Temi caldi
Il culto di Neymar

Stefano Olivari
Pubblicato il 19 maggio 2026, 11:46
Chiunque conosca almeno un brasiliano, anche non particolarmente appassionato di calcio, sa bene che Neymar nel suo paese è una divinità che va al di là di ogni considerazione sportiva (da almeno tre anni, a essere generosi, sembra un ex giocatore, anche se neglle ultime settimane al Santos qualcosa ha fatto) e storica. Incarna come nessuno il campione esagerato in campo e fuori, forte e fragile, raggiungibile e irraggiungibile. Per questo Ancelotti, uomo di mondo se ce n’è uno, allenatore ben diverso dai suoi inizi quando non volle Zola e Baggio (al top) al Parma, lo ha convocato fra i 26 del Brasile mondiale, generando in tutto il paese un entusiasmo incredibile. Sinceramente abbiamo invidiato lo show di Rio, perché anche con un’Italia qualificata non ci sarebbe stato da noi niente di simile. Per vari motivi, primo fra tutti che la Nazionale scalda meno dei club. In ogni caso Ancelotti, che forse ha convocato un centrocampista meno del dovuto, saprà gestire il nuovo fronte, quello di ‘Neymar deve giocare’ (variante prevedibile: ‘Endrick deve giocare’) meglio di quanto potrebbe farlo chiunque altro. Uno dei vantaggi dell’essere straniero. In negativo, per la Serie A, possiamo notare solo due convocati, Bremer e Wesley. Per trovare così pochi brasiliani di Serie A a un Mondiale bisogna risalire addirittura al 1994, quando Carlos Alberto Parreira fra i 22 chiamò Taffarel e Aldair.
A meno di clamorose sorprese, il 22 giugno Giovanni Malagò sarà il nuovo presidente della FIGC e pochi giorni dopo Antonio Conte commissario tecnico della Nazionale, dieci anni dopo la sua partenza per il Chelsea. Le clamorose sorprese possono essere soltanto due: il governo che si inventa un ostacolo giuridico per Malagò (l’ipotesi del cooling-off period, inglesorum per dire che l'ex capo di un ente vigilante come il CONI non può subito dirigere un ente vigilato, è soltanto un antipasto) in queste settimane, e Conte che riceve un’offerta per lui irrinunciabile come soldi e potere da parte di un grande club da ricostruire, facile pensare alla Juventus. Come da mesi scritto dal Guerino, in ogni scenario De Laurentiis lo accompagnerà volentieri alla porta senza mettersi a fare battaglie per l'ultimo anno di contratto, anzi: un po’ una riedizione dello Spalletti 2023 ma questa volta, per fortuna del Napoli, con il presidente senza velleità da direttore sportivo.
Nel momento del tiro a Spalletti, dopo mesi di santificazione di un allenatore che ovunque sia stato, anche dove ha vinto o comunque fatto benissimo, ha avuto problemi relazionali con i giocatori (altro che “Nei vostri occhi vedo la Juventus” da discorso post prolungamento), ci sembra giusto ricordare la qualità del suo lavoro. Con una Juventus costruita malissimo, non da lui, Spalletti ha ottenuto 53 punti, meno soltanto dell’Inter nello stesso periodo. La Juventus di Spalletti è seconda anche come expected goals (fra l’altro è una delle squadre che rispetto ai gol reali ha il differenziale negativo più alto, segno della scarsezza degli attaccanti) e come expected goals concessi. Tutto questo, ricordiamo, nonostante il calo dopo la partita con l’Inter a San Siro, l’eliminazione dalla Champions e il passaggio, con qualche pentimento, alla difesa a tre. Tutto si può dire di Spalletti, tranne che non sia un ottimo allenatore da campionato.
stefano@indiscreto.net
Iscriviti alla newsletter
Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail
Commenti
Loading
