Giornale di critica e di politica sportiva fondato nel 1912

Un'Italia da Wembley© Getty Images

Un'Italia da Wembley

La finale di Euro 2020 fra la Nazionale di Mancini e l'Inghilterra di Southgate, con il fascino della possibile impresa anche nella versione moderna dello stadio più famoso del mondo. Come il 14 novembre 1973...

Stefano Olivari

10 luglio

  • Link copiato

La finale di Euro 2020 fra Italia e Inghilterra ha un riferimento storico scontato, anche se il 14 novembre 1973 si giocò nel vecchio Wembley, quello sportivamente morto nel 2000 e risorto in altra forma nel 2007. L'amichevole fra l'Italia vicecampione del mondo di Ferruccio Valcareggi ed i maestri inglesi, così venivano ancora chiamati, di Alf Ramsey, fu tra due squadre con stati d'animo ben diversi: gli azzurri si erano infatti qualificati per il Mondiale dell'anno successivo in Germania Ovest, primi in un girone con Turchia, Svizzera e Lussemburgo, mentre gli inglesi erano stati eliminati dall'emergentissimna Polonia di Tomaszewski, Lato, Deyna, eccetera, e decisivo era stato il pareggio strappato dalla squadra di Gorski un mese prima, proprio a Wembley, nella notte che creò il mito di Tomaszewski.

L'usanza dell'epoca era però quella di esaltare il valore degli avversari e così per settimane si parlò delle marcature sui giganti, ma oggi la loro altezza sarebbe normalissima, Osgood, Channon e Clarke. L'Italia non aveva mai vinto a Wembley e del resto soltanto qualche mese prima aveva battuto l'Inghilterra per la prima volta nella storia, 2-0 al Comunale di Torino con gol di Anastasi e Capello, così quel mercoledì sera, erano le 20.45 ora italiana, davanti al Programma Nazionale (l'odierna Rai 1) c'erano davvero quasi tutti gli italiani. Formazione recitata dall'1 all'11: Zoff, Spinosi, Facchetti, Benetti, Bellugi, Burgnich, Causio, Capello, Chinaglia, Rivera, Riva. In panchina Castellini, Sabadini, Zecchini, Furino, Re Cecconi, Bigon, Boninsegna, Pulici.

In quel calcio con meno partite e coppe europee di dimensioni umane le occasioni per frequentare i grandi stadi ereano minori ed infatti soltanto uno degli azzurri aveva già giocato a Wembley: ovviamente Gianni Rivera, nella finale di Coppa dei Campioni di dieci anni prima, vinta dal Milan sul Benfica. Un'altra curiosità è che quel giorno c'erano state le nozze fra la principessa Anna, unica figlia femmina della Regina Elisabetta, e Mark Phillips, con il popolo inglese in festa: inconcepibile oggi una sovrapposizione mediatica di questo tipo. Da ricordare anche che l'Inghilterra calcistica in quei giorni era sì triste ma sotto sotto sperava in un ripescaggio mondiale, dopo il clamoroso ritiro dell'Unione Sovietica dallo spareggio con il Cile: ma non era colpa del Cile, almeno dal punto di vista calcistico, ed i sogni inglesi sarebbero rimasti sogni pur con Stanley Rous presidente della FIFA. 

La partita, al di là del celeberrimo gol di Capello a cinque minuti dalla fine dopo che Shilton aveva respinto un tiro di Chinaglia, è curiosamente ricordata come una grande prova difensiva degli azzurri. Ma in realtà Zoff fu il migliore in campo, con almeno tre parate clamorose (iconica quella su Currie) ed una grande quantità di interventi per lui, all'epoca il miglior portiere del mondo, normali. Facchetti faticò su Channon, Spinosi su Clarke e Bellugi se la cavò un po' meglio, anzi molto meglio, su Osgood. Centrocampo fantasma, con solo un discreto Rivera a cercare il contropiede per il peggior Gigi Riva mai visto in Nazionale e una sola occasione, fallita da Riva, fino appunto a quella del gol. Impresa dell'Italia e del calcio all'italiana, sia pure in un'amichevole. Nel 2021 tutta un'altra storia, ma quello spirito di conquista dell'ignoto un po' è rimasto anche in un'epoca in cui siamo convinti di sapere tutto e di avere visto tutto. 

Condividi

  • Link copiato

Commenti

Leggi Guerin Sportivo
su tutti i tuoi dispositivi