Messi finito

Il saluto all'Argentina, la vita di Rocchi, l'investimento su Ahanor e il ritorno di Totti
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Messi finito
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Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 1 settembre 2026, 16:01

L’addio all’Argentina di Leo Messi chiude una storia bellissima, perché le vittorie più apprezzate sono quelle precedute da delusioni. E Messi di delusioni ne ha avute tante, con versioni dell’Albiceleste ben più forti rispetto a quelle con cui poi ha vinto Mondiale e la Coppa America due volte, chiudendo il suo percorso con la sconfitta a East Rutheford contro la Spagna. Messi spiega meglio di chiunque altro l’importanza delle nazionali nel definire l’importanza storica di un giocatore, che è cosa diversa dal valore tecnico: le 4 Champions League, gli 8 palloni d’oro, i quasi 1000 gol e tutto il resto scompaiono di fronte a ciò che il calciatore più forte di sempre, o giù di lì, ha rappresentato per l’Argentina, quasi fuori tempo massimo. Discorso che per le grandi nazionali, come nonostante tutto è ancora l’Italia, vale ancora di più. 

Nell’intervista concessa al direttore Ivan Zazzaroni (direttore anche del Guerino), per il Corriere dello Sport, Gianluca Rocchi ha raccontato le sue verità sull’incredibile vicenda che ha posto fine alla sua carriera di designatore degli arbitri ma forse (e lo fa capire chiaramente) non alla sua intenzione di candidarsi alla presidenza dell’AIA. Fra le cose pesanti che dice Rocchi spicca l’autocritica rispetto all’uso del VAR. “Ho trasmesso il messaggio sbagliato – spiega l’ex arbitro fiorentino -, cioè meglio più VAR che meno”. Di sicuro il messaggio di Orsato è quello opposto, cioè meglio errori dell’arbitro che del VAR. Il tutto rivenduto come 'arbitraggio all'inglese', mito con cui siamo cresciuti mentre in Italia si premiava qualsiasi tipo di simulazione (si potrebbe riscrivere la storia del calcio anche soltanto invertendo i falli di confusione). Vicenda quasi svanita sul piano penale, quella di Rocchi, ma non sul piano sportivo e meno che mai su quello personale, visto che la sua vita è stata rovinata. Diciamo che il PGMOL all’italiana non è gradito alla pancia del mondo arbitrale, come anche il silenzio di Malagò sul tema dimostra.

Tony D’Amico sta facendo bene alla Roma ma è anche l’Atalanta che lo deve ringraziare visto che Ahanor, acquistato un anno fa per 16 milioni di euro, è appena stato rivenduto per 47 al Chelsea dopo una stagione promettente ma non da far gridare al miracolo e alla predestinazione. Tanto è vero che i Blues lo hanno già dato in prestito al Crystal Palace (con un escamotage, facendo passare l’Atalanta come prestatrice, visto che avevano già un prestito nello stesso club) in modo che prosegua la sua crescita. Chissà se dietro a questa bulimia (33 giocatori attualmente in rosa, più 8 in prestito, senza contare i giovani), con le riserve delle riserve pagate quanto un campione per la Serie A, c’è anche una strategia. Certo è che la Premier League dal punto di vista di chi vende è una fortuna.

Il ritorno di Totti. Ma non alla Roma, che come advisor ha già dato, e nemmeno nel calcio nonostante certe idee di Malagò. Nella pallacanestro, in una delle due neonate squadre romane di Serie A, la Maxima: quella, per intendersi, che ha acquistato i diritti di Brescia e che giocherà al PalaEur. Per la Maxima dovrà fare in sostanza Totti, uomo immagine e consigliere, ma soprattutto catalizzatore dell’interesse dei tifosi. Va da sé che per due squadre senza una storia la presenza di un personaggio del genere possa fare la differenza anche se la Maxima non vuole essere identicata soltanto come la squadra dei romanisti e per questo ha arruolato anche Ciro Immobile. Passione cestistica dei due ex campioni? Modesta quella di Totti, inesistente quella di Immobile. Ma i tifosi sono nel calcio ed è lì che i concreti americani vogliono andare a prenderli.

stefano@indiscreto.net
 

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