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Allegri, la Juve e Il viaggio al termine della notte© Juventus FC via Getty Images

Allegri, la Juve e Il viaggio al termine della notte

Soprattutto, cerchiamo di vincere più partite possibili. Cerchiamo di rendere l’impossibile possibile. E se qualcuno arriverà prima di noi, gli faremo un plauso

Annibale Gagliani

28 gennaio

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Una notte cominciata ad Haifa, anno zero 2022, tra gli squilli di un ottobre gonfio d’ambizioni. Nei mesi successivi, niente è migliorato sul cammino della Vecchia Signora, troppo stanca per lottare. La quotidianità dei tifosi bianconeri era esacerbata dalla penalizzazione a causa di manovre poco chiare nel bilancio, fino ad arrivare alle due squalifiche tempestate di clamore: una per doping, Pogba, una per calcioscommesse, Fagioli – i due uomini che trattano meglio il pallone in mezzo al campo. Tutto quello che poteva accadere di negativo a una società, è accaduto. Massimiliano Allegri sull’orlo del licenziamento o chissà delle dimissioni. Lui, che ha fatto dell’ippica una metafora calcistica, e perché no di vita, nella cavalcata si ritrovava a un bivio: il rilancio, con un gruppo di giovani cavalli, o l’addio, maledicendosi per non avere accettato le lusinghe del Real Madrid, rimembrando la sua bacheca, stracolma di trofei (troppo impolverati dal tempo, che nello sport è spietato). Allegri sceglie: diventare come il Ferdinand Bardamu di Louis-Ferdinand Céline in Viaggio al termine della notte.

Guida una ricostruzione con ottocento milioni di debiti sul capo: giovani affamati ad arare il campo, zoccolo duro italiano, calcio che abbraccia il DNA storico della Juve: difesa granitica, lotta a centrocampo, folate offensive letali. Sì, perché Madama in campo è da sempre la sublimazione del potere operaio, spinto alla vittoria da quattro-cinque fuoriclasse, che fanno accettare la fatica e le sofferenze ai tifosi più esigenti con giocate per palati fini – ieri i Sivori, Platini, Baggio, Zidane, Del Piero, oggi i Chiesa, Vlahovi?, Yildiz. Se sei fabbro, costruisci una Torre Eiffel, non improvvisarti scultore barocco.

Allegri lo capisce, come il suo omologo in letteratura, Ferninand Bardamu: «L’età è qualcosa, per le idee. Rende pratici». Sfrutta la sua esperienza, portando l’antico tra gli schemi futuristici: trasmette una mentalità vincente, forgiata nei sacrifici di un anno tribolato. Sempre Céline, nel suo di viaggio, interpreta il pensiero strategico del mister livornese: «I piccoli colleghi non avevano scambi di idee tra di loro. Nient’altro che formule, fissate, cotte e stracotte come crostini di pensiero». L’ultima Juventus allegriana è un monolite con una media punti di 2,5 su un campione di ventitré gare ufficiali, corredate da uno 0,5 di reti subite e due reti segnate circa a match. La crescita rispetto al girone d’andata, nelle trame offensive, nella gestione della manovra e nella capitalizzazione delle opportunità da gol, è esponenziale. La Juve analizza i momenti della gara, sa quando chiudersi, quando gestire, quando colpire. La sua trincea sembra quasi inespugnabile: una fitta rete di maglie che impedisce il fraseggio offensivo nei pressi dell’area: agli avversari vengono concessi i quaranta metri per calciare da fuori. Dopo il moderno catenaccio, si sferra poi il contropiede 3.0: una versione fulminante con massimo cinque tocchi: la transizione offensiva porta un ribaltamento del fronte da parte di almeno sette o addirittura otto bianconeri verso l’area nemica. Concetto offensivo mascherato da atteggiamento accorto.

La squadra si muove con destrezza, come una fisarmonica balcanica, non lasciando mai scoperta nessuna zona del campo. Nelle ultime partite, gestisce con criterio e alto tasso tecnico la sfera, sfruttando i tagli degli esterni e le incursioni delle mezzali. Locatelli fa il playmaker basso con personalità, Vlahovi? regna da playmaker alto, aprendo prospettive sconosciute al girone d’andata, fino a vincere le battaglie coi marcatori e segnare reti di piombo. Fisicamente la squadra è tostissima: furiosa nel pressing, cinica da fare incazzare chi la gufa: i suoi attacchi sono «una scheggia di luce che finisce nella notte», prendendo in prestito le parole di Céline.

Allegri conquista le platee, offrendo il suo corpo in maniera quasi tribale, per infondere energia ai calciatori: le sfuriate dei finali gara, a metà tra il cannibalismo Goya e l’urlo di Much, sono ormai un must. Colte dalla geniale pagina Facebook La Ragione di Stato, barlume di satira sportiva, che lo soprannomina la bestia, intenzionata a fare razzia di punti con pragmatismo assoluto e a scontrarsi, senza esclusione di mosse speculari, con un altro personaggio, il demone, Simone Inzaghi. La sensazione è che i due allenatori – il meglio delle guide tecniche della Serie A – possano rappresentare la mimesi, in competizione calcistica, del film Prova a prendermi di Spielberg, anche se nessuno dei due ha nulla che spartire con Di Caprio. Addirittura, il tanto vituperato gioco del mister juventino (preso d’assalto dal tandem Cassano-Adani) diventa un profilo Instagram che interpreta con gustosa ironia il senso della vita: il_gioco_allegriano. Prove di come il viaggio al termine della notte da parte della Juventus stia terminando. L’ultimo anno, così folle, ricorda la canzone A Horse with no name degli America: Ho attraversato il deserto su un cavallo senza nome, esprime il refrain. Il percorso di ricostruzione della sua Juve con in sella Allegri (la versione migliore della sua carriera, capace di rimuoversi l’etichetta di gestore), dimostra come il cammino difficile talvolta possa portare giovani talenti ad acquisire una mentalità vincente, frantumando le paure. Un bagno nella malizia, quella che ti porta all’obiettivo. Perché è facile vincere con le Juventus tra il 2015 e il 2019, difficilissimo creare i presupposti con questa, visto il potenziale dell’Inter assemblata da Marotta. Ci vogliono valori umani a trainare il gruppo, insegnamento da riportare nella quotidianità. In conferenza stampa, dopo Lecce-Juve, per il Guerin il mister ripensa alla notte attraversata, facendo una sincera riflessione sulle massime da riservare ai suoi, rivolte alla conquista dello scanno più alto, orgogliosamente da underdog:

«È stato un cammino che è successo alla Juventus e succede nella vita. Quando ci sono situazioni difficili, le problematiche devono restare fuori. Avevamo cominciato un percorso nel 2021 e lo stiamo portando avanti. Ora bisogna continuare. Ringrazio tutti quelli che hanno lavorato prima che succedesse il pandemonio e quelli nuovi, dal direttore sportivo Giuntoli a Manna. C’è un bel gruppo di lavoro. Però, cerchiamo di fare le cose con ordine e lavorare stando zitti, perché nel calcio si viene smentiti velocemente. Soprattutto, cerchiamo di vincere più partite possibili. Cerchiamo di rendere l’impossibile possibile. E se qualcuno arriverà prima di noi, gli faremo un plauso».

 

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