Calcio Internazionale

L'Irlanda di Jack Charlton

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L'allenatore della squadra rivelazione di Euro 1988 e poi di due Mondiali è stato uno dei pochi inglesi, forse l'unico, capace di farsi amare a Dublino...

Jack Charlton è stato un eccellente difensore, nel Leeds United e nella nazionale inglese campione del mondo 1966 (entrò in quel gruppo a 30 anni), ed ha anche allenato con buoni risultati Middlesbrough e Shieffield Wednesday (meno buoni quelli con il Newcastle), ma è chiaro che per la maggior parte degli appassionati di calcio viventi il fratello di Bobby è stato soprattutto l’allenatore di una Irlanda straordinaria, non come spettacolarità del gioco (se ne può comunque discutere) ma in rapporto alla sua storia calcistica.

Mai infatti prima di lui l’Irlanda si era qualificata alla fase finale di un Mondiale o di un Europeo, sempre ricordando che i posti a disposizione erano molti meno rispetto a quelli di oggi. I verdi erano andati vicini alla partecipazione proprio ad Inghilterra 1966, il Mondiale del trionfo dei Charlton, ma avevano perso lo spareggio contro la Spagna di Luisito Suarez. Era l’Irlanda che aveva come leader tecnico il grande Johnny Giles, compagno di Jack Charlton nel Leeds, ma che alla fine come le altre Irlande le grandi competizioni le aveva viste in televisione. Addirittura invidiando l’Irlanda del Nord che nel 1986, all’inizio dell’avventura di Charlton a Dublino, si era già qualificata a tre Mondiali.

La prima innovazione portata da Charlton fu in realtà un ritorno al passato. Inutile scimmiottare il gioco continentale, sostenne, soprattutto quando non si hanno centrocampisti dai piedi buoni, meglio arrivare nel più breve tempo possibile vicino all’era avversaria. Dal numero di palloni buttati in avanti sarebbero nate percentualmente più occasioni da gol che facendo passare la palla dai piedi di un regista o comunque da un giocatore non dinamico. Inoltre Charlton non si fece problemi a convocare giocatore nati e cresciuti in Inghilterra, inglesi a tutti gli effetti ma con qualche avo irlandese: Hughton, Morris, McCarthy, McGrath, Houghton (nato in Scozia), Aldridge, Galvin, Cascarino, Kelly, Sheedy (lui anche gallese), Peyton, Byrne, Sheridan, solo ricordando la rosa di Euro 1988: ben 13 convocati su 20 non erano un prodotto del calcio irlandese. Va detto che anche prima di Charlton questo ricorso all’avo irlandese non mancava, ma con lui l’operazione divenne massiccia ed una delle principali critiche che gli veniva mossa dai media irlandesi non era che lui fosse inglese, bensì che convocasse inglesi che se avessero potuto scegliere avrebbero giocato nell’Inghilterra.

Comunque tutto scomparve di fronte alla qualificazione per l’Europeo in Germania Ovest, con fase finale a 8 squadre e quindi qualche leggera difficoltà in più nell’arrivarci rispetto al 'cani e porci' di oggi. Vincitrice in un gruppo che comprendeva Belgio, Bulgaria e Scozia, cioè tre squadre che erano appena state al Mondiale in Messico, l’Irlanda non si accontentò. Era ancora l’Irlanda di Brady e Stapleton, ma Brady era infortunato ed inoltre Charlton perse per infortunio anche una colonna come Mark Lawrenson. L’esordio fu con l’ottima Inghilterra di Bobby Robson, il cui maggior talento fu annullato da marcature attentissime e dal gol di Houghton. 1-1 contro la pompatissima Unione Sovietica di Lobanowski e qualificazione alle semifinali sfumata per il gol di Kieft a 8 minuti dalla fine di una partita puramente difensiva, con perdite di tempo da Copa Libertadores, che mandò avanti l’Olanda, che poi quel torneo lo vinse anche.

Il calcio dell’Irlanda di Charlton non fece gridare al miracolo, altro non era che una versione da battaglia del 4-4-2 all’inglese, ma i risultati sì. L’Eire si qualificò a Italia ’90 insieme alla Spagna, in un girone che comprendeva anche Ungheria e Irlanda del Nord. Al Mondiale ancora l’Inghilterra e l’Olanda nel girone, come all’Europeo, più l’Egitto. 1-1 con gli inglesi a Cagliari, al Sant’Elia, uno squallido 0-0 con l’Egitto a Palermo e ancora a Palermo un’eroica rimonta con l’Olanda: il gol di Quinn mandò addirittura avanti l’Irlanda come seconda, condizionando tutto il Mondiale (in teoria nei quarti ci sarebbe dovuto essere Italia-Olanda o Italia-Inghilterra). Negli ottavi di finale, a Genova, ma dopo avere incontarto Giovanni Paolo II in Vaticano, un’altra partita di anticalcio ma qualificazione ai rigori, con quello decisivo reliazzato da David O’Leary: per molti irlandesi ‘il momento’ per eccellenza del loro calcio, tipo per noi l’urlo di Tardelli. Poi onorevole uscita nei quarti contro l’Italia di Vicini all’Olmpico, evitabile gol di Schillaci nell’ultima nostra notte magica. Raramente una squadra con così poca qualità era arrivata nelle prime otto del mondo, ma Charlton aveva dato a quel gruppo di livello medio-basso un’identità, una direzione, un cuore. Al ritorno a Dublino centinaia di migliaia di persone, c’è chi dice un milione, accolsero una nazionale che non praticava calcio champagne ma che aveva dato il 100%.

Il terzo periodo magico dell’Irlanda di Charlton al Mondiale 1994, dopo essere uscita viva da un girone di qualificazione con Spagna, Danimarca e Irlanda del Nord. Charlton coinvolse Gary Kelly, Babb e McAteer e nella partita d’esordio sorprese l’Italia di Sacchi al Giants Stadium, 1-0 con gol di Houghton. Poi sconfitta con il Messico e un pareggio con la Norvegia che relegò gli azzurri al terzo posto e mandò l’Irlanda chiudere il suo Mondiale agli ottavi contro l’Olanda. Ma la vittoria più grande per Charlton sarebbe stata il Freedom of the City, l’alta onoreficenza di Dublino che in quasi 150 anni di storia è stata assegnata a 82 volte e sempre a personalità di spessore mondiale. Dopo Madre Teresa di Calcutta toccò proprio a Charlton, che avrebbe avuto come successore Bill Clinton. Aveva lasciato nel cuore degli irlandesi molto più che lanci lunghi a cercare le punte.