La Nazionale di Beccalossi

Un'icona del calcio autarchico, l'ultimatum all'Iran e il ciclo di Arteta
La Nazionale di Beccalossi
© Getty Images

Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 6 maggio 2026, 11:55

Addio a Evaristo Beccalossi, icona dell’Inter e di un calcio autarchico, in cui i protagonisti erano per forza di cose italiani. Un calcio rimpianto soprattutto da chi non lo ha visto, al netto della nostalgia per i nostri anni migliori, però superiore a quello di oggi in un aspetto importantissimo: l’identificazione con i giocatori, non soltanto quelli di talento come Beccalossi, immaginabili in una sola squadra anche se poi nella realtà fino al 1978 (la firma contestuale la più grande vittoria dell’AIC) venivano trattati come oggetti da dirigenti tarati per quel piccolo mondo antico. In questo calcio, romantico con il senno di poi e del copiaincolla social che trasforma un calciatore in guru onnisciente, la Nazionale aveva un’importanza inimmaginabile oggi ed è per questo che il grande cruccio di Beccalossi è sempre stato quello di non avere avuto una sola chance nel gruppo di Bearzot, dove per inserirsi fra i giocatori di Juventus e per qualche anno anche Torino bisognava avere la cilindrata di Antognoni, Collovati, Bruno Conti o Paolo Rossi. Per qualche tempo ci fu anche la tigna di Bearzot stesso, che si sentiva pressato dalla stampa milanese per Beccalossi e da quella romana per Pruzzo. Per la verità non lo vedeva nemmeno Vicini, che nella sua Under 21 lo chiamò pochissime volte. Era il calcio del post-Rivera, all’italiana ma che aborriva il trequartista, a maggior ragione se non era un buon atleta. Ma Beccalossi è stato lo stesso un’icona, oltre che un uomo consapevole della propria fortuna. La sua nazionale era lui stesso.

A proposito di Nazionale, i non pochi italiani che ancora credono nella possibilità di andare al Mondiale hanno nella testa la data del 20 maggio, quando scade l’ultimatum (che poi è sempre un ‘penultimatum’) di Infantino alla federazione iraniana per chiarire in maniera definitiva la propria volontà di essere sul massimo palcoscenico sportivo possibile, al di là degli aspetti organizzativi che la FIFA in ogni caso risolverebbe direttamente con Trump, recente suo Nobel. Come scritto più volte il regolamento concede alla FIFA arbitrio assoluto per le modalità di sostituzione, la politica invece le imporrebbe un’altra asiatica. Ma venendo a noi, la domanda è semplice: questa FIGC di transizione ma ancora retta da Gravina ha un piano per un Mondiale in emergenza? Dai corridoi di via Allegri (…) arriva di tutto, anche il nome dell’improbabile Ranieri (Gravina non dimentica i rifiuti), ma la logica porterebbe a giocarsela con Baldini e una squadra rinnovata anche se sarebbe ingiusto trattare come appestati giocatori che comunque hanno collocato questa squadra al numero 12 nel ranking. Congetture che si scontrano con il diritto del’Iran e con la volontà di Infantino di portarlo al Mondiale quasi ad ogni costo. 

Da una grande stagione al quasi disastro per passare alla possibilità di una chiusura trionfale con Premier e Champions League: ogni sentenza sull’Arsenal è già stata smentita. Nella semifinale di ritorno con l’Atletico Madrid, ben giocata da Calafiori (cosa cambia se gioca in Premier League invece che in Serie A? Meglio, anzi), l’invenzione di Arteta a beneficio dei nerd è stata Lewis-Skelly in mezzo al campo, ma la cosa da sottolineare è che il livello medio dei singoli dell’Arsenal non è ‘ingiocabile’ per una squadra italiana di prima fascia bene allenata a meno di non mettersi a fare il giochino della valutazioni gonfiate (Transfermarkt dovrebbe farsi pagare i diritti da molti giornalisti), Credere in un progetto è sempre meglio che non avere alcun progetto: il presunto perdente Arteta è sulla panchina dell’Arsenal da sei anni e mezzo, in una Premier League diventata più precaria rispetto a un tempo, senza arrivare agli estremi del caso Rosenior, e con la figura dell’allenatore molto cambiata rispetto a quella del manager onnipotente di prima, soltanto Guardiola ha aperto un ciclo più lungo. E in Serie A? Nessuno guida la sua squadra attuale da più di due anni, anzi 15 su 20 la guidano da meno di uno. 

stefano@indiscreto.net

 

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