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Bandiere come Baresi

Stefano Olivari
Pubblicato il 4 agosto 2026, 17:35
I funerali di Franco Baresi celebrati a Milano, con tanti suoi ex compagni del Milan e della Nazionale presenti, per la maggioranza dei tifosi e degli appassionati sono stati il funerale di una certa idea di calcio. Non ci sono più le bandiere di una volta, eccetera. Ma bisogna dire che non è vero, perché i giocatori, compresi i fenomeni come Baresi, venivano comprati e venduti anche nel calcio di ‘prima’ senza che queste operazioni venissero definite player trading. Ecco, per una serie di circostanze a Baresi non è successo anche se Giussy Farina vendendolo si sarebbe tranquillamente tenuto il Milan, ma la storia di tutti i club è piena di giocatori-bandiera, e a maggior ragione di giocatori medi, accompagnati alla porta seguendo la convenienza del momento. Nel Milan 1978-79, quello dello scudetto della stella, con protagonista il giovanissimo Baresi, i giocatori da più di 3 anni nella rosa della prima squadra erano 5 (Albertosi, Bet, Bigon, Maldera e Rivera), esattamente come nel Milan della scorsa stagione (Maignan, Gabbia, Tomori, Saelemaekers e Leão). E nel 1987-88, scudetto di Sacchi? Questi fedeli, ma non necessariamente (bastano tre anni) fedellissimi furono 6 (Baresi, Evani, Galli, Maldini, Tassotti e Virdis). L’anomalia gli 11 del 1996-97, ultima stagione del Baresi giocatore, anomalia spiegata con le tante vittorie degli anni precedenti che avevano indotto Berlusconi e Galliani a tenere insieme quel gruppo di campioni. Ma le squadre che vincevano meno del Milan cambiavano molti più giocatori: si poteva e si può diventare bandiere soltanto quando c'è una reciproca convenienza e/o quando si continua a vincere.
Gaucci torna al Perugia, anche se il Gaucci di oggi ovviamente non è più Luciano, scomparso nel 2020 a Santo Domingo, ma il figlio Alessandro. Oltretutto non da proprietario ma da presidente-manager nominato dalla società ArenaCuri, guidata da Francesco Maria Lana e sostenuta da un fondo americano. Il progetto? La promozione almeno in B e la ristrutturazione dello stadio. Alessandro Gaucci, classe 1973, con il Perugia del padre ha fatto la sua parte: amministratore delegato dal 1994 al 2004, unico azionista dal 2003, presidente nel 2004-2005. Il dettaglio più interessante della vicenda non è il cognome che ritorna, ma quello che sostituisce: fino a pochi giorni fa, nella gestione uscente a proprietà argentina, Riccardo Gaucci, il secondogenito, ricopriva il ruolo di consulente tecnico del presidente. Al netto della nomina, il profilo di Alessandro resta quello di un dirigente sportivo e imprenditore che dopo l'esperienza umbra ha girato parecchio: nel 1995 aveva fondato a Perugia la Galex, azienda di abbigliamento sportivo di cui è stato amministratore unico e sponsor tecnico di diversi club, tra cui lo stesso Perugia e in anni più recenti ha lavorato all'estero nel calcio, con un'esperienza al Marbella conclusa in polemica nel gennaio 2017. Nel nuovo assetto del Perugia il suo ruolo dovrebbe essere quello del socio operativo con delega piena sulla parte sportiva: il direttore generale Hernan Garcia Borras resta responsabile giuridico della società, ma le decisioni passeranno dalla sua firma solo dopo l'approvazione di Alessandro Gaucci, che avrà pieni poteri decisionali. La prima mossa, manco a dirlo, ha già il marchio di famiglia: l'allenatore Giovanni Tedesco ha annunciato l'addio dopo aver appreso la decisione via PEC. Al suo posto arriva Aimo Diana. Inutile fare paralleli con l’arrivo del padre Luciano nel 1991, sempre in Serie C ma in un calcio italiano e in un’Italia ben diversi, basti pensare che il colpo con cui si presentò fu Beppe Dossena che pochi mesi prima era stato fra i protagonisti dello scudetto della Sampdoria.
In un calcio italiano in cui i buoni dirigenti sono ancora più rari dei buoni giocatori ci fa davvero impressione la firma di Walter Sabatini con la Pro Patria, da poco controllata da una società olandese con progetti che mescolano sport, community e digital (qualsiasi cosa voglia dire). Per il club di Busto Arsizio un passato in Serie A risalente ormai a 70 anni fa e un presente in Serie D, per Sabatini un ritorno in pista due anni dopo le dimissioni alla Salernitana, curiosamente nella Pro Patria in cui nel 1984 chiuse la carriera da giocatore. Considerando le enormi plusvalenze (vere), soprattutto al Palermo e alla Roma, e i buoni risultati quasi sempre ottenuti, è chiaro che in questo ambiente c’è qualcosa di incomprensibile oppure di fin troppo comprensibile.
stefano@indiscreto.net
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