Calcio Internazionale

La riunificazione di Lothar Matthäus

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L'ex fuoriclasse compie 60 anni e da 10 è di fatto fuori dal calcio. Ma questo non impedisce di celebrarlo come il più grande simbolo dello sport tedesco nei periodi prima e dopo il 1990. Che per lui significò anche Mondiale e Pallone d'Oro...

Lothar Matthäus sembra sempre Lothar Matthäus, un po’ alla Gianni Morandi, però gli anni sono diventati sessanta e si devono celebrare. Non con le statistiche trovabili ovunque sul web, comprese quelle clamorose su mogli e fidanzate, ma con ciò che ha rappresentato per la Germania questo campione che con la maglia della sua nazionale ha giocato più partite di tutti, 150, e quasi sempre da protagonista.

Mediano di quelli di una volta e a fine carriera buonissimo libero, passando per le caselle del regista e del rifinitore, Matthäus è stato come nessuno il simbolo di ben due decenni di calcio tedesco, gli Ottanta dell’Ovest ed i Novanta della Germania riunificata, protagonista fin quasi a 40 anni (memorabile la finale di Champions del 1999 che il Bayern Monaco perse contro il Manchester United dopo la sua uscita dal campo a 10 minuti dalla fine, sull'1-0). E da ex fuoriclasse ha confermato il luogo comune sulla difficoltà di reinventarsi come allenatore di giocatori ritenuti non alla propria altezza. Tanto è vero che non ha una panchina dal 2011, cioè da quando fu esonerato come commissario tecnico della Bulgaria. Poi ci sono le eccezioni, ed in Germania c’è quella enorme di Beckenbauer che guidò Matthäus alla conquista del Mondiale del 1990 in Italia, con i tedeschi versione Ovest, ma si chiamano eccezioni non a caso.

La sua carriera ci dice una volta di più che cosa fosse il calcio italiano degli anni Ottanta e Novanta: un posto in cui arrivavano campioni già affermati, in certi casi campionissimi, ma che nella nostra Serie A facevano un ulteriore salto di qualità cambiando status: da Platini a Zidane, passando per Van Basten, Gullit e addirittura (per certi versi) Maradona e Ronaldo, anche i più grandi trovavano in Italia una nuova dimensione. E così fu per Matthäus all’Inter, che lo prese a 27 anni quando aveva vinto tre volte la Bundesliga e giocato due Mondiali con la Germania Ovest, il secondo quello del 1986 con la celeberrima marcatura di Maradona nella finale. Un’operazione, quella del club di Ernesto Pellegrini, che ebbe meno eco mediatica di quella relativa a Rummenigge nel 1984, ma che si sarebbe rivelata molto più produttiva.

Matthäus era stato uno dei primi giocatori chiesti da Trapattoni nel 1986, quando iniziò ad allenare l’Inter dopo 10 anni sulla panchina della Juventus: pensava al Matthäus mediano, chiaramente, ma in ogni caso il Bayern Monaco non aveva intenzione di cederlo e cambiò idea soltanto due stagioni dopo, in seguito alla delusione per la finale di Coppa Campioni persa con il Porto di Futre e a qualche problema finanziario causato da gestioni più allegre di quella attuale. Senza contare il fatto che Matthäus era soggetto a problemi muscolari: meglio venderlo bene a 27 anni, in questa logica, che svenderlo a 28. L’operazione fu conclusa a metà del 1987-88, nella prospettiva dell’allargamento da due a tre stranieri. I due dell’Inter erano in quel momento Passarella e Scifo e per la stagione successiva Pellegrini disse di puntare su Scifo, Matthäus e su un altro colpo, individuato nell’algerino Madjer, un altro dei campioni del Porto 1987.

L’ufficialità della firma di Matthäus arrivò il 21 aprile del 1988: 5 miliardi e 400 milioni di lire per il Bayern, 850 milioni netti a stagione, fino al 1991, per il giocatore. E un mese dopo l’Inter fece con il Bayern un altro affare, acquistando Andreas Brehme per poco meno di 2 miliardi. Salutato Scifo e saltato dopo le visite mediche l’acquisto di Madjer, il terzo straniero nerazzurro 1988-89 sarebbe diventato Ramon Diaz. Per uno scudetto stravinto con il miglior Matthäus di sempre.