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Premier Champions League

Stefano Olivari
Pubblicato il 22 gennaio 2026, 15:34
La Champions League a un turno dalla fine della stagione regolare dice che nelle otto direttamente qualificate agli ottavi di finale ci sono cinque squadre di Premier League, sulle sei partecipanti, più Real Madrid, Bayern e PSG. Nessuna italiana, con il Napoli che addirittura rischia di non fare nemmeno i playoff. Ce ne sarebbe abbastanza per schiacciare il tasto ‘esterofilia’, senza stare a ricordare le occasioni buttate da Atalanta, Inter e dalla stessa Juventus, ma il discorso è in realtà sempre il solito: non è che la Serie A faccia pena, è che la Premier League per mille motivi anche non calcistici (la lingua e un colonialismo culturale che è sopravvissuto a quello propriamente detto) è irraggiungibile come sistema. Poi la natura del calcio fa sì che squadre di livello medio-alto e bene allenate, come l’Inter degli ultimi anni, possano addirittura arrivare in finale contro squadre fortissime. Non è sempre Sinner-Alcaraz, si può anche essere De Minaur senza vergognarsi. Vietato comunque inerpicarsi sul sentiero dello ‘scudetto dei bilanci’, perché anche quelli della Premier League sono quasi tutti in rosso.
A proposito di bilanci, la porta in faccia che De Laurentiis ha preso dalla Lega, o per meglio dire da Inter, Roma, Juventuse e soprattutto Milan, per quanto riguarda la deroga per operare sul mercato di gennaio oltre il cosiddetto ‘saldo zero’, era inevitabile. Visto che si tratta di concorrenti e che al netto dei tecnicismi al Napoli sarebbe bastato trasformare in capitale una piccola parte delle sue enormi riserve di liquidità (lo scorso giugno erano 174 milioni), frutto di anni di eccellente gestione. De Laurentiis non ha voluto farlo, in estrema sintesi ha preferito tenere i soldi nella disponibilità degli azionisti (cioè di sé stesso) che 'bruciarli' nel Napoli e così il costo del lavoro allargato è diventato il nuovo nemico, strumento dei ‘cattivi’. Ma in realtà il vero discorso è che per il De Laurentiis degli ultimi anni il Napoli è diventato una professione: in tante occasioni è stato un bene, in questa senz’altro un male.
Al World Economic Forum di Davos si è parlato anche di calcio, per merito soprattutto di Gianni Infantino, oste che ovviamente esalta il suo vino. Ma è oggettivo il fatto che mentre il valore tecnico-sportivo della Coppa del Mondo continua a calare, per evidenti ragioni, il suo impatto culturale ed economico continua invece ad aumentare. Tutti vogliono esserci, da partecipanti o da spettatori, da leader o da follower. Il presidente della FIFA, del quale prima o poi Platini dirà ciò che davvero pensa (con annesse considerazioni sulla giustizia svizzera), ha parlato di 500 milioni di biglietti richiesti: “In quasi 100 anni di storia della Coppa del Mondo la FIFA ha venduto circa 50 milioni di biglietti in totale: qui, in quattro settimane, abbiamo ricevuto richieste equivalenti a mille anni di Coppa del Mondo”. Insomma, una grande festa del calcio a cui è meglio partecipare che non partecipare.
Auguri a Pietro Pellegri, dopo il nuovo grave infortunio che ha già di fatto chiuso la sua seconda stagione all’Empoli. Una storia istruttiva per chi dice che i giovani devono aspettare, maturare con calma, non farsi prendere dalla frenesia di firmare un contratto importante. Perché per Pellegri, campione di precocità al Genoa e arrivato anche nel giro della Nazionale di Mancini, quello con il Monaco firmato a 17 anni potrebbe rimanere il contratto più lucroso della vita, quello che in ogni caso gli permetterà di guardare con serenità al futuro. Non stiamo dicendo che a 25 anni la sua carriera sia finita, ma certo nel calcio la luce si può spegnere all’improvviso e i bravi procuratori, viene da dire anche i bravi genitori, hanno il dovere di ricordarlo. Poi il tifoso, magari anche giustamente, vuole che si baci la maglia, quando poi nella realtà i club usano, più che essere usati.
stefano@indiscreto.net
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