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Sergio Brighenti il vero nove

Sergio Brighenti il vero nove

Addio ad un grande attaccante, nella sua vita da allenatore secondo di Vicini a Italia '90. Ed anche innovatore del ruolo di centravanti...

Stefano Olivari

14 ottobre 2022

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Con la morte di Sergio Brighenti, a 90 anni, se ne va uno dei più grandi attaccanti degli anni Cinquanta, un bravo allenatore ed una bravissima persona, cosa che di solito non è utile per emergere nel grande calcio. Anzi, spesso è controproducente. Brighenti però ce l'ha fatta, partendo dalla sua Modena, mettendosi in luce da riserva nell'Inter di Nyers, Skoglund e Lorenzi, passando poi alla Triestina e soprattutto al Padova, dove Nereo Rocco lo valorizzò al massimo: Brighenti era infatti nato come mezzala velocissima e tosta fisicamente, tatticamente versatile (in carriera fu anche ala e regista), ed il catenaccio di Rocco trovò in lui un contropiedista perfetto. Chi ha visto giocare entrambi dal vivo (bisogna avere almeno 75 anni di età) lo paragona per caratteristiche a Ciro Immobile, di sicuro come Immobile ha segnato tanti gol e nella stagione 1960-61, passato alla Samnpdoria, fu anche capocannoniere della Serie A (138 quelle totali segnate nella massima categoria).

Nella depressa nazionale italiana dell'epoca giocò poche partite, con la gemma del primo gol italiano a Wembley, nel 2-2 contro l'Inghilterra del 6 maggio 1959. La Nazionale l'avrebbe frequientata di più come allenatore, da vice del fraterno amico Azeglio Vicini, suo ex compagno (insieme anche a Vujadin Boskov) nella Sampdoria, nel bellissimo ciclo di Euro 1988 e del Mondiale del 1990. Questo Brighenti azzurro lo ricordano tutti, soprattutto i giocatori che in campo ricevevano da lui la maggior parte delle indicazioni, dal momento che Vicini non era uno che gridasse. Ma al di là dei gol e di un'epoca meravigliosa del calcio italiano (dal 1982 al 1991 furono 7, in 9 stagioni, le squadre a vincere lo scudetto) ci piace ricordare Brighenti anche come un innovatore. Prima che Rocco lo trasformasse in un contropiedista Brighenti si riteneva un centravanti di manovra, quello che all'epoca si definiva 'alla Hidegkuti' e che ai giorni nostri è diventato il falso nueve, ed il tarlo gli era rimasto. Il suo Lecco negli anni Settanta, in Serie C, propose qualcosa del genere, non proprio il centravanti di manovra ma un giocatore di altri reparti messo in attacco: Brighenti ci provò con diversi elementi della rosa, in particolare con Michele De Nadai, che qualche anno più tardi avremmo visto nella Roma e nella Lazio.

Un falsissimo nueve, più che un falso nueve. Un po' poco per essere ricordato come Rinus Michels: di lì a poco sarebbe entrato nella FIGC, per rimanerci 16 anni e diventare uno dei protagonisti meno celebrati delle notti magiche. Però ascoltatissimo da Vicini, più di un Bearzot direttore tecnico poco amato, di un Cesare Maldini tecnico della Under 21 e osservatore visto come possibile successore, più di De Sisti e Rocca considerati uomini di Matarrese. Sergio Brighenti era un vero nove, come quel pomeriggio a Wembley. 

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