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La memoria di Simone Inzaghi© LAPRESSE

La memoria di Simone Inzaghi

L'Inter campione d'inverno, i giocatori di Mazzarri, l'addio di Tiago Pinto, la Lazio del 1974 e le due anime di Zagallo.

Stefano Olivari

8 gennaio

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L’Inter di Simone Inzaghi è campione d’inverno e non c’è bisogno di grande memoria storica per trovare casi in cui questo platonico titolo non si è tradotto poi in scudetto: basta andare al 2022 ed all’Inter di... Simone Inzaghi, che con un pessimo mese e mezzo (tutto febbraio e metà marzo), senza bisogno di citare la sconfitta di Bologna, pose le basi della vittoria del Milan di Pioli. E a questo giro proprio con il Bologna, in Coppa Italia, è iniziata una fase negativa che fa sperare la Juventus, sempre a 2 punti dopo la vittoria strappata a Salerno, e anche il Milan vittorioso a Empoli, tornato brillante e staccato di 9 punti con la prospettiva di rimettere in sesto la difesa grazie al mercato o alla medicina. La grande novità della stagione, complice il probabile quinto posto da Champions, è che alla fine del girone di andata dietro alle tre grandi tradizionali sono almeno sette (Fiorentina, Bologna, Atalanta, Lazio, Roma, Napoli e Torino, tutte nel range di due vittorie, per non arrivare fino al Monza che comunque non ha cilindrata molto diversa) le squadre che possono ambire alla massima competizione calcistica del mondo: segno di equilibrio, ma verso il basso.     

Il Napoli di Mazzarri è peggio di quello di Garcia: a certificarlo non soltanto le 4 sconfitte in 7 partite di campionato ed una media punti a partita che è quasi la metà (1 contro 1,75) rispetto a quella del predecessore, ma la sensazione di impotenza che la squadra campione d’Italia dà in ogni occasione e soprattutto il ridimensionamento dei valori individuali di quasi tutti i giocatori, che Spalletti aveva portato vicini ai loro limiti. I 22 punti in meno rispetto all’anno scorso si spiegano più così che con gli allenatori chiamati da De Laurentiis, che il meglio l’hanno già dato ma rimangono due professionisti seri. Tutti ovviamente hanno notato in tribuna Antonio Conte, cioè l’allenatore dal quale De Laurentiis per sua stessa ammissione aveva ricevuto un no per il dopo Garcia: con il bollino di seconda, anzi terza, scelta Mazzarri è partito con il piede sbagliato (addirittura asserendo di essersi rinnovato ed ispirato a Spalletti, suo quasi coetaneo) della finta umiltà e ha continuato con quello sbagliatissimo della navigazione a vista anche se il principale problema, lo diciamo di nuovo, è quello di giocatori tornati al loro status naturale di classe media dopo mesi di celebrazioni acritiche. Ma cosa si sarebbe detto di De Laurentiis se avesse a questo giro venduto Kvaratskhelia, Osimhen e gli altri al massimo del loro valore di mercato? Ad alzarsi dal tavolo al momento giusto sono stati Spalletti, cioè quello che più di tutti conosceva il reale valore della rosa, e Giuntoli, comunque sostituito da uno vero (nel senso di partito dal basso) come Meluso, che arrivato troppo tardi in estate a Napoli, con le grandi scelte già fatte, deve adesso mettere qualche pezza. La migliore di tutti sarebbe confinare il presidente al suo ruolo di stratega e influencer, senza che si occupi di giocatori.

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L’addio di Tiago Pinto alla Roma è arrivato dopo tre anni esatti di lavoro che dividono fan e antipatizzanti visto che nel suo calciomercato delle ultime due stagioni le entrate hanno superato le uscite, anche per i paletti posti dall’UEFA, mentre in quello della prima completa (la prima con Mourinho giallorosso) il rosso fu clamoroso per gli acquisti di Abraham, ma anche di Kumbulla, Shomurodov, Vina e Ibanez (l’unico ad essersi rivalutato). In generale bilancio di mercato in pareggio, con la Roma che bene o male è ai confini della Champions. E che magari ci entrerà grazie anche ai colpi di gennaio di Tiago Pinto… Di sicuro il discorso Tiago Pinto è slegato dal futuro di Mourinho, con il quale peraltro mai c’è stata sintonia e che comunque attende segnali dai Friedkin, che con l’ultimo bilancio chiuso a meno 102 milioni (e venduto mediaticamente come un successo) danno la sensazione di essere su un binario morto. Di sicuro non gradiscono che si parli di Roma di Moourinho soltanto dopo le vittorie. Sembra il momento giusto per l’entrata in scena degli arabi della situazione, con un frontman romano e romanista (Un'idea, scontata,  sta circolando...) o magari lo stesso Mourinho.

Sky ha iniziato a trasmettere il docufilm ‘Lazio 1974 – Grande e maledetta’ che già nel titolo dice tutto sulla squadra più iconica nella storia del calcio italiano. Che non significa ovviamente la più forte, anzi, ma quella con più storie interessanti da raccontare. Anche per un giovane bastano pochi minuti di Martini, Petrelli, Oddi e Nanni per calarsi in una realtà ben diversa dal mediaticamente corretto di oggi ma anche di allora, senza per forza mitizzare il passato: quella Serie A era molto peggio della Serie A attuale, dal punto di vista dello spettacolo, e quel calcio non era più onesto di quello attuale, ma i suoi protagonisti avevano un’identità mentre quelli di oggi sono intercambiabili e non soltanto nella Lazio.

Mario Zagallo, per i più anziani sempre Zagalo, non aveva bisogno di morire per essere celebrato visto che nella sua lunga esistenza, 92 anni, ha avuto riconoscimenti di ogni tipo ed è stato forse l’unico in Brasile a mettere d’accordo i cultori dell’anima calcistica brasiliana (tendenza Telé Santana, ma anche l’appena esonerato Diniz) con i resultadisti (tendenza Parreira-Scolari). Magari ci sarebbe riuscito anche Ancelotti, non lo sapremo mai. Come allenatore memorabili i suoi tre incroci con l’Italia: la celeberrima finale del Mondiale del 1970, l’amichevole del 1973 a Roma con il 2-0 (gol di Riva e Capello) che illuse gli azzurri di Valcareggi e lo spettacolare 3-3 al Torneo di Francia 1997, prova generale del Mondiale dell’anno dopo.

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