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Un Ibrahimovic per Pioli© LAPRESSE

Un Ibrahimovic per Pioli

Il derby del Milan, il marchio di Inzaghi, la retrocessione del Sassuolo e le colpe di Garcia

Stefano Olivari

18 settembre

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Stefano Pioli è un problema? Non per l’umiliante 5-1 subito nel derby, il quinto di fila perso (e sempre male) contro Simone Inzaghi: il Milan come rosa rimane una delle squadre meglio attrezzate per lo scudetto, fra l’altro al di là dei miti tipo Moneyball quasi tutti gli acquisti sono arrivati da campionati con grande visibilità. Certo Pioli, che è nel calcio professionistico da 41 anni, da quando era un promettente (con promesse non tutte mantenute) difensore del Parma, sa benissimo che a questo Milan mancano un grande difensore centrale e una punta che consenta a Giroud di essere un'alternativa. Ma anche così l’allenatore campione d’Italia due stagioni fa e ha dal centrocampo in su tante soluzioni con una qualità media che ai tempi di Messias e Castillejo si sognava. Il problema con il Pioli attuale sembra una certa presunzione, che lontano dai riflettori ha mostrato anche in un recente incontro con giornalisti che contano (non noi, quindi), prassi di molti allenatori, il 100% di quelli che godono di buona stampa. Il Pioli che ‘Adesso vi spiego il mio calcio’ avrebbe fatto ridere il Pioli pretatuaggi e pre-maglietta cool, ma è in parte la spiegazione di dichiarazioni tipo quella sul gioco in mano nei primi 4 minuti o di mosse guardioliane come lo spaesato Calabria alla Kimmich. Una deriva più psicologica che tecnica, iniziata l’anno scorso e nascosta dall’ottima Champions, situazione che chiaramente rende necessario un uomo di calcio a Milanello che scuota Pioli: impensabile un ritorno di Paolo Maldini, sarebbe il momento di Ibrahimovic che già la scorsa stagione ha svolto funzioni simili. 

L’altra faccia del derby è anche l’altra faccia del calcio: Simone Inzaghi da esonerato a condottiero con monumento equestre in due mesi e mezzo di calcio ufficiale, con tanto di contratto prolungato fino al 2025 ed una fama da allenatore di coppa che con i tanti falliti da Champions (cioè tutti tranne chi la vince, nell’ambito di quelle dieci corazzate) potrebbe supermonetizzare in futuro. Impensabile per lui una situazione come quella attuale anche soltanto a metà aprile, dopo la sconfitta di San Siro con il Monza, la quinta in sette partite di campionato, e non certo per il gioco: anzi, a livello puramente estetico la sua Inter è sempore stata la migliore della storia moderna ed è la prosecuzione di quella di Conte soltanto mettendo i magneti del 3-5-2 sulla lavagna. L’Inter dei parametri zero (i marcatori dei primi quattro gol del derby, Mkhitaryan, Thuram e Calhanoglu lo sono), strada di solito pericolosa, e di qualche acquisto mirato, che Inzaghi ha messo insieme cambiando pochissimo di partita in partita e stabilendo gerarchie quasi militari, nel calcio di oggi abbastanza rare. Un po’ come tutti, a partire da Pioli, Inzaghi in Italia ha un marchio (quello dell’aziendalista, cosa che al di là delle dichiarazioni assolutamente non è, altrimenti Pavard e Frattesi sarebbero già titolari) e se lo terrà fino al ritiro, ascoltando i Sacchi della situazioni dire che lui non ha un gioco europeo (ma cosa vuol dire?).

Chi retrocederà in Serie B? Giusto chiederselo adesso, perché poi alla fine basterà guardare la classifica. Certo l’Empoli di Zanetti ha presentato la sua candidatura con 0 punti in 4 partite, l’ultima il disastro dell’Olimpico contro la Roma, ma come livello medio dei singoli non sembra inferiore a Cagliari, Lecce, Udinese e Verona, tutte squadre che invece qualche punto lo hanno fatto e nel caso del Verona anche più del previsto. Fra la classe media la situazione più interessante è quella del Sassuolo, pieno di scommesse di talento come non mai: quasi certezze sono Boloca e Bajrami, interesse per i vari Mulattieri, Volpato e Missori, attesa per Lipani. Punto interrogativo sull’atteggiamento di Berardi, finora un po’ così: squadra che può arrivare ai confini della Conference League come retrocedere in maniera disastrosa.

Il ciclo del Napoli è finito nel momento in cui Spalletti, stanco di De Laurentiis e annusando la Nazionale, ha salutato una squadra che aveva dato il massimo non perché fosse vecchia ma perché aveva tutti i giocatori trainanti nel momento giusto della carriera, con il Napoli che in quel momento era il massimo. Il nervosismo di Kvaratskhelia non è colpa di Garcia, così come la mancata sostituzione di Kim ed il tira e molla con Giuntoli, che di fatto ha reso il presidente anche direttore sportivo: con intelligenza De Laurentiis, che non essendone appassionato non segue il calcio ma di solito è bravo nel giudicare le persone, ha evitato mosse azzardate e confermato quasi in blocco la squadra dell’anno scorso. Ma è chiaro che questa situazione deve essere transitoria, una o al massimo due stagioni. E lo hanno capito subito i tanti allenatori che gli hanno detto di no, sia di prima fascia come Luis Enrique e Sergio Conceicao sia in carriera come Italiano e Thiago Motta, per non dire di Paulo Sousa.

stefano@indiscreto.net

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