Thuram, l’istrione 

Marcus e una stagione a due facce: prima criticato, poi tra i simboli del 21° scudetto. Da aprile, tra gol e assist, è tornato determinante. Un amore destinato a continuare - L'articolo è uscito sul numero cartaceo del Guerin Sportivo di Luglio 2026 

 

Thuram, l’istrione 

Tommaso GuaitaTommaso Guaita

Pubblicato il 22 giugno 2026, 20:09

In questa stagione, il premio alla miglior performance attoriale della Serie A va sicuramente a Bastoni e alla sua sceneggiata contro la Juventus, ampiamente stigmatizzata. Ma nell’Inter del doblete c’è un giocatore sicuramente più istrionico. Uno capace di dare spettacolo con la sua mimica e le sue trovate, sia sul palcoscenico del campo da calcio che nella vita di tutti i giorni: Marcus Thuram. «Io sono un istrione, ma la teatralità scorre dentro di me», cantava il grande Charles Aznavour qualche decennio orsono. Una frase che calza a pennello a Tikus. Alla sua terza recita interista, la seconda da Scudetto, il maggiore dei fratelli Thuram si è presentato in smoking, segnando 3 reti nelle prime 3 giornate. Poi, per una decina di partite, ha deciso di mandare in campo la controfigura. Il sorriso, di solito contagioso, si è spento. La sua allegria, meno prorompente. I gol, scomparsi. A settembre, con una sconfitta a Torino contro la Juve, si era avvicinato in campo al fratello Khéphren e confabulando gli era scappata una risata, da molti ritenuta inopportuna. I supporter più sfegatati si erano risentiti e così a gennaio, con l’Inter in cerca di un centrocampista e la Juve di una punta, c’è chi si era spinto a ipotizzare uno scambio tra fratelli. Tu di qua e io di là, come nelle partite al parchetto.

 

 

 

 

Il momento difficile di Tikus

In un’Inter tutta nuova e in cerca di se stessa, Thuram sembrava destinato a cambiare aria. Periodi di stanca, quelli in cui la porta sembra piccolissima e i difensori avversari insuperabili, Marcus ne ha sempre attraversati, ma mai come quest’anno la sua prolungata assenza dal tabellino dei marcatori s’è fatta notare. Mentre lui declinava, cresceva Pio Esposito, che secondo molti gli avrebbe soffiato il posto vita natural durante. Troppo serio e applicato il ragazzino venuto da La Spezia, troppo dispersivo e caciarone il francese. In un’Inter capace di ritrovarsi, dopo un inizio incerto, le lacune del vecchio Tikus lanciavano un segnale inequivocabile: il suo tempo in nerazzurro è finito. La Pi-La stava funzionando alla grande, la Thu-La avrebbe preso posto a fianco della Lu-La nel secchio delle batterie esauste. Pure Marcus, uno che dorme quattordici ore al giorno e il resto del tempo lo passa a subissare il mondo di scherzi, risate e buonumore, in questo contesto si è sentito in crisi. Ci sono stati momenti in cui solo gli sms di conforto di Materazzi lo tiravano su: «Mi mandava sempre bei messaggi quando le cose non andavano bene, ha sempre avuto fiducia in me. Se un giocatore come lui vede qualcosa in me, mi fa molto piacere», ha spiegato con gratitudine. Quattro gol in campionato dai primi di dicembre a inizio febbraio, poi per due mesi nulla di nulla. Si diceva, come si dice sempre, che su di lui c’era la Premier, ma un attaccante di quasi ventinove anni che litiga con la porta a chi serve? A marzo, l’Equipe in Francia lo ha criticato, definendolo “generoso” ma “meno incisivo rispetto alla stagione precedente” e soprattutto ha ventilato una sua possibile esclusione dalla rosa dei convocati al Mondiale. Dalla stellina in rampa di lancio Eli Junior Kroupi all’ex Juve Kolo Muani, dal milanista Nkunku al capocannoniere della Ligue 1, l’attaccante del Rennes Esteban LePaul, tra i convocabili di Deschamps lì davanti il talento non manca (e questi sono solo gli esclusi). Così, non sembrava eretica l’idea di lasciare Marcus a casa, avrebbe fatto compagnia a Khéphren. Ma qualcosa è cambiato.

 

La pausa che cambia tutto

La svolta è arrivata all’improvviso. Mentre l’Italia del suo amico Bastoni si faceva eliminare dalla Bosnia, Thuram usava la pausa per le nazionali come panacea: «Dopo la sosta ci siamo parlati, abbiamo deciso di fare tutto per vincere lo Scudetto», ha raccontato in un’intervista a DAZN. Interrompendo un digiuno che con la maglia della Francia durava dalla bellezza di 862 giorni, a confronto il periodo di magra interista era un’inezia, Thuram si è ripreso la scena in Maryland, nel Northwest Stadium di Landover, segnando di testa il gol del 2-0 alla Colombia e poi fornendo l’assist del 3-0 a Doué. E i suoi sorrisi sono tornati a essere apprezzati. Quando è rientrato in Italia, il buonumore si è trasformato in prestazioni, le prestazioni in gol e i gol in vittorie di squadra. E poi lo Scudetto.

Secondo la Treccani, un istrione è un attore di mediocri capacità, uno che «enfatizza la propria recitazione per raggiungere facili effetti scenici», mentre dal 5 aprile Marcus è tornato a essere il grande protagonista della sua Inter. Ha asfaltato la Roma con due assist e un gol nel 5-2 che ha lanciato la volata dei nerazzurri e da lì in poi è stato determinante in ogni singola gara. Nel 3-0 a Roma contro la Lazio che ha sancito lo Scudetto, sfatando in un colpo solo il tabù del 5 maggio e quello del sanguinoso 2-2 dello scorso anno, Thuram non ha segnato ma ha fornito a Lautaro l’assist dell’1-0 e, nella festa, ha saputo distinguersi come sempre. Ha saltellato per il campo in fragorosi occhiali da sole specchiati, blu e giganti, alzando il tricolore con il numero ventuno. Sollevando due buste della spesa, ha omaggiato Eto’o e la sua celebrazione del gol e del Triplete. Infine, ha postato sui social una sua fotografia che riproduce quella iconica condivisa da Kobe Bryant dopo le Finals del 2001: seduto davanti alle docce, con un giacchino in pelle griffato Inter ricoperto di tricolori, la mano a nascondere gli occhi, tra stanchezza e sollievo, e i due trofei di campione d’Italia stretti stretti. Un tributo da brividi, e cliccatissimo, a uno dei campioni più amati e rimpianti di ogni epoca.

La settimana dopo, l’Inter ha festeggiato a San Siro pareggiando con il Verona e Thuram ha di nuovo calamitato le attenzioni. Nonostante non sia sceso in campo, nei festeggiamenti in giro per la città sul pullman scoperto ha raccolto l’onere di vessillifero nella sfida a colpi di sfottò con i cugini milanisti. Iniziata con lo striscione “Lo Scudetto mettilo nel c***” alzato da Ambrosini nel 2007 dopo la vittoria in Champions e continuata con lo stendardo sventolato da Dumfries, quello che ritraeva l’esterno olandese con Theo Hernandez al guinzaglio, la disputa tutta milanese ha avuto un’altra puntata lo scorso 17 maggio. Marcus ha tenuto ben saldi tra le mani un inequivocabile “I derby vinti mettili nel c***” e un altro vessillo con sorcio rossonero. Multe e discorsi sulla sportività a parte, è davvero necessario offendersi per goliardate di questo tenore?

Che lo si odi o lo si ami, Marcus Thuram è un giocatore e un uomo che difficilmente lascia indifferenti e se quest’anno ha passato momenti difficili, l’amore tra lui e l’Inter sembra destinato a proseguire. Scudetto dopo Scudetto. Risata dopo risata. Recita dopo recita.

 

Iscriviti alla newsletter

Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail

Premendo il tasto “Iscriviti ora” dichiaro di aver letto la nostra Privacy Policy e di accettare le Condizioni Generali di Utilizzo dei Siti e di Vendita.

Commenti

Loading

Malagol

Un'elezione scontata, la vecchia FIGC, l'ultima idea di Cardinale e il risarcimento per Koné

Il Gol del Secolo: Maradona, l’Azteca e l’estate immortale del 1986

Messico 86 fu il capolavoro assoluto di Diego: cinque reti, una Selección trascinata per mano e due gol all’Inghilterra diventati leggenda