per il suo gioco semplice, l’ottimo dribbling e la facilità di segnare. Convincemmo i dirigenti affinché andasse in Svizzera. Gli osservatori del Basilea lo tenevano d’occhio da un paio d’anni. Era la soluzione migliore. Ovunque abbia giocato, ha lasciato il segno, anche al Manchester City. Non dimenticherò mai quando mi diceva di voler giocare in Europa. Il suo sogno si è avverato».

JET

Percorso in costante salita, cercando sempre un posto caldo e accogliente che potesse nascondere la nostalgia per l’Ecuador. In Russia si trovò a sfidare la neve e il gelo, nemici più insidiosi di certi difensori. Quindici gol realizzati in 65 presenze e una ventina di cappotti. «Odio il freddo, non so come abbia fatto a resistere tre anni alla Lokomotiv Mosca. Non ero abituato, nei primi dieci giorni ne comprai addirittura due».

In Spagna, durante la parentesi al Levante, conobbe Maria Garcia, splendida ragazza valenciana, oggi sua moglie, all’epoca imprenditrice nel settore della moda. Riuscì a conquistarla, pare, affittando un jet privato. «Vuoi venire a far shopping a Saint Tropez?». Oggi formano una coppia social invidiatissima. Dopo ogni gol, Felipe le dedica l’esultanza a forma di cuore e poi mima il binocolo con le mani per salutare Noa, sua figlia. «Maria mi ha cambiato la mentalità. Prima di conoscerla ero esplosivo, non pensavo prima di agire. Mi completa, è merito suo se sono così. Nel 2016 è nata Noa, anche grazie a lei sono migliorato».

TRICOLOR

Nel 2017, a poche settimane di distanza dal suo arrivo a Formello, decise di lasciare la nazionale dell’Ecuador dopo 22 gol in 68 presenze, gli ultimi 9 messi a segno nel girone di qualificazione mondiale. Non accettò l’esonero del selezionatore Gustavo Quinteros deciso dai nuovi vertici federali. «Ne ho visti pochi così bravi, ha tocco e fisico. E’ completo e si tratta di un professionista assoluto», sostiene l’ex ct, uno dei suoi padri putativi. La rivoluzione, con la Tricolor a punteggio pieno dopo le prime quattro giornate, in corsa per il Mondiale in Russia, era immotivata. Il Panterone non ha mai perdonato la federazione. Diverse volte hanno provato a convincerlo. Non tornerà più in nazionale: chiusura netta, senza possibilità di appello. Un po’ come i suoi gol. Definitivi. Un idolo a cui hanno persino dedicato un documentario intitolato “Luchador”. Significa combattente. L’estate scorsa, con un aumento sino a 2 milioni di ingaggio, ha prolungato il contratto con la Lazio (scadenza 2022). Si era fatto sotto il Boca Juniors, ma sua moglie voleva restare a Roma. Mai stato così a lungo nello stesso club. Se lo continua a godere Simone Inzaghi. «Ammiro il mister, è un vincente, ha portato tutti noi dove siamo adesso. Sa gestirci bene e fare gruppo». Nessuno, si può dire, in Serie A possiede un centravanti di riserva con le qualità e la professionalità di Caicedo. Ne ha beneficiato lo stesso Immobile, a cui ha servito diversi assist e non ha mai fatto ombra. C’è stima vera tra i due attaccanti della Lazio. «Mai visto uno con la fame di Ciro. E’ il nostro leader, la nostra bandiera». Chissà che la Scarpa d’Oro non gli abbia trasmesso, nella parte conclusiva della carriera, ancora più cattiveria sotto porta. Così è nata la Zona Caicedo.

Dal Guerin Sportivo di Gennaio 2021

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