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Lucescu sul campo

Stefano Olivari
Pubblicato il 8 aprile 2026, 11:51
Addio a un grande, sotto ogni profilo, come Mircea Lucescu. Di fatto morto sul campo, dopo avere speso le ultime sue ore di vita nel tentativo di portare la Romania al Mondiale. Non c’è bisogno di raccontare una carriera enorme, che tutti conoscono, piena di successi e soprattutto di giocatori valorizzati al massimo, una carriera la cui costante è stata l’essere stato amatissimo in qualsiasi contesto. Significativo che valga anche per l’Italia, dove Lucescu non è che abbia ottenuto grandi risultati: esonerato al Pisa, su e giu fra A e B con il Brescia, esonerato alla Reggiana, incolpevole ma presente nella stagione peggiore dell’Inter morattiana. Eppure tutti lo abbiamo sempre percepito come italiano, sarà per la lingua (peraltro ne parlava bene sei), sarà per la capacità di entrare in sintonia con quasi ogni tipo di giocatore: cosa non scontata per chi come lui era stato un campione, stella del calcio rumeno, capitano della nazionale al Mondiale del 1970. Carattere tutt’altro che morbido, va ricordato visto che c’è chi confonde l’educazione con la mollezza, Lucescu era mediaticamente sottovalutato nonostante la lunga frequentazione della Champions. Considerando le carriere da giocatore e da allenatore, il più grande nella storia del calcio romeno: come giocatore se la vedeva con Hagi e Dobrin, come allenatore con Kovacs e Jenei.
L’aspetto interessante del ritorno di Antonio Conte sulla panchina della Nazionale non è la scelta del suo nome: era il candidato unico di Gravina per il dopo Gattuso (che tutti speravano iniziasse dopo un’onesta eliminazione agli ottavi del Mondiale), come da sei mesi anticipato dal Guerino, è il candidato principale di Malagò e Abete, cioè i due unici nomi possibili per la successione alla presidenza della FIGC, addirittura sarebbe il preferito di molti outsider credibili, a partire da Marotta e Chiellini. L’aspetto interessante è l’entusiasmo di De Laurentiis nel lasciarlo libero, quando invece ai tempi dell’operazione Spalletti aveva almeno finto di voler trattenere il tecnico dello scudetto. Questo non significa un Napoli ridimensionato, ma di certo un Napoli meno ossessionato dallo scudetto, come poteva essere quello di Benitez o di Sarri. Con conseguenti benefici sul mercato, senza doversi riempire di giocatori sopravvalutati, quando non di bidoni, soltanto per non sentirsi dare del pezzente.
Cosa avremmo detto di un raccattapalle italiano che avesse rubato al portiere avversario della Nazionale il foglietto sulle caratteristiche dei rigoristi? Magari non avremmo linciato un ragazzino di quattordici anni, figlio della furbizia che sta alla base del calcio, ma certo non avremmo trasformato Afan Cizmic in un eroe nazionale. Non che Donnarumma non avesse già memorizzato le caratteristiche dei rigoristi bosniaci, infatti si era tuffato sempre come da indicazioni del foglietto, ma di certo si è innervosito. Siamo in zona Mendy, il portiere del Senegal disturbato da panchinari e raccattapalle marocchini durante la finale della Coppa d’Africa. Poi tutto passa in cavalleria, ma da giorni stiamo a discutere dei massimi sistemi quando un singolo dettaglio girato nel verso giusto (a questo servono i grandi allenatori, la teoria la sanno anche in Serie C) avrebbe mandato l’Italia al Mondiale. L’elogio del raccattapalle disonesto però no.
stefano@indiscreto.net
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