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Il vantaggio di Abraham© AS Roma via Getty Images

Il vantaggio di Abraham

La differenza fra Serra e Orsato, il presidente della Longobarda, le idee di Blessin ed il tetto ai prestiti.

Stefano Olivari

21 gennaio

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L’ottimo momento di Tammy Abraham, a segno anche nell’ottavo di Coppa Italia che porterà Mourinho a sfidare l’Inter, si lega al sempre attuale, da fine Ottocento ai giorni nostri, discorso sugli arbitri. Perché Marco Serra per il vantaggio non concesso al Milan contro lo Spezia, rendendo inutile il gol di Messias, è stato linciato dai media secondo i soliti schemi (a maglie invertite sarebbe andata diversamente) ed anche semi-retrocesso dai suoi capi, visto che fino a metà febbraio al massimo si occuperà del VAR e non metterà piede in campo. Mentre Daniele Orsato in Juventus-Roma il 17 ottobre scorso fu al centro di un caso simile, che impedì un gol proprio di Abraham. Certo in quel caso ci fu un rigore, che poi la Roma sbagliò (parata di Szczesny su Veretout), ma la logica è la stessa perché Abraham aveva segnato. Non occorre grande memoria per ricordare il differente trattamente riservato ad Orsato, che domenica arbitrerà Milan-Juventus. In qualsiasi direzione vadano i suoi errori, perché gli arbitri possono come tutti sbagliare, rimane una certezza il trattamento diverso riservato ad arbitri diversi.

Camillo Milli è morto a 92 anni: grande attore di teatro, anche con Strehler, e caratterista al cinema, ma per gli appassionati di calcio sarà sempre Borlotti, il presidente della Longobarda nel film-culto L'Allenatore nel pallone. Opera del 1984, con Lino Banfi nei panni dell’allenatore Oronzo Canà, ma satira ancora attualissima della Serie A. Borlotti è diventato la sintesi del presidente di provincia che non si dispera, anzi, per la retrocessione, e che si trova perfettamente a suo agio come suddito dei grandi club. Fin troppo facile trovare ogni anno Falchetti e Mengoni nelle cronache giornalistiche reali, con formule di pagamento anche più cervellotiche. Certo è che quel film, il più visto ancora oggi sui pullman delle squadre, deve il suo successo eterno anche a quegli anni meravigliosi ed irripetibili del calcio italiano, quando in 9 stagioni (dal 1982 al 1991) vinsero lo scudetto 7 squadre diverse. Troppo facile il confronto con l’orrore del trentennio successivo, sempre rischioso da sottolineare visto che il 75% degli italiani, e quindi dei lettori-telespettatori, tifa per quelle tre squadre.     

“Voglio un Genoa aggressivo, che giochi un calcio veloce, con pressing e ragionamento”. Sono state le prime parole di Alexander Blessin da allenatore del Genoa. Shevchenko, Ballardini e Maran invece prediligevano un calcio, molle, lento, senza pressing e senza pensare. Al di là delle battute, quella del quarantovenne tedesco come successore di Shevchenko è stata una scelta a sorpresa, così come sorprendente è stato il milione e mezzo pagato all’Ostenda per avere Blessin subito. Magari tutto il mondo inseguiva il tecnico della quindicesima squadra del campionato belga, chi lo sa. Evidentemente una scelta del direttore sportivo Johannes Spors, che aveva lavorato con lui al Lipsia, per non parlare degli imitatori di Moneyball. Il contratto è fino al 2024, come del resto quello di Shevchenko, ed è chiaro che essere stato nel gruppo Red Bull basti ad essere considerato, dal punto di vista mediatico, un allenatore da progetto. Certo per salvare il Genoa, che come singoli non è certo fra le ultime tre della Serie A, non occorre un genio del calcio.

I grandi club che controllano mille giocatori e si comprano la benevolenza delle piccole squadre avranno un problema in più. Infatti dalla prossima stagione la FIFA ha imposto un tetto di 8 giocatori in prestito in entrata e 8 in uscita, con l’eccezione degli Under 21 per i quali invece non ci saranno limiti. Il progetto è quello di arrivare a 6 nel giro di due stagioni e basta dare un’occhiata ai giocatori sotto contratto delle squadre principali per rendersi conto che i loro dirigenti dovranno inventarsi formule nuove per continuare con i soliti giochetti o per rimediare ai loro errori con i soldi degli azionisti.

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