Vittoria di Commisso

Il futuro della Fiorentina, il ritiro del Senegal, i muscoli di Conte e gli arretrati di Cristiano Ronaldo
Vittoria di Commisso
© Getty Images

Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 19 gennaio 2026, 10:53

Tutto Rocco Commisso dietro la decisione della famiglia di onorare la sua morte scendendo in campo a Bologna senza lutti esibiti, pause di riflessione e cose del genere. Nell’occasione anche vincendo, cosa rara per la Fiorentina di questa stagione: al netto della retorica il miglior omaggio possibile al proprio presidente. Che già in vita, visti gli ultimi mesi, aveva risposto alla domanda ‘Cosa farà la Fiorentina dopo Commisso?’. Con Paratici uomo sportivo forte e una proprietà solida andrà avanti mantenendo lo status raggiunto certamente non gratis, visto che dal 2019 fra soldi ai Della Valle, ricapitalizzazioni, altri finanziamenti e sponsorizzazioni Commisso ha messo nella Fiorentina 500 milioni con buoni, ma inferiori agli investimenti, risultati sportivi e tante delusioni da parte della politica locale per quanto riguarda lo stadio. Certo, il Viola Park e tutto il resto, ma rimane la sensazione che Firenze e il calcio italiano abbiano trattato Commisso con sufficienza, quando invece era (ed è, anche con gli eredi) una delle poche proprietà straniere ad avere una faccia. Anche nel momento del dolore troviamo ingiusto dimenticare che Commisso non ha avuto contro soltanto parte della politica toscana, ma anche alcuni media (memorabile la sua polemica con Cairo) e buona parte del sistema, strutturato per perpetuare il potere delle grandi. Lui, da ex juventino, ce l’aveva in particolare con la Juventus degli ultimi anni, ma anche con l’Inter: niente di personale, tanto da 'due pesi e due misure'. In ogni caso un grande, Rocco Commisso, per ciò che ha fatto nella vita partendo da zero e per la sua intelligenza concreta: molto più americano che italiano, viene da dire. Sì, ma la Fiorentina? Nessuna fretta o bisogno di venderla, ma è evidente che con la morte di Commisso è diventata un pezzo pregiato sul mercato internazionale. Ci fosse ancora Joe Barone scommetteremmo sulla famiglia che resiste per tanti anni al comando della Viola, ma così lo scenario più probabile è quello di una buona gestione in attesa degli eventi.

La tesissima e a suo modo bellissima finale della Coppa d’Africa vinta dal Senegal sul Marocco, proprio a Rabat, potrebbe scatenare in Italia e altrove tanti cattivi imitatori. Ci riferiamo ovviamente al comportamento del Senegal, che in occasione dell'inesistente rigore per il Marocco concesso in pieno recupero ha abbandonato il campo, con l’idea di lasciarlo tirare verso una porta vuota (cosa peraltro impossibile per regolamento, nel caso l’arbitro avrebbe decretato la fine della partita). Dopo una serie di trattative, durate un quarto d’ora, si è ripreso con incredibilmente nessun espulso. In un clima assurdo Brahim Diaz è andato quindi a calciare, con la malsana (con il senno di poi) idea del cucchiaio che in diretta ha fatto pensare quasi a uno sbaglio volontario. Non è stato così, pare. Poi i supplementari e la sassata vincente di Pape Gueye che ha dato al Senegal il trofeo continentale. Visto che le minacciose e indecenti sfilate davanti all’arbitro quando è al monitor sono state ormai sdoganate, qualcuno potrebbe davvero pensare di ritirare la squadra (per finta) dopo ogni rigore dubbio. Questo non toglie che politicamente tutto fosse stato apparecchiato per il successo del Marocco, come confermato anche dagli arbitraggi contro Camerun e Nigeria e dallo stesso rigore di ieri, sotto gli occhi di Infantino, seguito ad un ancora più assurdo annullamento di un gol a Sarr. 

Sentendo Antonio Conte e soprattutto i contiani (Giochisti? Risultatisti? Nessuno lo sa) pare che il Napoli non abbia una lista UEFA A di 25 giocatori, come tutte le altre 35 partecipanti alla Champions, ma di 12. Per questo lo stop di Politano e Rrahmani, ufficializzato dal club, è un caso: con la loro assenza gli indisponibili contro il Copenhagen diventano la bellezza di 10, 2 perché fuori lista (Mazzocchi e Marianucci) e 8 per infortunio. Il limitato turnover di Conte è il classico esempio di causa che si salda con l’effetto, con una scelta (pur discutibile) adesso diventata obbligo. La cosa davvero interessante è che per infortuni muscolari in doppia cifra (Rrahmani, per dire, aveva già perso partite a inizio stagione) ci sia ancora chi dà la colpa alla sfortuna e non a chi gestisce i giocatori. Mettiamoci dentro anche medici e preparatori, ma è chiaro che il frontman è uno. 

La sentenza del tribunale di Torino che obbliga la Juventus a pagare 11 milioni di arretrati a Cristiano Ronaldo sembra che ci riporti a mille anni fa, ma in realtà stiamo parlando dell'era Covid e delle rinunce, in molti casi false, ad alcuni stipendi da parte dei calciatori per venire incontro a club in emergenza, senza incassi da stadio per oltre un anno. In questo quadro maturarono espedienti come la cosiddetta 'Carta Ronaldo', ancora con Paratici bianconero, senza dimenticare che la somma residua originariamente dovuta a CR7 era quasi il doppio. Fine di un'operazione che per i cultori dello scudetto dei bilanci è stata un disastro, come se i 900 milioni di euro di ricapitalizzazioni recenti fossero tutti colpa del portoghese, ma che sportivamente e come immagine rimane clamorosa.

stefano@indiscreto.net
 

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