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Il Napoli di Bruno Giordano

Il Napoli di Bruno Giordano

Intervista all'ex centravanti della squadra campione d'Italia 1986-87, che a quello scudetto ha dedicato un libro scritto insieme a Salvatore Bagni...

Stefano Olivari

4 maggio

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Bruno Giordano non ha bisogno di presentazioni, così come il Napoli del primo scudetto ha già avuto tanti libri celebrativi. Però quello scritto dal centravanti di quel Napoli e da Salvatore Bagni è un'opera davvero molto interessante anche per chi pensa di sapere tutto di quell’epoca e di quella squadra che aveva Maradona come leader, icona, divinità. Che vi siete persi…, con Sperling & Kupfer come editore, parte da quel 10 maggio 1987 per raccontare tutta una stagione dal di dentro, senza filtri o mediazioni. Ogni argomento ha una doppia versione, quella di Giordano e quella di Bagni, e lo schema funziona benissimo perché nel calcio i punti di vista sono sempre diversi. Di quel Napoli abbiamo parlato con Giordano, che nel libro racconta anche molto altro di sé, a partire dal suo rapporto con la Lazio.

Come mai questa idea di libro insieme a Salvatore Bagni, a 35 anni da quel trionfo?

Con Salvatore ci sentiamo sempre e si finisce spesso a parlare di quella stagione: dopo avere letto tante rievocazioni di altri abbiamo voluto quindi proporre la nostra. Perché un conto è immaginare e raccontare cose che non si sono vissute, un altro è il ricordo dei diretti interessati.   

Lei è stato fra i protagonisti del primo scudetto del Napoli, nel secondo non c’era ma può lo stesso fare un confronto. Che differenza c’è fra quei due scudetti, perché il primo è stato molto più celebrato del secondo e finora ultimo?

Bisognerebbe chiederlo alla gente, forse molto semplicemente il primo amore non si scorda mai. Quello del 1986-87 fu un successo aspettato per decenni, fra speranze e delusioni. Quello di tre anni dopo fu vinto da un Napoli che era già forte da diversi campionati. Soltanto a distanza di tempo mi sono reso conto che quella del 10 maggio 1987 è stata una data storica sotto l’aspetto sportivo e sociale, per il Napoli e per Napoli: se la gente e anche noi stessi ne parliamo come se fosse cosa recente un motivo ci sarà.

Nel libro lei racconta che Maradona già in campo, quando lei ancora giocava nella Lazio, le chiese di venire al Napoli. E che addirittura Italo Allodi, quando la incontrò per il contratto, non si mise a mercanteggiare, dicendo chiaramente che Maradona la voleva al Napoli a tutti i costi. Com’è stato il vostro rapporto?

Diego era più grande come amico e compagno che come calciatore, e con questo avrei detto tutto visto che è stato il più grande calciatore di tutti i tempi. Noi avevano tante pressioni, ma quelle che aveva lui erano inimmaginabili. E nonostante questo aveva tempo e voglia per gesti di generosità che valgono più di ciò che ha fatto in campo. Il nostro rapporto era straordinario, nacque durante un Italia-Argentina del 1979 ed è arrivato fino alla sua morte.

Perché nel 1988 la sua storia con il Napoli finì, nonostante l’amore del pubblico e l’amicizia con Maradona? Può, a distanza di tanti anni, dire cosa ci fosse di vero nel famoso ammutinamento contro Ottavio Bianchi?

Non ci fu alcun ammutinamento, fra l’altro quella lettera io, Bagni, Ferrario e Garella la scrivemmo dopo la partita con il Milan e non prima. Per spiegare quanto successo, viste le brutte chiacchere che a Napoli giravano su quella rimonta, non sappiamo se alimentate da qualcuno nella società. Ma noi avevamo dato tutto, finendo la stagione in calo e contro un Milan in condizioni fisiche straordinarie. Non c’erano retroscena, tanti di noi stavano male e la stessa partita del San Paolo con il Milan fu giocata da Bagni e Romano soltanto grazie ad infiltrazioni.

Lei nel libro ha parole di stima per Italo Allodi, il dirigente che costruì il Napoli dello scudetto e che a metà stagione ebbe un’ischemia.

Ho una grande opinione di lui e del resto è stato uno dei grandi dirigenti del nostro calcio. Rimango convinto di una cosa: se nella stagione successiva ci fosse stato Allodi avremmo rivinto lo scudetto, anche in condizioni precarie, perché avrebbe tenuto unito l’ambiente.

Lei nel libro scrive del dolore per aver vissuto da squalificato per il calcioscommesse il Mondiale ’82 e da escluso di Bearzot quello ’86. La Nazionale è una ferita ancora aperta?

Sì, perché la squadra del 1982 la sento un po’ anche come la mia squadra, senza la squalifica ci sarei stato di sicuro. Ancora oggi non capisco come sia stato possibile subire una squalifica di questo genere, in rapporto alle responsabilità. Lo stesso Paolo Rossi pagò molto più del dovuto. Speravo che almeno quello del 1986 sarebbe stato il mio Mondiale, ma Bearzot non mi chiamò nonostante negli anni precedenti mi avesse fatto giocare e nel 1985 anche portato nella tournèe in Messico. Vuol dire che sarò ricordato come il centravanti che ha vinto lo scudetto con Maradona, non è poco.

Lei nel libro dice che la Lazio l’aveva nel 1984 ceduta alla Juventus e poi, dopo il suo rifiuto, alla Roma di Viola. Un rifiuto anche in questo caso ed un ultimo anno nella Lazio, molto difficile con società e tifosi. Come sarebbe cambiata la carriera di Giordano alla Juventus o alla Roma?

Contentissimo di come è andata, perché poi sono finito al Napoli. Non ho vinto quanto avrei potuto, lo so, ma sia nella Lazio sia nel Napoli penso di avere dato e ricevuto tante emozioni: alla fine è per questo che si viene ricordati, non per gli albi d’oro o le statistiche.

Lei racconta di un rapporto spesso difficile con Chinaglia, idolo di infanzia ma anche compagno e presidente impossibile. Che ricordo ha oggi di lui, altra icona del tifo laziale?

Giorgio un idolo, ancora di più per me che sono nato come tifoso della Lazio. Ricordo ancora l’emozione quando giocavo negli Allievi della Lazio e Chinaglia veniva al campo a vederci. Da compagni ci siamo incrociati poco, purtoppo il grande ciclo di Maestrelli era finito, l’ho conosciuto meglio come presidente e lì qualche volta ci sono stati problemi. Ma poi il nostro rapporto è diventato buono e ci siamo visti fino a poco prima della sua scomparsa.

Quali sono stati i calciatori più forti con cui ha giocato? Dopo Maradona, ovviamente.

Tutti i nazionali del 1982, un’Italia di campioni veri. Più D’Amico, Manfredonia, Laudrup, Careca, Bagni, Daniel Bertoni…

I media hanno rappresentato Giordano nel modo giusto o si è a volte sentito trattato male, sottovalutato?

Non mi lamento, mi è mancato il Mondiale del 1982 e quello avrebbe cambiato tante cose.

Cosa farebbe Bruno Giordano nel calcio di oggi?

Non voglio mancare di rispetto ai grandi attaccanti che ci sono adesso, ma penso che negli anni Settanta e Ottanta fare l’attaccante fosse molto più difficile. Arbitraggi diversi con regole diverse, meno rigori, meno protezione, un calcio con una mentalità più difensivista. Non hanno senso i discorsi statistici tipo ‘Superato Gigi Riva’. E i difensori difendevano.

 

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