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10 Yankee targati Champions

10 Yankee targati Champions

McKennie, Pulisic, Reyna e gli altri giovani statunitensi che partecipano al più importante torneo europeo hanno avviato l’effetto emulazione e le academy si riempiono di ragazzi

Massimo Basile

6 ottobre

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Little Elm, Texas, è un buon posto per viverci? Nel 2000 quando George W. Bush era ancora governatore, questo posto era l’oscuro dormitorio affacciato sul lago Lewiswille. Abitavano in tutto 3600 persone, consapevoli di presidiare una zona dimenticabile schiacciata dal sole. Se ti servivano un paio di calzini, dovevi salire in auto e andare a Dallas, a quaranta chilometri. Adesso ci vivono più di cinquantamila persone, ovunque trovi parchi, campi di calcio, piscine immerse nel verde, strade dritte e ben segnalate, gente cordiale che ti dà una mano se ti sei perso con il navigatore.

Little Elm, che in italiano chiameresti Piccolo Olm, o Olmatello, è uno dei posti in Texas cresciuti più velocemente: la media delle abitazioni non ha più di quindici anni. Quello che è successo qui è il paradigma del calcio americano: in meno di vent’anni è passato da entità soporifera a nuovo piccolo Eden del pallone.

Il campionato professionistico della Mls non c’entra, il calcio professionistico qui è ancora eccitante come osservare la vernice asciugarsi sulla parete, ma le academy stanno diventando una miniera.

Le società di calcio stanno ingaggiando centinaia di tecnici europei, la federazione ha messo in piedi un sistema alla francese tipo Clairefontaine, con istruttori che girano gli Stati Uniti, individuano i migliori talenti e li inseriscono in un programma di formazione tecnica. Weston McKennie ha vissuto a Little Elm i primi anni della sua vita, prima di trasferirsi in Germania al seguito del padre, militare, e poi tornare in Usa per giocare a Dallas. In realtà Weston sognava di diventare un giocatore di football dei Washington Redskins, il che equivaleva abbastanza a un peccato mortale, visto che a pochi chilometri da casa giocavano i Dallas Cowboys, la franchigia più popolare in tutti gli Stati Uniti, la Juventus d’America. Ma poi abbiamo visto che il destino per il ragazzo aveva deciso un percorso diverso.

Oltre alla mano divina, c’entra l’organizzazione federale, i cui frutti cominciano a vedersi anche in Europa.

Weston fa parte dei fantastici dieci americani che sono entrati nelle liste della Champions League. Dieci. Giovani, di talento, ambiziosi. A ottobre in cinque hanno giocato in contemporanea nella stessa giornata. L’ultima volta in cui il calcio americano aveva visto una presenza così massiccia in Champions League era stato il 20 novembre del 2012: quel giorno avevano giocato Jermaine Jones (Schalke), Sacha Kljestan (Anderlecht) e Oguchi Onyewu (Malaga). Stavolta era successo con Christian Pulisic, okay, 22 anni, promosso nel Borussia Dortmund quando aveva 17 anni e passato al Chelsea per 60 milioni, giocatore americano più pagato della storia. Con Gio Reyna, talento del Borussia. Tyler Adams, 21 anni, Lipsia, allevato nell’academy dei New York Red Bulls, diventando professionista a sedici anni. E il figlio di un ex giocatore dei Mustangs Colorado, Ethan Horvath, 25 anni, portiere del Bruges e della nazionale, arrivato in Belgio passando dai norvegesi del Tippeligaen. E Sergino Dest, invece, che è entrato dalla porta principale: dopo essere cresciuto all’Ajax, è diventato il primo americano della storia del Barcellona a partire nell’undici titolare, con Lionel Messi, Antoine Griezman e Gerard Pique. E poi è toccato a McKennie, con la Juve. Ma ci sono anche gli altri. Konrad de la Fuente, 19 anni, Miami, arrivato a Barcellona dove il padre aveva trovato lavoro al consolato di Haiti. Alex Mendez, Ajax ,cresciuto nei Los Angeles Galaxy, Zac Steffen che da bambino giocava difensore e ora fa il portiere al Manchester City e Chris Richards, arrivato al Bayern Monaco partendo dall’Alabama.

Gio Reyna: il talento del Borussia Dortmund

Gio Reyna: il talento del Borussia Dortmund

Gio Reyna, figlio d'arte, è arrivato a Dortmund nel 2019 per ripercorre le orme di Pulisic. É il più giovane marcatore della Bundesliga, avendo realizzato contro il Werder Bremall'età di 17 anni e 82 giorni. Per lui una carriera in ascesa e la Champions League come metro di giudizio per il proprio talento.

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Qualcosa sta cambiando, anche se da noi in Italia è sempre difficile andare oltre il tinello di casa. Quando parli a qualcuno degli americani, si fermano a Alexi Lalas del Padova e a Michael Bradley della Roma. Del primo ricordano l’aria country, dell’altro la testa pelata come di un Venusiano arrivato dallo spazio. La Juve è riuscita a guardare oltre, ma è un caso abbastanza isolato. «In Italia - spiega Peter Curto, direttore del dipartimento calcio dell’agenzia Pny Sports di New York che cura contratti e comunicazione degli atleti - sono tutti convinti di essere troppo esperti per fidarsi del calcio americano. Ma la situazione sta cambiando. Molti club, soprattutto tedeschi, ma anche Barcellona e Valencia, seguono i giovani migliori e li fanno venire. Ai tornei giovanili dove viene mostrato il meglio, ci sono molti osservatori, tranne quelli dei club italiani». Ora che i giovani americani sono entrati in Champions League, li hanno scoperti anche da noi. Ma, forse, in molti casi, è troppo tardi. «Reyna è il futuro golden boy - spiega Curto - ha tecnica, è veloce, molto intelligente. L’altro è McKennie, uno di quelli che ha ampi margini di miglioramento, è in un campionato nuovo, bisogna dargli tempo».

Il calcio in Usa vive una nuova ondata di successo. Dei quasi 12 milioni di tesserati nelle squadre di calcio il 71 per cento ha tra i 6 e i 24 ani, più di 4 milioni ha tra i 6 e i 12 anni, il 36 per cento è formato da ragazze. I tifosi americani, secondo dati Fifa, sono circa 30 milioni, ma una cifra destinata a raddoppiare nei prossimi cinque anni, grazie alla dirette tv dei maggiori campionati euroche vengono trasmesse ogni giorno sui canali americani. La diffusione dei gaming Fifa sta allevando nuove generazioni non solo di appassionati, ma di bambini che sognano di diventare Messi e Ronaldo. Ora guardano Pulisic e Reyna.

La Bundesliga al momento sembra il torneo di riferimento, anche perché per fisicità è quella che più si adatta al calcio americano, molto forte nella corsa e nel contatto, ma ancora indietro sulla tecnica e la flessibilità tattica. Ma la strada è tracciata. I dieci giovani Usa di Champions hanno mobilitato i media, occupato le copertine dei magazines, e avviato quell’effetto emulazione che porta le academy a popolarsi. Dietro i “fantastici 10”, altri già scalpitano: come Brenden Aaronson, 20 anni, che a gennaio dovrebbe passare dai Philadelphia Union al Salisburgo; Gianluca Busio, 18 anni, seguito l’estate scorsa dalla Fiorentina, e adesso nel mirino del Barcellona assieme a Cade Cowell, 17, attaccante californiano già in gol nella Mls. Altri verranno.

Marco Messina è un ragazzo di Brooklyn di origine italiana. Ex giocatore di calcio, ha fondato con il suo amico Michael Kantaris IFTVOfficial, una vivace web tv che parla della Serie A con ironia e competenza. In poco tempo hanno raggiunto più di 70 mila followers su Twitter, il giocatore dell’Atalanta Marten de Roon li segue con passione, così come Giuseppe Rossi e vecchie star come David Beckham e Fabio Cannavaro. Messina vede qualcosa di nuovo nei giovani americani di Champions: «È la prima volta che mi succede - spiega - dai tempi di Donovan e Dampsey. Amavo quei giocatori ma nessuno era in grado di farmi dire wow questi domineranno in Europa, ora invece abbiamo una serie di giovani che mi fanno sentire l’orgoglio, da ragazzo cresciuto in America». «Ti fanno sperare - continua - talenti come Pulisic o Reyna, un ragazzo davvero emozionante da vedere. Per me lui può diventare un’ispirazione per i giovani». Ma il suo favorito è un altro, e non solo perché Messina è tifoso della Juventus. «McKennie», dice subito. «Deve ancora mostrare tutto il suo valore. Andrea Pirlo in lui ha visto un giocatore. Il mio terapista ha lavorato con Weston e mi ha detto che è davvero forte, è un carrarmato, molto disciplinato, determinato a crescere ogni giorno. Non credo che la Juventus abbia voluto fare solo un’operazione di marketing, per aprirsi agli Stati Uniti. Weston ha energia, nella fase di riconquista palla e ripartenza, lui può dare il suo contributo». Quando era piccolo, Messina non aveva molti amici che giocavano con lui a pallone: «Erano due, entrambi figli di immigrati. Tutti gli altri preferivano il baseball, il football, il basket. Adesso mi guardo attorno e vedo che tutti vogliono giocare a calcio, tutti lo fanno, il calcio è diventato cool e questo alla fine aiuterà a crescere ancora. E amo questa cosa, non solo da ameriocano, ma da persona che ha il sangue italiano».

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