Calcio Internazionale

Il Psg di Jean-Paul Belmondo

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Il grande attore francese fu decisivo nella prima fase della vita del club, nel 1973, sia con i propri soldi sia con la propria immagine...

La morte di Jean-Paul Belmondo è stata quella non soltanto di un grande attore del cinema francese, ma anche di un grande appassionato di sport: come praticante, soprattutto boxe, come spettatore (tutto, in particolare ospite fisso al Roland Garros), ma anche come imprenditore-finanziatore. Nell’amata boxe, a volte insieme all’amico-rivale Alain Delon e nel calcio. Si deve infatti a Belmondo e ad un gruppo di amici vip il fatto che il Paris Saint-Germain sia sopravvissuto e sia diventato, dopo vari cambi di proprietà, la squadra nel mondo con il maggior numero di campioni. Una storia molto interessante, che risale al 1970 quando il Qatar non comprava mezza Francia ma era ancora un protettorato britannico.

In quell’anno lo Stade Saint-Germain, storica squadra dilettantistica fondata nel 1904, raggiunge la promozione in D2, la nostra serie B, proprio quando questa categoria viene aperta anche a club non professionistici (lo rimarrà fino al 1993). Il club è sano e potrebbe anche salvarsi con tranquillità, il suo unico problema si chiama Paris FC. Che non è nemmeno un club, ma il progetto della FFF, cioè della federazione, per riportare a Parigi il grande calcio. Progetto che ha dalla sua parte la politica, in maniera trasversale, e anche una piccola dote, raccolta con una colletta popolare che ha avuto come testimonial anche vari artisti (non Belmondo).

Il sogno della federazione sarebbe quello di partire direttamente dalla D1, inventandosi una wild card o qualcosa del genere, ma la Lega si mette di traverso e così il club fantasma in teoria dovrebbe partire dalla D2. Ma a pochi giorni dal via del campionato 1970-71 non ha niente, nemmeno un giocatore. Per la FFF una figura tremenda, così viene in pratica imposta dall’alto la fusione fra il Paris FC e lo Stade Saint-Germain. Una fusione a suo modo storica, la prima e forse unica fra un club che non esiste ed uno che esiste. Cosa ci guadagna il club che esiste? Fondamentalmente una cosa: diventa di Parigi, con tutto quel che ne consegue. Sì, perché in questo caso Saint-Germain sta per Saint-Germain-en-Laye, piccolo comune qualche chilometro fuori dalla capitale. Niente a che vedere con Saint-Germain-des-Prés, quartiere di Parigi, come molti ancora credono.

Sta di fatto che il 26 giugno 1970 (anche se l’atto costitutivo è del 27 agosto) nasce il Paris Saint-Germain, che viene piazzato nel gruppo Nord della D2. Presidente è Pierre-Étienne Guyot, ma il club è di fatto governato da Guy Crescent, in quota Paris FC, e soprattutto da Henri Patrelle che rappresenta l’anima Saint-Germain. Il PSG viene subito identificato come squadra di potere, e del resto è stata proprio un’invenzione della federazione, e con grandi prospettive finanziarie, al punto che il primo colpo è nientemeno che Jean Djorkaeff, difensore della nazionale francese e da due anni padre del futuro campione del mondo Youri. Per farla breve: dopo essersi caricata di debiti la squadra vince la D2 e viene promossa nella massima serie.

A questo punto entra in scena Parigi, intesa proprio come città, che vuole essere coinvolta nel progetto. Il che si traduce nel ricoprire il PSG di soldi pubblici per i quattro anni successivi, in cambio dell’impegno a giocare al Parco dei Principi, all’entrata di rappresentanti del Comune nel consiglio di amministrazione e soprattutto alla permanenza in D1 che assicura ai politici e al loro carrozzone una visibilità notevole tutto l’anno. Patrelle diventa intanto presidente e pensa sempre più in grande, contando di avere dalla sua parte il Comune. Ma ha fatto male i suoi calcoli, perché Parigi si inventa una nuova condizione: il club deve chiamarsi Paris FC, non richiamare un nome che fa pensare ad un quartiere (in maniera oltretutto infondata) o peggio ancora ad un paesino. Niente cambio di nome, niente soldi pubblici. Il tradimento arriva anche da parte di federazione e lega, a cui importa solo di avere una squadra parigina in D1, non che questa abbia un’anima. E così nell’estate del 1972 va in scena una scissione, assurda almeno quanto la fusione di due anni prima: il Paris FC rimane nella massima categoria con i calciatori professionisti, il PSG riparte (o meglio, si ricongiunge con la squadra riserve) dalla terza con i dilettanti.

La promozione in D2 arriva al primo colpo e nel 1973 entra in scena Daniel Hechter, all’epoca giovane ma già ricchissimo stilista (negli anni Sessanta è stato fra i primi a lanciare la moda militare), sempre in cerca di visibilità e pieno di amici famosi ed inseguiti dai giornalisti: fra questi l’editore Francis Borelli, futuro presidente del club, e soprattutto Jean-Paul Belmondo, che entrano come soci finanziatori e sono convinti che la vera squadra di Parigi diventerà il PSG, nonostante la maggioranza dei tifosi sia rimasta con il Paris FC in D1. Come direttore tecnico arriva nientemeno che Just Fontaine, fra l'altro grande amico di Belmondo, ed è subito chiaro che il capocannoniere del Mondiale 1958 sarà di fatto l’allenatore, con Vicot a fare da prestanome.

La stagione 1973-74 è piena di litigi fra le due anime della società, che si risolveranno con l’addio di Patrelle e il potere tutto in mano ad Hechter ed ai suoi amici vip. Che arrivano ad una insperata, in tempi così brevi, promozione in D1, dopo lo spareggio con il Valenciennes. Il PSG non retrocederà mai, almeno fino al 2022. Quasi in contemporanea il Paris FC invece retrocede in D2: un’umiliazione totale per federazione, lega e comune di Parigi, una grande vittoria per Hechter e Belmondo, all’epoca legato a Laura Antonelli, che dopo qualche mese lascia per i troppi impegni, personali e finanziari.

Lascia ma dopo avere dato un grande apporto alla causa con i suoi soldi e la sua immagine, perché nel 1974 il PSG è tutt’altro che una squadra di potere, è anzi la dimostrazione del fallimento di operazioni troppo artificiali suggerite dall'alto. Lo stesso PSG stellare di adesso ha avuto bisogno di anni, prima di entrare nel sentimento popolare. Se dopo tanti altri ribaltoni societari si è arrivati a Neymar, Mbappé, Messi, eccetera, è perché in quella prima fase uomini come Belmondo ci hanno messo soldi senza avere bene idea di dove finissero e senza avere ovviamente business plan o cose del genere. Non è quindi vero che Jean-Paul Belmondo sia stato fra i fondatori del PSG, ma certo lo ha aiutato ad emergere quando era in difficoltà.