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Luis Enrique da ciclo

Stefano Olivari
Pubblicato il 1 giugno 2026, 11:27
La seconda Champions League consecutiva del PSG è arrivata da una finale ben diversa da quella stravinta l’anno scorso sull’Inter, con il modernissimo Arsenal a fare puro catenaccio (‘blocco basso’ in covercianese per nerd) dopo il gol di Havertz, ma lo avrebbe fatto anche sullo 0-0, e a impedire i contropiede (aka ripartenze) della squadra di Luis Enrique che ha dominato nel possesso palla e basta, pur avendo una qualità media dei singoli nettamente superiore. Ma è assurdo fare gli schizzinosi con le finali, piuttosto rimanendo nell’orticello è il caso di domandarsi se davvero questi club siamo ingiocabili per i migliori italiani. L’Arsenal senz’altro no, anche se a dicembre ha battuto l’Inter a San Siro, mentre il PSG attuale è entrato in una situazione in cui con un solo grande acquisto all’anno (e loro lo possono fare, non soltanto farlo scrivere ai giornalisti amici) possono prolungare un ciclo che è già un grande ciclo, visto che con due Coppe dei Campioni siamo ancora qui a parlare dell’Inter di Herrera e del Milan di Sacchi. Poi il presente è sempre meno affascinante, ma di base quella di Luis Enrique è una squadra che gioca a calcio e che spende ciò che vuole: nelle tre stagioni con Luis Enrique la differenza fra entrate e uscite di mercato, ingaggi esclusi (…), è stata negativa per circa 465 milioni di euro. Una maxioperazione politica iniziata nel 2011, costruita con sponsorizzazioni tarocche (cioè di parti correlate) per aggirare il fair play finanziario UEFA, adesso si è saldata con un status mediatico ed economico che genera ricavi veri e regole che favoriscono chi è già grande, bastonando la classe medio-alta con azionisti disposti a spendere, la Roma l’esempio perfetto.
L’Atalanta è l’ambiente ideale per Cristiano Giuntoli, più del Napoli con prospettive cambiate (da cui operazioni fallimentari alla De Bruyne) e della Juventus in cui la qualificazione alla Champions League (nelle sue due stagioni arrivata due volte, nel primo caso anche con la vittoria in Coppa Italia) viene accolta con sufficienza, e ovviamente anche più del suo incredibile Carpi. Adesso che la sua nomina a direttore sportivo è diventata ufficiale potrà lavorare alla luce del sole per il suo allenatore del cuore, un Sarri lanciato proprio dai tre anni insieme al Napoli, con Giuntoli che gli prese qualche top (Allan, Zielinski, Milik), qualche flop (Maksimovic e Rog) e tantissimi giocatori medi da valorizzare ad un livello di ambizioni che era quello dell’Atalanta di oggi. Corsa Champions durissima per tutti.
Se l’esito della riunione al vertice fra Elkann, Comolli e Spalletti è stato quello che sembra allora il club bianconero sta andando diretto verso una nuova stagione divisa in due, con l’esonero dell’allenatore già scritto, in alternativa o in aggiunta alla partenza dell'amministratore delegato, con lui freddissimo (e viceversa) a giugno 2027. Uno Spalletti coerente con le sue richieste, cioè condividere ogni operazione di mercato (cosa che non avviene nemmeno al PSG con Luis Enrique, peraltro), potrebbe offrire le sue dimissioni anche se non ci crediamo tanto perché è entrato in quel loop già visto altrove in cui è convinto di essere nel mirino a prescindere dalle sue colpe. Sa bene anche lui che la Juventus non potrà trattenere Vlahovic alle stesse cifre e che con i paletti UEFA tuttora incerti a livello di sanzioni, ma che di sicuro costringeranno a una gestione in pareggio a prescindere dalla volontà di Elkann di mettere nuovi soldi, i margini di manovra sono minimi.
Tramontato lo schema acchiappaclick sull’Italia ripescata al Mondiale, fino al 22 giugno potremo usare quello di Guardiola nuovo commissario tecnico azzurro anche se lui stesso lasciando il Manchester City per sfinimento fisico e psicologico ha spiegato ai giocatori di volersi fermare per un po’. Certo guidare una nazionale sarebbe il lavoro ideale per il Guardiola di adesso e del futuro, tuttologo-guru ma anche grandissimo uomo di campo, cosa spesso dimenticata da chi promuove suoi ex assistenti veri o presunti, con il quinto match analyst di Guardiola messo davanti a chi ha vinto scudetti o coppe. Che Abodi abbia parlato di Guardiola all’Italia non sorprende, visto che non è un’idea di Malagò che sta tenendo caldi Conte e Mancini, con Mancini in risalita come consensi.
stefano@indiscreto.net
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