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Neymar e il gran rifiuto di Pelé

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Con la tripletta al Perù l'attaccante del PSG ha superato Ronaldo nella classifica marcatori del Brasile e adesso davanti ha solo il vincitore di tre Mondiali. Che però rinunciò ad almeno 3 anni di nazionale... 

Neymar con i tre gol segnati al Perù è diventato il secondo marcatore di sempre del Brasile, dietro soltanto a Pelé. 64 gol in 103 presenze (media gol 0,63 a partita) per l’attaccante del Paris Saint-Germain, 77 in 92 (media 0,84) per il tre volte campione del mondo. Neymar ha superato Ronaldo ed i suoi 62 gol in 98 presenze (media 0,62) e non è certo impossibile che superi Pelé, vista la maggiore frequenza delle partite delle nazionali dei nostri tempi e visto che ha soltanto 28 anni. Arrivando in buone condizioni al terzo Mondiale della sua carriera, nel dicembre 2022, Neymar può farcela. Ci fermiamo qui con i numeri e ci poniamo una domanda non banale, per chi è appassionato di calcio: perché Pelé lasciò la nazionale a nemmeno 31 anni, nel 1971, quando fra Santos e Cosmos sarebbe andato avanti a giocare, e anche bene, fino al 1977? Parliamo di tempi in cui la nazionale era decisiva per la popolarità anche di un fuoriclasse, mentre invece oggi l’interesse dei media e del pubblico è più rivolto all’attività di club.

Facciamo qualche passo indietro. Pelé gioca l’ultima partita ufficiale, per quanto amichevole, con la maglia del Brasile il 18 luglio 1971, contro la Jugoslavia. Ritiene di avere dato alla Selecão tutto il possibile, ha in testa la carriera politica e anche quella di attore, ma soprattutto il Mondiale del 1974 è lontano in un’epoca in cui gli atleti di 31 anni sono considerati vecchi. Pelé continua comunque a giocare nel Santos ed entra in quella modalità autocelebrativa che tutto sommato dura ancora oggi: inaugura monumenti (nel senso proprio di statue in piazza) a sé stesso, pubblicizza ogni genere di prodotti, partecipa ad eventi anche extracalcistici, dice ad ogni interlocutore ciò che l'interlocutore vuole sentirsi dire. Nel 1973 guadagna l’equivalente in lire di 400 milioni, in pratica il quadruplo del calciatore italiano più pagato, Riva, e questo ben prima di svoltare con gli anni a New York. Insomma, Pelé sta benissimo anche senza nazionale, ma non vale il contrario. Ed è inevitabile la campagna di stampa per convincere Mario Zagallo, in quegli anni ancora Zagalo, a convocarlo per il Mondiale del 1974 in Germania. Ci saranno Germania Ovest e Olanda, Beckenbauer e Cruijff, emblemi del calcio del presente, tutto il pianeta vorrebbe vedere la loro sfida con il Brasile di Pelé.

Tutto il mondo tranne Pelé, che nonostante la disponibilità del commissario tecnico, suo vecchio compagno nella Selecão campione del mondo 1958 e 1962, si chiama fuori e dichiara che in Germania ci andrà soltanto come opinionista. In realtà ci andrà anche come uomo immagine di… Pelé, visto che con il supporto di diversi sponsor sarà fra i protagonisti della cerimonia inaugurale il pomeriggio di giovedì 13 giugno al Waldstadion di Francoforte, quando al centro del campo Uwe Seeler gli consegna una statuetta commemorativa. Poco dopo Brasile e Jugoslavia entrano in campo per la prima partita del torneo, che finirà 0-0 e sarà decisiva perché il Brasile terminerà il gruppo da secondo dietro alla squadra di Miljanic. Pelé rimarrà in Germania a dire la sua sul torneo ed il Brasile farà bene, perdendo però con l’Olanda nel girone di semifinale in una partita di enorme intensità: peccato non avere visto in campo insieme in un Mondiale Pelé e Cruijff.

Il brasiliano continua comunque nel suo lunghissimo e annunciato addio al calcio con una serie di amichevoli con il Santos in giro per il mondo e poi il 3 ottobre l’addio lo dà davvero, dopo un non memorabile Santos-Ponte Preta. Non sarà un addio, perché l’anno dopo Pelé firmerà con i New York Cosmos e per tre stagioni sarà la stella della NASL, raggiunto poi ai Cosmos da Chinaglia, Beckenbauer e dal vecchio compagno, anche nel Santos, Carlos Alberto, capitano nel Brasile del 1970. Negli anni americani guadagnerà come nel resto della carriera messo insieme, ma soprattutto sfrutterà pienamente le sue potenzialità come icona globale.

Tornando al Mondiale 1974, perché Pelé disse di no ad un’intera nazione che lo voleva in campo? 25 anni dopo, in un’intervista a Bandeirantes TV, spiegherà di essersi tirato indietro in segno di protesta contro il regime militare al potere in Brasile, ma quel regime c’era dal 1964 e Pelé aveva partecipato senza problemi ai Mondiali del 1966 e del 1970, nel secondo caso addirittura senza protestare per l’esonero tutto politico di João Saldanha, l’allenatore-giornalista che aveva costruito quella squadra e che fu costretto a cederla a Zagallo. Più credibile la versione della sua antipatia per João Havelange, presidente della federazione brasiliana che proprio poco prima del Mondiale del 1974 diventa presidente della FIFA scalzando l’inglese Stanley Rous. Havelange vuole nella sostanza mettere le mani, per interposta federazione, sull’azienda Pelé, proprio alla nascita dell’era del marketing sportivo, e Pelé non è ovviamente d’accordo. Questa seconda versione è forse la più credibile, anche perché esiste una lettera di Pelé alla CBD (poi smembrata e oggi CBF) in cui in politichese il campione ringrazia per l’invito ma dice che ormai al Brasile ha vinto tutto e che è ora di voltare pagina come uomo.

Esiste anche una terza versione, più calcistica, e cioè che Pelé per rispondere presente abbia chiesto a Zagallo di riproporre quasi la stessa squadra del 1970, a partire da Carlos Alberto. Fra infortuni, età e legittimo orgoglio di Zagallo la cosa non è però possibile nemmeno se a chiederla è il grande Pelé. Certo il suo record di gol in nazionale sembrava imbattibile, ma non è a forza di triplette al Perù che Neymar, comunque nel cuore dei brasiliani come Pelé e per certi versi anche di più, prenderà il suo posto nella storia del calcio.