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Il panettone di Pioli© AC Milan via Getty Images

Il panettone di Pioli

Il salvataggio di Ibrahimovic, una Superlega per Zhang, l'addio soft di Osimhen e City-Fluminense per pochi.

Stefano Olivari

24 dicembre

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Pioli alla fine ha mangiato il panettone anche a questo giro, ma è probabile che lo digerisca male visto che dopo il pareggio di Salerno è davvero vicino all’esonero come ai tempi del Natale di quattro anni fa, in seguito alla sconfitta per 5-0 contro l'Atalanta. Il suo salvataggio è stato il primo segno di vita dell’Ibrahimovic superconsigliere di Cardinale, che ha ragionato da giocatore: non si può cacciare, neppure per mettere in panchina l’amico Abate e indirettamente se stesso, un allenatore che è terzo in classifica con una squadra più o meno di questo valore. Un allenatore che soprattutto ha dalla sua parte lo spogliatoio nonostante la quantità assurda di infortuni muscolari, ultimo quello di Tomori: soltanto 6 giocatori su 27 della rosa sono stati esenti da problemi nei primi quattro mesi di stagione. Questa sì precisa colpa di Pioli (non del preparatore, peraltro scelto da lui) e da prima del 2023. Certo non c’è alcuna possibilità che vada oltre giugno, Conte o non Conte, ma nel breve periodo con lo schema Leão potrebbe riprendersi. Insomma, Pioli salvato da Ibra come nel 2019, con lo svedese che firmò poco dopo Natale: ma allora giocava.

Ultimo Natale senza la Superlega? Non crediamo, anche se la sentenza della Corte di Giustizia Europea ha dato ai grandi club uno strumento di pressione in più per prendere in mano la Champions League dal punto di vista organizzativo. Interessante è la prudenza dei club italiani, quasi tutti silenziosi o, attraverso scarni comunicati sollecitati da Gravina, rispettosi delle istituzioni attuali. Interessante anche la situazione delle due squadre in lotta per lo scudetto, visto che la scommessa degli indebitatissimi Zhang è sempre stata quella di temporeggiare aspettando un colpo che risolva la situazione finanziaria almeno della parte Inter, e che la Juventus ha limitato i danni con la giustizia sportiva anche grazie all’abiura della politica superleghista di Andrea Agnelli.

Victor Osimhen andrà a giocare in Premier League per 120 milioni di euro, quasi certamente la prossima estate. È questo il senso del prolungamento dal 2025 al 2026 del contratto del campione nigeriano con il Napoli, 10 milioni netti a stagione, annunciato poche ore prima della sfortunata partita con la Roma, sconfitta con espulsione di Politano e proprio di Osimhen. La clausola di rescissione, non ufficializzata ma comunque valida solo per l’estero, è più o meno quanto qualche mese fa l’Arsenal ha pagato Declan Rice al West Ham o il Chelsea Caicedo al Brighton, per citare due elementi di classe media e che senz’altro spostano meno di uno dei migliori attaccanti del mondo, quale è Osimhen. In altre parole, Osimhen è venuto incontro al Napoli quando gli sarebbe convenuto aspettare un anno e mezzo ed intascarsela lui, una gran parte di quei soldi. Poi è chiaro che questo contratto lo tutela in caso di infortunio, eccetera, ognuno fa i propri interessi ma in questo caso quelli di tutti coincidevano.

Venerdì il Manchester City è diventato campione del mondo per club battendo in finale 4-0 la Fluminense, una partita che ha dimostrato una volta di più che questa competizione, così come la Coppa Intercontinentale sua antenata (e che risorgerà l’anno prossimo per integrare il nuovo Mondiale quadriennale che partirà nel 2025) interessa pochissimo al di fuori delle tifoserie delle squadre coinvolte e, a dirla tutta, spesso nemmeno a loro che certo la considerano giustamente una coppetta rispetto alla Champions o alla Libertadores. In Italia soltanto i più motivati l’hanno vista, visto che nemmeno la più scalcinata delle televisioni ha investito su una partita sulla carta bellissima (poi non lo è stata) fra la squadra di Guardiola e quella di un Diniz che sembra interpretare meglio di tutti l’anima brasiliana, al punto che proprio Guardiola (il cui schema più collaudato è il complimento all’allenatore avversario) lo ha paragonato a Telé Santana. Ci domandiamo quanti conoscano FIFA+, ma non è questo il punto. Il punto è che competizioni per club senza rivalità consolidate interessano zero e questo gli esteti di un immaginario ‘prodotto calcio’, gente che esiste però nicchia della nicchia, proprio non lo accettano.

stefano@indiscreto.net

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