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Pioli on fire© Getty Images

Pioli on fire

Il terzo posto del Milan, la Champions per tutti, la Supercoppa come scusa, le 18 squadre che non vuole nessuno e il ritorno di Mancini.

Stefano Olivari

15 gennaio

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Il Milan ha cambiato passo troppo tardi? La vittoria sulla Roma, in una partita che al netto del punteggio la squadra di Mourinho ha giocato decentemente, fa rimanere i rossoneri terzi in classifica a meno 9 dall’Inter e distanti anche dalla Juventus: difficile in un campionato così spaccato, con le realtà medie che tendono verso il basso appena gli allenatori da progetto si sgonfino per la mediocrità delle loro rose, che crollino entrambe. Il terzo posto comunque è blindato, i prossimi mesi saranno più decisivi per Pioli che per il Milan, che in questi quattro anni e pochi mesi nei momenti peggiori ha sempre avuto un guizzo. Fra le due squadre viste a San Siro a cambiare passo deve essere però soprattutto la Roma, finora per distacco la peggior squadra del campionato in proporzione a ingaggi e investimenti. La solitudine di Lukaku, cosa che si nota in almeno metà della partite giallorosse, dice tutto una stagione di transizione ma ancora raddrizzabile, con la Champions League a 5 e magari 4, chi lo sa, punti.

In due vittorie, due sole partite, dai 34 punti della Fiorentina quarta ai 28 del Torino decimo, passando per la Lazio on fire, il Bologna in crisi, il Napoli di transizione, l’Atalanta e appunto la Roma che da più di 20 anni non faceva così pochi punti, ci sono sette squadre che possono conquistare la Champions come fallire miseramente, per un infortunio, un rigore, un dettaglio. La buona notizia è che il calcio finto, gioia di scommettitori (ludopatici, nel caso siano giocatori), in questa stagione inizierà molto più tardi del solito.

La lotta scudetto sarà falsata dalla Supercoppa, chi fra Inter e Juventus arriverà seconda di sicuro sosterrà una tesi del genere, anche se il rinvio a febbraio di 4 partite di campionato del prossimo turno non è la cosa peggiore di queste Final Four da esportazione con Napoli, Lazio, Inter e Fiorentina a contendersi un trofeo che comunque la si veda politicamente sul discorso Arabia si gioca troppo tardi. In agosto, come è stato molto spesso (non sempre) fino al 2017, la Supercoppa sembrerebbe quasi calcio vero, adesso pare un’esibizione per incassare tanti soldi da gente di bocca buona (e che comunque ha appena visto Real Madrid-Barcellona, ridendo e scherzando undicesimo trofeo di Ancelotti al Real). Certo per tutte e quattro meglio vincerla che non vincerla, ma la squadra per cui farebbe più la differenza sarebbe senza dubbio la Fiorentina, con Mazzarri al secondo posto.

Il grande tema politico-calcistico degli scorsi giorni e delle prossime settimane è la riduzione delle squadre della Serie A da 20 a 18, quindi con 4 partite e nella sostanza un mese in meno di impegni agonistici. Una riforma che ha come frontman Gravina, nel quadro di una riforma complessiva del calcio italiano (portata avanti da chi lo ha gestito male, questa la simpatica curiosità), e come mandanti silenziosi i grandi club, quelli convinti di andare a vita in Champions. Fredde Sky e DAZN, che con meno partite chiederebbero di rivedere i contratti già firmati fino al 2029, ovviamente contraria la maggioranza delle squadre che con questo format ha molte possibilità in più di vivacchiare. Visto che una riforma fatta con le buone prevede l’accordo di almeno 14 club su 20, è chiaro che la A non si autoriformerà mai. Possibili soltanto decisioni dall’alto, ma al di là dei dibattiti post-infortunio questa riduzione non la vuole quasi nessuno.

Il caso Benzema si inserisce nella grande tendenza del momento, cioè il pentimento per avere firmato contratti pazzeschi per lavorare in Arabia, uscendo dai radar del calcio che conta. Con doppia figuraccia di chi nel giro di pochi mesi farà l’avanti-indietro, accettando gli ingaggi del passato e in certi casi anche un po’ di meno. Il più pentito di tutti, come scritto nei mesi scorsi, è uno che non l’ha fatto per soldi, cioè Roberto Mancini che domani comincia la Coppa d’Asia con pochissimo entusiasmo per il livello della rosa dell’Arabia Saudita, che in realtà non è pessimo, e per l’idea di lavorare lì nei prossimi anni. Lanciati segnali di ogni tipo, con il sogno al momento proibito di una Lazio post-Sarri e quello più giornalistico che altro della Sampdoria (che in realtà potrebbe comprarsi). Però magari fra un mese gli arabi decideranno per lui, che da privato cittadino potrà tornare a Roma in pianta stabile.

stefano@indiscreto.net

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