Calcio Giovanile

Siamo un popolo di sportivi. Da divano...

Inguaribili sportivi da salotto. O, se preferite, da bar. La sostanza non cambia. In Italia lo sport, e il calcio in particolare, occupa i nostri pensieri quotidiani. Ma a una bella corsa nel parco o a una sana partitella fra amici, preferiamo interminabili discussioni sull'arbitro cornuto che non dà questo o quel rigore, sull'allenatore incapace che non azzecca la formazione, sul giornalista in malafede per un 5 in pagella al nostro giocatore preferito… e così via. Primi nello sport "chiacchierato", ultimi nello sport praticato. Della materia sportiva in senso stretto, conosciamo poco o niente. Di nostro figlio e/o figlia, ci interessa che diventi un campione, meglio se strapagato. Ma ignoriamo regole e peculiarità dello sport che pratica. Vietato parlare di "cultura sportiva", in Italia. Peggio che essere tacciati di bigottismo. Largo alla polemica, alla protesta d'ufficio, ai titoli urlati, agli insulti razzisti, all'entrata (verbale e fisica) violenta. È così da sempre. Scendiamo tutti in campo, ogni week end. Sbagliando però l'approccio. Semplicemente perché, duole dirlo, dello sport crediamo di sapere tutto o quasi. E invece ignoriamo tutto. O quasi. Giornalisti, dirigenti, allenatori, scuola, governanti: sul banco degli imputati c'è posto per tutti, nessuno escluso. Perché lo sport, vissuto così, non fa bene alla salute del corpo e dello spirito. Al contrario, fa malissimo. Ed è una grande occasione sprecata. Inutile girarci attorno: o qualcosa cambia, e ognuno di noi fa la sua parte in questa effettiva svolta, oppure la deriva proseguirà. Come accade da anni, non da un giorno o da una settimana. L'articolo di Enrico Landoni, sulla questione, è illuminante.

Gianluca Grassi

Occorre una nuova politica dello sport* «C'è un fatto che contraddistingue la situazione dello sport oggi in Italia ed è l'inadeguatezza degli sforzi finora attuati per la promozione dell'educazione fisica e sportiva che è fondamento di elevazione materiale ed etica dei cittadini. A queste insufficienze fa acceso contrasto l'ampiezza di mezzi di cui dispone lo sport professionistico. Alla ricchezza finanziaria (…) si accompagnano inoltre formidabili strumenti di suggestione (…). Il risultato è la diffusa tendenza a confinare lo sport in una prospettiva sempre più lontana». Nulla di più esatto e puntuale per fotografare e descrivere l'attuale grado di sviluppo della cultura sportiva nel nostro Paese. Peccato però che l'autore di quest'analisi non sia, per così dire, un osservatore contemporaneo, trattandosi del celebre arbitro di calcio Concetto Lo Bello, deputato democristiano dalla sesta alla nona legislatura, scomparso nel 1991, e che la citazione si riferisca alla relazione introduttiva a una proposta di legge illustrata a Montecitorio addirittura nell'aprile del 1973, eppure ancora quanto mai attuale. Il che significa quindi che nel corso degli ultimi quarant'anni davvero poco è stato fatto sul fronte di una autentica cultura sportiva. A dimostrarlo, d'altra parte, mettendo bene in evidenza tutti i limiti della nostra identità sportiva e le gravissime conseguenze prodotte dalla mera spettacolarizzazione, a uso e consumo delle pay tv, dei grandi eventi sportivi, sono i dati del rapporto Eurispes pubblicati sulle pagine di questo giornale il 31 gennaio scorso e la stucchevole polemica divampata tra il presidente del Coni, Giovanni Malagò, e il vicedirettore generale della Rai, Antonio Marano, sulla questione dei diritti televisivi inerenti i Giochi Invernali acquisiti da Sky per 155 milioni di euro, cifra fuori budget per il servizio pubblico. Proprio la ricorrenza olimpica diventa così l'occasione utile per tornare a riflettere sui tratti distintivi dello sport italiano e sul profilo di colui il quale si definisce o è definito "sportivo", in mancanza di una vera discussione pubblica sul tema, rispetto a cui il silenzio e il disinteresse della politica appaiono oggi imbarazzanti, gravi, ma non sorprendenti. Basti infatti pensare che in questi settant'anni di storia repubblicana, il Parlamento, oltre ad avere individuato nel Coni il "supplente titolare" delle politiche di sostegno al settore, rinunciando così alle proprie prerogative e a un diretto ruolo di indirizzo, soltanto in una occasione ha scelto di promuovere un'adeguata iniziativa di indagine e analisi. È accaduto esattamente quarant'anni fa, a cavallo fra il 1973 e il 1974, in occasione della "Indagine conoscitiva sulla situazione e sulle prospettive dello sport in Italia", che, promossa dalla Commissione Interni della Camera, presieduta dal socialdemocratico Antonio Cariglia, rappresenta quindi una sorta di unicum nella storia dell'Italia contemporanea. Davvero tante furono allora le personalità augite a Montecitorio: il sempreverde Onesti, i presidenti di federazione e degli enti di promozione sportiva, i rappresentanti degli enti locali, alcuni atleti e diversi giornalisti, tutti a denunciare la sostanziale assenza dello Stato, lo strapotere del Coni e l'esigenza di una nuova missione educativa, volta a promuovere anzitutto l'esercizio fisico, inviso ai tanti sportivi da salotto o da telecomando. Grazie soprattutto all'illuminante contributo di Giampaolo Ormezzano, all'epoca direttore di "Tuttosport", si giunse così alla prima ufficiale teorizzazione del binomio sport-benessere, da noi oggi assunto come dato incontrovertibile, che tale però non era quarant'anni fa. Ne è quindi seguita una reinterpretazione in chiave sempre più soggettiva del principio "lo sport per tutti", portata poi alle estreme conseguenze dalla cosiddetta rivoluzione del wellness, che divampata nel corso degli anni Novanta, ha fatto della pratica sportiva un'attività di carattere spiccatamente individualistico e ad alto contenuto estetico e, proprio per questo, dotata di un valore aggiunto spendibile sul fronte mediatico-commerciale. Ad appesantire il quadro, sul piano scientifico-culturale, ha poi contribuito il sostanziale fallimento dei corsi di laurea in Scienze Motorie, che sono nati ormai quindici anni fa privi di quella solida vocazione tecnico-pedagogica propria degli Isef e di una necessaria centralità delle discipline umanistiche. Che fare, allora? Anzitutto rifiutare una volta per tutte il pregiudizio gentiliniano davvero duro a morire, per cui lo sport è una sorta di ramo secco, di attività esclusivamente pratica, e quindi di rango inferiore a quello delle attività intellettuali e speculative. Ridefinire di conseguenza gli ordinamenti accademici e investire sul bagaglio culturale, oltre che tecnico-specialistico, dei futuri professionisti dello sport, meritevoli peraltro del presidio deontologico ed economico di un nuovo specifico ordine professionale. Occorre puntare, poi, sull'effettiva estensione dei progetti di alfabetizzazione motoria a tutte le scuole elementari del Paese ed esigere infine dal mondo della comunicazione un nuovo approccio allo sport, facendone conoscere al grande pubblico non solo le stelle con i relativi ingaggi, ma anche e soprattutto le regole, la storia e gli specifici tratti distintivi. Così finalmente forse il divano cesserà di essere lo sport più popolare e praticato nel Paese. * articolo di Enrico Landoni, docente di Storia e Legislazione dello Sport presso la Scuola di Scienze Motorie dell'Università degli Studi di Milano, pubblicato su Avvenire di domenica 23 febbraio 2014