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Zidane a testate

Stefano Olivari
Pubblicato il 29 luglio 2026, 15:31
Il commissario tecnico più annunciato del mondo non è Mancini ma Zinedine Zidane, da cinque anni fermo ad aspettare che si liberasse la panchina di Deschamps e adesso ufficialmente alla guida di una Francia che per quantità e qualità di talento è la nazionale numero uno del mondo. Questo non significa per forza vincere un Europeo o un Mondiale, come si è visto nei 14 anni di Deschamps in cui il trionfo è arrivato soltanto nel 2018: ancora negli occhi, poi, il modo in cui la Spagna ha nascosto il pallone in semifinale, ma anche la finale per il terzo posto giocata quasi per dispetto, da divi capricciosi. Non è detto che a gestire questo ambiente esplosivo riesca Zidane, carismatico e vincente (al Real solo Ancelotti e Munoz hanno alzato più trofei di lui) distributore di maglie. Però in questo momento a tutti sembra l’unica guida possibile per un gruppo di giocatori paradossalmente troppo forti, in un periodo politico in cui serve un personaggio amato sia dalla Francia bianca che dalla Francia da cui viene gran parte della rosa, uno capace di dare serenità ma anche di dare metaforiche, non come quella a Materazzi di vent'anni fa, testate ai giocatori. Sul piano tattico difficile fare previsioni: nel suo Real non ha mai derogato dalla difesa a quattro e per il resto ha mostrato flessibilità, al punto che molti sospettano di vedere in campo la replica esatta della Francia di Deschamps. Con l’Italia appuntamento al 2 ottobre per la terza giornata di Nations League, data in cui la luna di miele di uno dei due c.t. finirà.
Al di là di Zidane, è interessante come dopo il Mondiale tutte le grandi nazionali abbiano confermato il vecchio allenatore o ne abbiano ingaggiato uno con un curriculum di alto o medio-alto livello: De la Fuente-Scaloni-Tuchel-Ancelotti da una parte, Zidane-Klopp-Bilic-Jorge Jesus-Van Bommel-Mancini dall’altra. Poche ore di volo soltanto per Forlan-Uruguay e Rafa Marquez-Messico, nei loro paesi icone come lo è Pirlo e a livello internazionale senz’altro meno di Pirlo. L’idea diffusa, fra chi per storia e status deve puntare a vincere e non a un generico ‘fare bene’, è che allenatore della nazionale non ci si improvvisi. Come minimo ci si deve arrivare con una carriera federale, non per investitura dell’amico.
La Nazionale di Mancini non avrà l’appoggio della Serie A, sottoforma di stage o di aggiustamenti di calendario. Facilissima previsione dopo che Malagò ha finto di non aver sentito l’indicazione di Conte come commissario tecnico, indicazione che poco ha a che vedere con valutazioni sportive (il Guerino lo scrive da mesi) e molto con convenienza di club e di tranquillità politica. Una ribellione, termine che raramente viene accostato a Malagò, di quelle clamorose vista la genesi della sua candidatura. Un c.t. che convoca giocatori che nella tua squadra sono riserve dà fastidio, uno che pensa a vincere magari anche facendo capire che i giocatori sono scarsi piace di più. Nella terra promessa dei parametri zero circolano anche queste considerazioni, altro che metodologie di insegnamento nelle scuole calcio.
Il metodo Infantino è quello di ogni buon negoziatore: chiedere o annunciare 100 per vedere l'effetto che fa e poi ottenere il 40 che era l’obbiettivo principale. E così andrà anche con la creazione di FIFA Forward Enterprises, FFE, una nuova società commerciale che raggrupperà diritti tv, sponsorizzazioni e organizzazione eventi, inclusi Mondiale e Mondiale per club. La valutazione iniziale è di circa 20 miliardi di dollari, con l'obiettivo di raccogliere fino a 4,2 miliardi di dollari entro fine anno cedendo una quota di minoranza intorno al 20% a investitori esterni. Consulenza di JPMorgan per l'operazione e toto-investitori con tanti nomi, fra i quali l’immancabile Trump. Se questo è il 100, cioè vendere la FIFA o una parte di essa, il 40 è ancora più chiaro: scindere la posizione di Infantino da noiose grane elettorali (a capo di FFE ci sarebbe lui per l’eternità) e soprattutto avere mano libera per moltiplicare gli eventi. Stando ad alcuni suoi trombettieri il primo passo non sarebbe il Mondiale biennale (ne parlava già Havelange…), troppo rischioso per la gallina dalle uova d’oro, ma una sorta di megaplayoff di qualificazione da giocarsi un anno prima del Mondiale fra le principali escluse, in luogo diverso dalla sede del Mondiale stesso in modo da sfamare altre bocche. Un Mondialino tutto ancora da definire, ovviamente, mentre è certo che per non qualificarsi all’edizione 2030 bisognerà impegnarsi.
stefano@indiscreto.net
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