Calcio Giovanile

Tragedia di Almere - Follia non isolata

Sarebbe un gravissimo errore archiviare l'omicidio di Almere (Olanda), dove un papà-guardalinee (dirigente del Buitenboys) è stato massacrato di botte da alcuni giocatori nel corso di una gara giovanile, come una "tragedia della follia". Certo, è folle il gesto di ragazzi di 15-16 anni che si accaniscono per futili motivi contro una persona fino a ucciderla con calci e pugni. Ma non parliamo di episodio isolato, di "branco selvaggio" uscito da chissà, di "morbo" che ha improvvisamente sconvolto l'apparente quiete di una normale periferia olandese. Non nascondiamo la testa sotto la sabbia. Chi come me frequenta ogni weekend i campionati giovanili che animano piccolo e grandi campetti della periferia italiana, sa bene come certe esplosioni di violenza rappresentino la normalità. Non la straordinarietà. Questa volta c'è scappato il morto, ecco la differenza. Ma mi è capitato più di una volta di dover chiamare i carabinieri per riportare la calma sulle tribune e negli spogliatoi. Per ricondurre alla ragione genitori impazziti davanti a un rigore non concesso, a un gol subito in fuorigioco o a un fallo non fischiato ritenuto invece da cartellino giallo, se non addirittura rosso. Oppure per calmare allenatori o dirigenti avversari che di fronte alla sconfitta (il più delle volte meritata) ipotizzano chissà quali complotti a loro danno o chissà quali connivenze fra arbitro e società avversaria. Per non parlare di ragazzini dalla faccia tosta che a 12-13 anni ti guardano dritto negli occhi, con aria da sfida, e al minimo appunto ti seppelliscono sotto una valanga di "vaffa", di offese, di insulti di ogni genere. Gente aggrappata alle reti, come bestie allo zoo. Papà e mamme che ti inseguono fin davanti alla macchina per apostrofarti come il peggior criminale della storia. Magari solo perché sei il "fottutissimo" dirigente della squadra che ha battuto quella del loro figlio, ovviamente "rubando". Questa, piaccia o non piaccia sentirselo dire, è l'ordinaria realtà. Ancora lontana, molto lontana, dai buoni sentimenti, dalle campagne di sensibilizzazione, dai propositi di formazione-educazione e dai progetti di fair play che noi giornalisti ci sentiamo spesso esporre nei "mielosi" convegni organizzati solo per giustificare (e gonfiare) budget e note spese di Federazioni, Leghe, Comitati, Divisioni e chi più ne ha ne metta. «Qualcosa deve essere fatto, perché non ci sono parole» ha commentato il tecnico dell'Ajax Frank de Boer. No, caro Frank. Le parole ci sarebbero. Solo che non si possono più pronunciare. Come ha spiegato bene un collega giornalista olandese: «Se mi azzardo a scrivere su Twitter che la tal squadra ha segnato un bel gol, dopo cinque minuti mi arrivano quaranta insulti». È successo anche qui, sul sito del Guerin Sportivo, una quindicina di giorni fa, proprio riguardo a un pezzo in cui denunciavo il clima di violenza che si respira nei campionati dilettanti. Il pretesto per offendermi? Una foto, una banalissima foto che accompagnava il pezzo (scelta a caso fra le tante nel nostro archivio) e che ritraeva le proteste di un giocatore della Juventus nei confronti dell'arbitro Rizzoli. «Ecco il solito anti-juventino in malafede… giornalista di m… vergogna del giornalismo sportivo… stampa bastarda…». Il contenuto del pezzo? Assolutamente ignorato (non da tutti, per fortuna). Ma ho preferito toglierlo (riproponendolo nella sezione "Spring") per non legittimare l'arena sanguinolenta che aveva scatenato. Vedete? Le parole ci sarebbero… Ma il punto è proprio questo: anche a noi, che pure potremmo (e dovremmo) denunciare, viene impedito di parlare. In nome di una violenza animalesca e di una follia che usa il calcio, e l'impropria "fede" che ne deriva, per trovare insano sfogo. Fino alle estreme conseguenze. E ci scandalizziamo del morto? Ma per favore... Gianluca Grassi