Giornale di critica e di politica sportiva fondato nel 1912

Rigori d'Italia© LAPRESSE

Rigori d'Italia

La partita decisiva, la storia di Genoa e Monza, i tiri di Mazzarri, la retrocessione di Gravina, la minaccia di Agnelli e la Nazionale sempre in chiaro

Stefano Olivari

29 gennaio

  • Link copiato

L’Inter è uscita viva dalla trasferta in Arabia, con la Supercoppa ed un primato in classifica insperato nonostante la partita in meno rispetto alla Juventus. Perché dovremmo fare gli originali sostenendo che il Derby d’Italia di domenica sera a San Siro sarà una partita come le altre? I punti varranno come quelli che la Juventus ha buttato via con l’Empoli, ma l’impatto del risultato sarà diverso: un’Inter vincitrice potrebbe creare una situazione stranissima, con 15 partite ancora da giocare, e cioè un torneo con i primi 3 posti già assegnati e poca possibilità che il loro ordine cambi. Tipo le maratone, con distacco fra i primi che rimangono costanti. Un pareggio o una vittoria della squadra di Allegri terrebbero invece tutto aperto. Derby d'Italia, secondo la definizione resa famosa da Gianni Brera (che non ne era l'inventore) anche sul Guerin Sportivo, che potrebbe essere ribattezzato Derby della finta umiltà, fra i due club con il monte ingaggi più alto della Serie A.

La lotta per il quarto-quinto posto da Champions è apertissima come mai era accaduto nella storia (anche perché non c'era questa opportunità del quinto posto, peraltro ancora non sicura), con 9 squadre che possono sperare e con alcune di queste 9, pensiamo a Genoa e soprattutto Monza, che sono a 2 vittorie dal quinto posto, che compirebbero un’impresa da leggenda. Fra i record di giornata, e ancora non è stata giocata Salernitana-Roma, i cinque rigori sbagliati, su sette tirati, una percentuale incredibile anche nell'era dei video e di tutti che sanno tutto di tutti: per trovare tanti errori bisogna risalire alla stagione 1960-61.

Guardiamo tante partite, ma Lazio-Napoli ci ha colpito più di altre anche se lì per lì non avremmo saputo spiegare perché. Ci è venuta in soccorso Opta. Ebbe, da quando il Napoli è tornato in Serie A, quindi siamo alla diciassettesima stagione, questa è la terza partita senza un solo tiro nello specchio della porta dopo una con il Milan nel 2011 ed una con la Juventus nel 2012. In tutti e tre i casi Mazzarri allenatore. L’era Spalletti è davvero finita, anche se a onore di Mazzarri va detto che non è che Sarri abbia spiegato calcio. Poi si gioca per i tifosi, quindi va bene tutto. 

A chi giova una retrocessione in meno, cioè due invece di tre, dalla Serie A alla B? Questa è in pratica la grande riforma di cui ha parlato Gravina all’assemblea della Lega di A che di fatto ha accantonato i soliti discorsi sul ritorno al campionato a 18 squadre e sul mese di partite che si risparmierebbe a giocatori sempre più stressati. La risposta è semplice: a tutte quelle realtà medie, come bacino di utenza, che sono già in A e soprattutto a quella che aspirano a tornarci. Bari, Sampdoria, Palermo, Venezia e in prospettiva, guardando anche alla C, Catania, Triestina a altre. In altre parole la strada è quella che conduce ad una sorta di NBA dei poveri, sia pure non dichiarata (in questo senso va anche la proposta di fusione fra Serie B e LegaPro, come a dire che esisteranno soltano Paradiso e Inferno, senza Purgatorio), e che sarà più probabile vedere una Serie A a 22 squadre che a 18.

Gli assetti organizzativi del calcio europeo sono in evoluzione come raramente era accaduto in passato. Lo dimostrano le dimissioni di Boban dalla UEFA, dove sperava di prendere il posto di Ceferin che invece come tutti i presidenti di federazione mira all’eternità, e l’intervista di Andrea Agnelli al Financial Times in cui l’ex presidente della Juventus dei 9 scudetti consecutivi ha rivelato che A22 dopo la sentenza europea è in contatto con almeno 50 club per dare vita alla versione 2.0, quella teoricamente più inclusiva (con tre livelli, promozioni e retrocessioni) della Superlega. Che non nascerà mai, vista l’opposizione (fra l’altro illegale) di molti governi, ma che adesso può essere minacciata con qualche carta in mano in modo da tenere al proprio posto i Ceferin della situazione.

La mancata trasmissione televisiva in chiaro di un evento storico come la finale degli Australian Open fra Sinner e Medvedev ha fatto molto discutere. Nel calcio qualcosa del genere potrebbe accadere? No. Nel senso che c’è l’obbligo di trasmissione in chiaro di tutte le partite della Nazionale in competizioni ufficiali, non soltanto le fasi finali. E per quanto riguarda i club questo obbligo vale per semifinali e finale di Champions ed Europa League, ma soltanto con club italiani in campo. In altre parole un Mondiale di calcio senza l’Italia e a maggior ragione una finale di Champions senza italiane potrebbero essere criptati rimanendo nella legge. Rimane assurdo che nel tennis sia protetto un torneo svalutato come la Coppa Davis e non i tornei più importanti, ma è un altro discorso. È evidente che l’idea di base (magari sbagliata, magari no) è quella di avere a che fare con un popolo di tifosi, più che di appassionati.

stefano@indiscreto.net

Condividi

  • Link copiato

Commenti

Leggi Guerin Sportivo
su tutti i tuoi dispositivi