Calcio Internazionale

La seconda vita di Bobby Charlton

Ottant'anni sono tanti. Per un mito come sir Bobby Charlton, che li ha appena compiuti, sono tantissimi visto che avrebbe potuto chiudere la sua esistenza a ventuno, il 6 febbraio 1958, quando il disastro aereo di Monaco di Baviera distrusse il Manchester United di Matt Busby. Morirono 8 giocatori, fra i quali il grande Duncan Edwards (dopo due settimane di agonia), 8 giornalisti e altre 7 persone, senza contare i feriti gravi e chi pur riprendendosi non avrebbe più giocato a calcio, come Jackie Blanchflower. Pur non essendo amanti di questo tipo di retorica, perché un giocatore del Torino o della Chapecoense vale come un geometra o un panettiere, bisogna dire che la tragedia di Monaco è stata sempre ricordata in modo molto sobrio (la parte del museo dell'Old Trafford ad essa dedicata è limitata a qualche ritaglio di giornale e a un video) e che Charlton per primo ne ha sempre parlato pochissimo, presenziando alle commemorazioni ma evitando di sporcare con le parole un ricordo che per lui ha rappresentato una prima morte, o se vogliamo l'inizio di una seconda vita da calciatore di successo e poi da ex calciatore di professione, uomo immagine di tante candidature fallite (tipo il Mondiale 2006) ma anche dei Giochi Olimpici 2012: negli ultimi quattro decenni ha in sostanza soltanto interpretato la parte di Bobby Charlton, ma lo ha fatto bene e senza mai cadere nella tentazione di fare l'ex del genere 'ai miei tempi'. A Monaco la sua fortuna fu quella di non rimanere intrappolato nell'aereo, durante quel fallito decollo, ma di essere in pratica sparato fuori dopo lo schianto. Dei giocatori superstiti sono rimasti in vita ormai soltanto lui e il più anziano (di 5 anni) Harry Gregg: il portiere nordirlandese, rimasto quasi illeso, fu quello che prestò i primi soccorsi ai compagni ed il primo volto che Charlton vide quando credeva di essere ormai morto. Gregg non era in campo tre settimane prima in Nord Irlanda-Italia 2-1 (aveva però giocato all'andata), la partita che segnò l'eliminazione degli azzurri nel girone di qualificazione mondiale, ma ridiventò titolare in Svezia vincendo anche il Guanto d'Oro come miglior portiere della manifestazione, con la sua squadra splendidamente ai quarti perdendo con la Francia di Kopa e Fontaine. Quello fu anche il primo dei quattro Mondiali giocati da Charlton con l'Inghilterra: recupero miracoloso e grande carriera con mille vittorie più la gemma del 1966. La sua seconda vita non se l'è giocata male.