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I secondi quaranta anni di Zoff© LaPresse

I secondi quaranta anni di Zoff

Il traguardo di una leggenda, il Napoli capolista, la crisi dell'Inter, i gol di Coppa Italia e le ceneri della Superlega.

Stefano Olivari

28 febbraio

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Dino Zoff compie oggi 80 anni: non è l’unico sul pianeta ad aver tagliato questo traguardo, ma la cosa fa impressione a tutti quelli che hanno vissuto il suo Mondiale 1982 vinto a 40. Quattro decenni in cui il calcio è ovviamente cambiato, ma ancora di più è cambiato il rapporto del pubblico con i suoi protagonisti: era più facile sentirsi vicini a Zoff, ma anche a Paolo Rossi e tutti gli altri, per motivi non soltanto finanziari. Diciamo questo senza bisogno di creare santini, perché ogni vita e ogni carriera hanno le loro ombre. Ma al netto delle celebrazioni per l’uomo e per il campione, davvero Zoff è stato il miglior portiere italiano di ogni tempo? Molti sostenevano che non lo fosse nemmeno al suo, di tempo, tanto è vero che fra il 1968 ed il 1970 il suo status era esattamente uguale a quello di Albertosi (lui titolare all’Europeo, Albertosi al Mondiale) e che dopo il Mondiale 1978 mezza Italia lo riteneva troppo vecchio, a 36 anni, per arrivare fino al torneo in Spagna. Siamo abbastanza vecchi non solo per averlo visto in diretta alzare la Coppa del Mondo al Bernabeu, ma anche per avere letto fra il 1978 e il 1982 tanti editoriali che invocavano Paolo Conti, Castellini, Bordon, Galli, Tancredi… Lo diciamo non per esibire il senno di poi, ma per ricordare una volta di più l’impatto culturale di quel Mondiale, che rese istantaneamente eroi i suoi protagonisti senza nemmeno aspettare l’effetto nostalgia. In questo senso varrà sempre moltissimo di più rispetto a quello 2006, anche se probabilmente Buffon è stato più forte di Zoff.       

PODCAST - Dino Zoff, 80 anni tra vittorie e ricordi

PODCAST - Dino Zoff, 80 anni tra vittorie e ricordi

Un estratto dell'intervista in cui il portiere campione del mondo 1982 ripercorre la sua carriera e i suoi trionfi tra Juventus e Nazionale

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Battendo la Lazio all’Olimpico il Napoli ha raggiunto il Milan in testa alla classifica, con il solito asterisco dell’Inter che è 2 punti dietro ma deve recuperare la partita con il Bologna. Con un gol splendido, e l’assist per Fabian Ruiz, Lorenzo Insigne è l’uomo copertina della ventisettesima giornata di campionato, ma per lo scudetto c’è adesso anche la Juventus, dopo un mese di prestazioni di Milan, Inter e anche dello stesso Napoli che Aldo Giordani, su Superbasket e nella sua memorabile rubrica sul Guerin Sportivo, avrebbe definito ‘da ciapanò’. La squadra di Allegri aveva iniziato a fare risultati prima di Vlahovic e a maggior ragione sta continuando a farli con le prodezze del serbo, nonostante un gioco anche con l’Empoli piuttosto modesto, che il marketing editoriale impone di definire ‘concreto’. Poi Allegri deve gestire tante assenze, ma in questa ultima (si spera) stagione Covid è il problema di tutti.

Il Milan è una squadra costruita alla Moneyball, con giocatori di livello medio che Pioli che ha portato a quello superiore: che pareggi in casa con l’Udinese non è uno scandalo. Poi si possono usare tutte le statistiche del mondo per dimostrare che gioca meglio senza Ibrahimovic, ma rimane il fatto che la storia del Milan recente l’abbia cambiata lui, intuizione di Boban e Maldini, e che in certe partite la paura che incute agli avversari possa ancora servire: poi, certo, ha 41 anni e non 31. L’Inter è l’Inter dell’anno scorso senza i due migliori e con le punte che non segnano più: poi Inzaghi l’ha fatta giocare meglio di Conte, ma i punti in meno rimangono punti in meno e i due persi contro un buon Genoa sono pesanti: se non esce viva domani sera dall'andata del derby di Coppa Italia la squadra nerazzurra entra ufficialmente in crisi. Il Napoli ha forse la rosa più completa, la vittoria dell’Olimpico sulla Lazio è ciò che serviva a Spalletti per scuotere un ambiente che senza coppe ha la testa per un obbiettivo solo, lo storico terzo scudetto, il primo senza Maradona. Al netto della solita dilagante esterofilia è un torneo appassionante. E domenica c'è Napoli-Milan... Appassionante anche in coda, dove la vittoria del Cagliari a Torino e la sconfitta del Venezia con il Verona hanno dato un’indicazione su chi accompagnerà Genoa e Salernitana in serie B. Fra le squadre davanti a loro quella sacrificabile, dal punto di vista del sistema, è lo Spezia e con la Roma un po’ lo si è visto.

Con un anno di ritardo la Coppa Italia si è adeguata all’Europa. La vecchia regola del gol in trasferta che vale doppio, ovviamente a parità di gol totali (qualcuno era convinto che un 2-1 fosse in realtà un 2-2…), sarà infatti abolita a partire dalla prossima stagione. Per ciò che si è visto finora in Champions ed Europa League l’innovazione ha funzionato: non è che abbia rivoluzionato il calcio, ma ha portato a partite di andata più aperte e meno bloccate dalla paura. Comunque per quanto riguarda la Coppa Italia stiamo parlando soltanto delle semifinali, l’unico turno articolato su andata e ritorno. Senza un vero perché, se non televisivo (ma allora il discorso dovrebbe valere anche per i quarti o a maggior ragione la finale).

La Superlega non è ancora morta, The Telegraph ha infatti rivelato che questa settimana Real Madrid, Barcellona e Juventus torneranno alla carica con una nuova proposta di campionato europeo per club, dai contorni indefiniti ma con una notevole differenza rispetto al progetto originario, cioè la rinuncia ai posti fissi per i club fondatori. Ma allora che Superlega è, se si propone una replica della Champions League? L’obbiettivo quasi dichiarato è proprio quello di sfilare la Champions alla UEFA e di farla organizzare direttamente ai club. Un po’ quello che avvenne oltre trent’anni fa con la Premier League rispetto alla Football Association. Senza contare gli obbiettivi secondari, ma non troppo, citati dal quotidiano inglese: Ceferin e Al Khelaifi, il cui PSG sta alterando la concorrenza visto che dietro non ha imprenditori, per quanto ricchissimi, ma uno stato. All’atto pratico cambia poco, al di là del fatto che dopo un decennio di spese folli il PSG non abbia vinto una sola Champions, così come il Manchester City. Ma certo è che questa Superlega riciclatasi in gruppo di pressione, una specie di G3, dovrà prima di tutto investire sulla comunicazione.

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