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Roberto Mancini Secondo

Stefano Olivari
Pubblicato il 28 luglio 2026, 15:53 (Aggiornato il 28 luglio 2026, 14:30)
Vincitori, pareggianti e vinti dopo la nomina di Roberto Mancini a commissario tecnico della Nazionale, ritorno non imprevisto ma certo clamoroso per le modalità quasi incredibili con cui è avvenuto. Nomina che si accompagna a quella di Claudio Ranieri come direttore tecnico, un anno dopo il suo rifiuto di prendere in mano l’Italia come allenatore in sostituzione di Spalletti, e a quella di una terza figura di prestigio (forse Gianfranco Zola) come coordinatore dell'attività giovanile. Finisce così il giallo che per quasi 40 giorni, almeno dall’elezione di Malagò a presidente FIGC. ha appassionato tutto un paese scatenando un tifo spesso genuino (ognuno ha le sue idee calcistiche, per non dire del tifo) ma spesso anche no.
Il primo vincitore, banale ma giusto dirlo, è proprio Mancini che per la Nazionale ha sempre avuto in tutta la sua vita una vera ossessione, tranne che in due scellerate settimane per cui dovrà scusarsi almeno fino al Mondiale 2030. La vera storia delle sue dimissioni, nell’estate 2023, non è ancora stata scritta e si potrebbe farlo soltanto attraverso un confronto con Gravina, ma rimane il fatto che le dimissioni con la famosa PEC da Mykonos sia stato lui a darle, per andare pochi giorni dopo a guadagnare 25 milioni all’anno (per un anno solo, con il senno di poi) in Arabia. È un allenatore di prima fascia, ha un grande ascendente sui giocatori che infatti con Malagò si sono spesi in suo favore, ha il coraggio di lanciare i giovani anche quando non titolari nei club, la sua Italia a livello di gioco è stata una delle migliori della storia andando anche oltre il trionfo europeo nel 2021: tutte cose giuste, ma se non ci fosse stato il suo rapporto diretto, quasi di amicizia, con Malagò di sicuro la fuga di tre anni fa non gli sarebbe stata mai perdonata. E proprio il modo acrobatico in cui è tornato c.t. gli impone di fare risultato subito, a partire dal girone di Nations League con Francia, Belgio e Turchia: non ha il bonus del progetto che avrebbero avuto Pirlo e tanti altri ma è convinto, fra i pochi in Italia, che anche con la rosa azzurra attuale si possa andare lontanissimo.
Vincitore con l’asterisco è Malagò, che sembrava andare diretto verso un disastro di immagine e di sostanza. Dopo il consiglio federale è apparso molto sollevato, con la faccia del Malagò dei bei tempi, quello che festeggiava le medaglie della scherma e del biathlon a Casa Italia dispensando battute a tutti. Vincitore, Malagò, perché Mancini è sempre stato il suo uomo avendolo già scelto (fatto scegliere) nel 2018, al punto da fargli mesi addietro una promessa difficile da mantenere ma che poi è stata mantenuta. A un certo punto disperava di poterlo imporre, del resto se Maldini avesse proposto qualcuno di meglio rispetto a Pirlo non ci sarebbe riuscito nemmeno Malagò. Vittoria con l’asterisco perché il percorso verso Mancini è stato contrassegnato da incertezze, mezze bugie e mezze verità, con un’inversione a U rispetto alla sbandierata condivisione con Maldini, personaggio da lui valutato male. Per qualche settimana Malagò si è illuso di poter scindere la propria immagine dal risultato del campo, adesso con tutto il rispetto per Ranieri non sarà così perché le vittorie e le sconfitte di Mancini saranno direttamente vittorie e sconfitte di Malagò. Che potrà fare benissimo o malissimo come riformatore del calcio italiano, ma proprio come i suoi predecessori sarà giudicato e ricordato per i risultati della Nazionale.
In pareggio si è chiusa la vicenda per Pirlo, che sembrava condannato a spendere nel terzo mondo calcistico il suo prestigio di ex campione e che invece è stato rilanciato dai tre giorni da commissario tecnico in pectore prima che con la scusa del bookmaker russo quasi tutta l’Italia, a partire da Malagò, ne sottolineasse la palese inadeguatezza al ruolo. Ne è uscito con stile, per parole e comportamenti. Quando chiuderà l’esperienza in Dubai potrebbe avere un’altra buona chance in un club italiano, o magari nella stessa FIGC partendo da dove è partito De la Fuente con la Spagna, quindi non dalla panchina più importante.
Pareggio anche per Ranieri, che dopo l’addio alla Roma ha ritrovato un ruolo di prestigio nel calcio. Non come il c.t. che sarebbe potuto essere l’anno scorso, ma come dirigente che conosce il calcio almeno quanto Maldini: certo sarà superiore gerarchico di Mancini solo in maniera formale, cosa che con Maldini sarebbe stata impossibile, ma avrà lo stesso la possibilità di lasciare il segno sul calcio italiano del futuro.
Il grande sconfitto in questa assurda storia è senza dubbio Paolo Maldini, che ha scambiato la coerenza, suo pregio non da oggi, con l’ostinazione nel difendere una scelta sbagliata e anche mal consigliata dall'advisor Leonardo. Fra Guardiola e Ancelotti, bandiere sventolate per dimostrare che si stava facendo sul serio (fra l’altro il c.t. del Brasile nemmeno sarebbe stato possibile contattarlo), e Pirlo c’erano almeno cento allenatori da progetto o vendibili come tali, se proprio non si voleva andare su anziani (oggi si dice esperti) come Conte e Mancini, da Maldini mai presi in considerazione. Un’occasione buttata via, quando tutta l’Italia aveva applaudito la sua nomina a direttore tecnico, con atteggiamenti che sono andati al di là della questione Pirlo. La pretesa di avere un ufficio a Milano, nella sede della Lega (ma cosa c’entrava?), l’imposizione di Leonardo in un ruolo indefinibile (meglio come allenatore, come giustamente ha fatto notare Aldo Serena), il non essersi in 16 poco memorabili giorni mai presentato nella sede della FIGC, un progetto di riforma che nessuno ha compreso perché non è mai esistito, nemmeno nella forma mitologica del piano Baggio. Potrà sempre dire che non lo hanno lasciato lavorare (in smart working), aspettando con calma il ritorno nel Milan del dopo Cardinale.
Fra gli sconfitti più che Conte, tranquillissimo viste le tante offerte ricevute, inseriremmo gli sponsor di Conte. In particolare la Serie A, per non dire Marotta e De Laurentiis, che hanno giocato tutte le carte a disposizione per quello che fin dal dopo Zenica è stato il loro candidato. Strategia strana, e qui l'amicizia davvero non c'entra: quasi che il primo obbiettivo fosse quello di non avere Conte come avversario su una panchina importante. Mentre adesso...Per Malagò non è mai stato realmente in corsa, Conte, a Mancini avrebbe rinunciato forse soltanto per i sogni impossibili Guardiola e Ancelotti e Conte lo ha sempre saputo. Tornerà sulla panchina azzurra, ma non oggi.
stefano@indiscreto.net
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