Ballack, un principe mai diventato re

Uno dei migliori centrocampisti di tutti i tempi compie 50 anni: tantissime finali, ma nessun grande trofeo
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Ballack, un principe mai diventato re
© Getty Images

Pietro Santercole/EdipressPietro Santercole/Edipress

Pubblicato il 26 settembre 2026, 12:03 (Aggiornato il 27 set 2026 alle 08:19)

Classe in classi. Vuoi per volere supremo degli dei del calcio, vuoi per quelle nidiate di talenti che emergono quasi a esplodere anticipatamente nei settori giovanili bruciando le tappe per il loro sconfinato talento visibile sin dai primi calci, il football ha sempre avuto tanti top player annidati in un anno specifico. La classe 1972 è piena di fuoriclasse: da Zidane a Rivaldo, passando per Luis Figo e Nedved, tutti accomunati dall’aver vinto il Pallone d’Oro, a cui si potrebbero aggiungere serenamente Rui Costa e Thuram. Ebbene, la classe 1976 lo è ancora di più. Il Fenomeno Ronaldo è fresco di 50 anni, festeggiati lo scorso 18 settembre, qualche settimana prima di Francesco Totti (nato il 27 settembre) e Andriy Shevchenko (il 29 settembre). Il 19 marzo del 1976 è nato Alessandro Nesta, due giorni prima di Alvaro Recoba; l’1 aprile Clarence Seedorf, e non è stato certo uno scherzo giocarci contro; ad aprile (il 5) un altro leggendario madridista, Fernando Morientes; il 23 giugno è stato il “mezzo secolo” di Patrick Vieira, l’1 luglio di Ruud van Nistelrooy, o più semplicemente Van the Man. Tra i nati nel 1976, per molti la classe più straordinaria e prolifica della storia del calcio mondiale, c’è anche un Principe mai diventato re.

L’annus horribilis di Ballack: quei trofei maledetti

Ci sono giocatori la cui grandezza non si misura dal numero di corone indossate, dai trofei vinti, ma dall'impronta regale lasciata sul campo. Ecco, Michael Ballack appartiene a questa rara ed elitaria categoria, per certi versi un caso più unico che raro. Un centrocampista talmente forte da essere l’antesignano di quello moderno, un "tuttocampista" molto prima che venisse coniato il neologismo a stampo calcistico. Un fuoriclasse totale capace di dominare la metà campo con la forza fisica, la visione di gioco e un'incredibile vena realizzativa. Per Rummenigge, non certo l’ultimo arrivato, “il centrocampista più prolifico al mondo”. Eppure quel Principe, più precisamente il “Kleiner Kaiser” assegnatogli a inizio carriera per via delle somiglianze tecniche e del carisma che ricordavano il leggendario Franz Beckenbauer, potrebbe essere erroneamente ricordato per i suoi insuccessi e trofei maledetti, sia a livello di club sia con la nazionale tedesca. La storia del calcio ha scelto per Der Capitano (altro soprannome con cui è universalmente riconosciuto) un copione intriso di epica e sofferenza, molto più assimilabile a una tragedia, come quella consumata nel 2002 con il suo Bayer, passato tristemente alla storia come il Neverkusen. Mai così forti le Aspirine: erano i tempi del miglior Lucio, di Ulf Kirsten e di Dimitar Berbatov, di Oliver Neuville e ovviamente di Michael Ballack. Rosa rosa più ampia di quella a disposizione di Xabi Alonso, che 22 anni dopo porterà da condottiero il primo Meisterschale a Leverkusen. Quel Bayer domina la Bundesliga, a quattro giornate dal termine ha quattro punti di vantaggio sul Borussia Dortmund, ma racimola un solo punto nelle successive tre gare; la Banda dell’Oro non sbaglia un colpo e opera in extremis il sorpasso, vincendo una Bundesliga clamorosa. Una settimana dopo, altro cazzottone in faccia per Ballack e compagni: la Coppa di Germania viene alzata dagli acerrimi cugini dello Schalke, che trionfano 4-2 a Berlino nella finale di DFB Pokal. In un “decrescendo rossiniano”, appena quattro giorni dopo, siamo al Nadir. La finale di Champions League dell’Hampden Park di Glasgow verrà ricordata per la spettacolare parabola al volo di Zinedine Zidane: il Real Madrid alza la “novena”, il Bayer piange ancora. Ballack avrebbe potuto vincere almeno il Pallone d’Oro, ma si piazzerà soltanto quinto in quell’annata maledetta, l’annus horribilis 2002.

Michael e la maledizione dell’eterno secondo

Michael ha un Meisterschale in bacheca vinto col Kaiserslautern che ne vale almeno dieci; in carriera alzerà lo “scudetto” tedesco altre tre volte col Bayern, con cui conquisterà qualsiasi trofeo locale, e si ripeterà perfino in Inghilterra con la maglia del Chelsea, eppure la maledizione dell’eterno secondo colpirà il Kleiner Kaiser anche Oltremanica. In Blues Ballack torna in finale di Champions nel 2007-08, un’annata iniziata con la Community Shield persa con il Manchester United ai tiri di rigore, con la Carling Cup alzata dal Tottenham nel derby londinese coi Blues, e con la Premier vinta dallo United, con appena due punti proprio sul Chelsea. E come poteva finire la finale di Champions tutta british a Mosca? Sono i Red Devils a trionfare, ancora ai tiri di rigori, Ballack segna il suo penalty ma vede scivolare Terry nel galeotto errore che condanna i Blues.

Non Ballack neanche in Nazionale

Cambiando l’ordine delle maglie, il prodotto è sempre lo stesso: Ballack vede vincere gli altri anche in nazionale. Eppure la Germania riesce a superare i padroni di casa coreani ai Mondiali del 2002, ma Michael - diffidato - commette un fallo tattico in semi: niente finale, vinta peraltro dal Brasile di Ronaldo il Fenomeno. Bronzo in Confederations Cup nel 2005 e ai Mondiali casalinghi del 2006. Malus in fundo, Michael da capitano e simbolo della Germania guida la Nationalmannschaft alla finale di Euro 2008, in quel di Vienna. Di fronte c'è la Spagna di Aragones, all'alba del suo ciclo d'oro: un gol di Fernando Torres decide la sfida, lasciando Ballack di nuovo a guardare gli altri sollevare il trofeo.

Grazie lo stesso, Michael

Non licet, direbbero i maestri latini: non si possono festeggiare i 50 anni di Michael Ballack così, bisogna avere l’onestà intellettuale di isolare un top player dal suo palmarès, comunque importante. Alto, imponente, elegante nei movimenti ma devastante nei contrasti, il piccolo Kaiser è stato la sintesi perfetta del regista e dell'incursore. Ambidestro, possedeva un tiro da fuori area straordinario e un colpo di testa letale che lo rendeva uno dei saltatori più pericolosi al mondo. Riduttivo parlare di mediano, non era nemmeno il classico numero dieci: era tutto. Nella sua carriera ha messo a segno oltre 140 reti tra club e nazionale, un po’ Gerrard e un po’ Lampard: un giocatore fantastico. Punto. Grazie lo stesso, Michael!

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