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L'Italia in cerca dei Senesi© LAPRESSE

L'Italia in cerca dei Senesi

L'ultima idea di Mancini, l'Atalanta di Sartori, l'impegno del Sassuolo e la Fiorentina 1981-82.

Stefano Olivari

18 maggio

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La sola idea di convocare Marcos Senesi per la ripresa dell'attività della Nazionale la dice lunga sull'opinione che Mancini ha dei giovani difensori italiani. Il difensore centrale del Feyenoord fra l'altro non è nemmeno giovanissimo, avendo 25 anni, ed alla sua età non ha ancora giocato un minuto nell'Argentina intesa come nazionale maggiore. Cosa che lo rende ancora italianizzatile, in virtù ovviamente del passaporto italiano, anche adesso che è fra i preconvocati da Scaloni per la partita contro l'Italia dell'1 giugno a Wembley. Insomma, Senesi ha due settimane per scegliere da quale parte stare. Il problema ovviamente non è lui, ma che ormai tante nazionali vengano gestite come se fossero club e non rappresentative di un'idea.

Il grande ciclo dell’Atalanta è finito? La domanda ha cittadinanza non per la fine dell’era Percassi, peraltro una fine a metà, o per la possibile assenza dalla coppe europee che sarebbe la prima mancata qualificazione dell’era Gasperini (iniziata nel 2016), ma per l’addio di Giovanni Sartori. Negli ultimi decenni forse il miglior dirigente italiano in rapporto ai mezzi a disposizione, prima al Chievo e poi appunto all’Atalanta, Sartori ha fatto del mitico player trading (cioè il calciomercato senza spendere soldi) una scienza quasi esatta, in parte anche ai danni dei giovani del vivaio bergamasco. Di certo è stato grazie alle sue intuizioni e a come Gasperini le ha tradotte in gioco che l’Atalanta è diventata la più europea, come mentalità (qualsiasi cosa voglia dire), delle squadre italiane. Non è nemmeno un retroscena che i rapporti fra Sartori e Gasperini fossero al minimo da mesi, ma questo non significa che al 100% Gasperini abbia voglia di costruire un nuovo ciclo senza prima aver capito se gli americani gli consentiranno di trattenere i giocatori migliori.

La volata scudetto fra Milan e Inter, impegnate domenica alle 18 contro il Sassuolo e a San Siro contro la Sampdoria, ha fatto riflettere una volta di più sull’importanza di avere squadre in lotta per un obbiettivo: né Sassuolo né Sampdoria ne hanno uno, come si sa. E nel caso del Sassuolo, la squadra più amata dai cultori del calciomercato (ormai la somma dei presunti prezzi di Scamacca e compagni supera quella della rosa del Manchester City), questa mancanza di obbiettivi c'era dalla prima giornata di campionato. Così una squadra che ha battuto senza problemi, in trasferta, Juventus, Milan e Inter, ha senza un vero perché regalato punti alla media e bassa classifica. E tanta Serie A, dal Bologna all’Udinese al Torino, è così, come il Sassuolo: realtà in cerca di autore. Dove il sospetto non viene generato dallo scarso impegno, che sarebbe anche umano, ma dal super-impegno.

Lunedì scorso a Firenze è stato celebrato il quarantennale del secondo posto in campionato della Fiorentina 1981-82, che per molti tifosi viola è l'equivalente di un terzo scudetto. E sabato sera ci sarà Fiorentina-Juventus... Al di là delle rievocazioni storiche, bisogna dire che quella dei Pontello, per lo meno dei Pontello di quegli anni e non certo di quelli che prima dei Mondiali del '90 avrebbero ceduto Baggio, è stata la penultima Fiorentina a lottare per i massimi traguardi, con l'ultima che è stata quella 1998-99 di Cecchi Gori, Trapattoni e Batistuta. La cosa grave, per il mitico prodotto Serie A, è che nemmeno un ultras della Fiorentina può pensare che nel calcio italiano di oggi, e di domani, si possa lottare per lo scudetto avendo alle spalle una città e poteri di media grandezza. 

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