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Diego Armando Maradona era nostro dal '78

Diego Armando Maradona era nostro dal '78

Ivan Zazzaroni nel suo editoriale, assieme a Italo Cucci, racconta la storia tra Diego Armando Maradona e il Guerin Sportivo, un rapporto meraviglioso, nato non per caso. 

Ivan Zazzaroni

25 novembre

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Diego e il Guerino, Italo: il Guerino e un dolore speciale. Storia di un rapporto meraviglioso, nato non per caso.

«A Baires c’era Oreste Bomben, un gigante friulano che aveva portato l’Argentina sul Guerino conquistando sempre più spazio per storie e personaggi inediti. Fu lui a parlarci per primo di un giovanissimo Diego Armando Maradona eleggendolo protagonista quando il suo nome circolava solo fra gli specialisti (rari) di calcio internazionale. Nel ’78, durante il Mundial, l’avevo inutilmente cercato con Radice e il Trap, a Baires, ma il giovane Diego s’era nascosto. I colleghi del Grafico mi assicuravano che avrebbe meritato di giocare, ma Menotti lo riteneva non maturo per la nazionale maggiore. Mi fece ricordare Edmondo Fabbri che a Middelsbrò aveva Gigi Riva in tribuna quando perdevamo con la Corea del Nord. Mentre El Flaco avrebbe vinto la Coppa grazie alla “marmelada peruana” di Ramon Quiroga e al fischietto dell’italiano Gonella».

Già. Ma il vecchio Oreste?

«Bomben insisteva e un giorno mi convinse a sbattere in copertina il già Pibe de Oro con un titolo riferito a altri (“Addio sogni di gloria”) che gli argentini non capirono e s’incazzarono. In realtà difendevamo Diego dal disinteresse di Menotti. (Va precisato che il Guerin era presente nelle edicole di Baires più di quanto lo fosse in certe città italiane). L’Argentina nel ’79 aveva vinto il Mondiale Under 20, Diego aveva incantato il Giappone e dintorni, un giovane Zico ne aveva parlato benissimo smontando la faida Brasile-Argentina: “Nel 1979 l’ho visto giocare per la prima volta, segnò un gol stupendo e si vedeva che era un giocatore diverso da tutti. Sarebbe diventato uno dei migliori, faceva cose incredibili...”».

Fu praticamente il primo incontro del Guerino con Diego.

«Bomben tornò alla carica, ebbe la cover, fece il suo pezzo. E Maradona non ci dimenticò, come il collega Blanco che nell’84, arrivato con Diego al Napoli come portavoce e collaboratore del manager del Pibe, di Jorge Cyterszpiler (suicida nel 2017, poveraccio, dopo una vita di follie), mi promise la prima intervista italiana che realizzai a Reggello - ritiro del Napoli, allenatore Marchesi - il giorno di ferragosto dell’84. Il grande Maradona era in realtà un ragazzo spaventato, si mangiava le unghie e prima di rispondere alle mie domande confabulava con Blanco».

Da quel giorno il Guerino diventò la sua casa, la sua famiglia.

«Così “giocammo insieme” il Mundial del 1986 perché portammo a Città del Messico il suo portavoce Paolo Paoletti in cambio di un articolo autografo alla settimana. Potevo entrare nel ritiro dell’Argentina, la policia ormai mi conosceva e io ammiravo un Di go sempre più splendido e splendente (a quei tempi Rettore era spesso al giornale, amica di Serena Zambon, la segretaria di redazione che un giorno mi convinse a non pubblicare le foto che avevo - esclusive - di un incontro d’amore fra Diego e una famosa soubrette della tv. “Direttore faccia un sacrificio - mi disse Serena - se le pubblica incasiniamo Diego...”. Le buttai via ma per “salvare” lei, non lui che ormai era diventato uno spudorato colezionista di gnocche».

Da Napoli Alfredo Capozzi ci bombardava di foto favolose che Diego gli consentiva di fare prestandosi a tutto.

«Come quando posò per la copertina di “Maramondo”. Un bel giorno me ne andai dalla tentacolare San Lazzaro (Brera dixit) per conquistare Roma - con il Corriere dello Sport - e ci perdemmo di vista. Qualche breve incontro a Napoli nella suite di Jorge all’hotel Vesuvio e per il suo bene facevo il Grillo Parlante perché lui si era messo a fare il Pinocchio con il Gatto e la Volpe. Quando lo seppe mi tirò in faccia uno scarpino e mi squalificò per dodici Anni. Bomben si preoccupava del dissidio, lui che era diventato il cronista ufficiale del miracoloso argentino. Fra l’altro, in un Guerino dell’80 aveva raccontato la nascita di Diego da evangelista, sant’Oreste: “Dicono che quando sua madre stava per darlo alla luce, trovò una stella per terra. Quella stella sembra abbia marcato il suo destino”. Mancavano solo gli angeli e i Re Magi. I pastori, a Lanùs, non mancavano. Il miracolo successivo, come ho detto, fu la laurea di Tokyo 1979 che lo fece accogliere a Baires come un campione già realizzato. “El Mundo” di Caracas, anticipando tutti, lo elesse Futbolista Del Año En Sudamérica. Studiava con la sua Palla - oggetto della vita - per diventare Futbolista del secolo in tutto il mondo. E ci fece innamorare perché  lui, con la Palla, diventava il migliore. Pelé, Cruijff, Zico, bravissimi ma vuoi mettere la sua trasfigurazione quando cominciava a giocare?».

Cosa le è piaciuto e cosa no dei tanti interventi su Diego, dopo la sua morte?

«Molti gli hanno restituito - troppo tardi - quello che gli avevano tolto da vivo. Non dico dei tifosi, anche nemici, che hanno ammesso il loro innamoramento segreto dopo averlo odiato da vivo perché avversario indomabile. Dico soprattutto di certi intellettuali che se ne sono indegnamente serviti anche per fare politica, e si capisce con chi, visto che Gianni Minà, suo primo cantore televisivo, l’aveva abbinato a Fidel Castro, come dire Che Guevara, anche se tutti sapevano che il “Che” l’aveva eliminato il regime di Fidel. Dico intellettuali, escluso Vittorio Sgarbi che al tempi della coca lo definì Rimbaud, poeta maledetto. Esagerava, ma era rispettoso. Anche adesso, nell’orgia di lacrime, si sono esibiti ignobili frustrati sputasentenze che indossano magliette d’altri colori per far sapere che esistono. E dire che Diego aveva sempre tollerato e perdonato i nemici perché facevano parte della partita».

Odiava solo il Fisco che lo perseguitava.

«A proposito, mi ha fatto sorridere una fake news di queste ore: “Ciao Diego, ci hai lasciato un vuoto enorme - Firmato Agenzia delle Entrate”».

Gli argentini propongono di togliere la maglia numero 10 della Nazionale. Ma è sulle spalle di Messi.

«Detesto questi riti diminutivi che il calcio non merita. Messi c’è già, beato lui, ma perché impedire che il sogno del Diez appartenga anche a tutti i ragazzini del mondo che vogliono diventare Lui come Lui ha detto di sé? Ricordi?  “Se torno a nascere voglio diventare un calciatore come Maradona”».

Cosa avrebbe voluto dire a Diego che non ha potuto dirgli?

«Se permetti, appena ho saputo del suo addio gli ho dedicato non un articolo - gliene avevo appena dedicato uno per i sessant’anni - ma una insolita nota d’agenzia: “Ciao Diego. Se dovessi parlare del calciatore dovrei dire che mi hai preso in contropiede. Non è da te. Ero lì che mi rallegravo per l’operazione alla testa andata bene, dicevo fra me e me finalmente un po’ di fortuna per Diego. E invece no. Sei fuggito. Ho raccontato i tuoi gol più belli, il superbello a Città del Messico, il 22 giugno dell’86, quando hai fregato gli inglesi delle Falkland non con la mano de Diós ma con quell’incontenibile slalom-gol - fors’anche in contropiede - che ancora vien cantato come un inno da Victor Hugo Morales. E tu alla fine, raggiante, cantavi (ero con te, io potevo, a scrivere insieme il pezzo del giorno che ti p gavo alla grande) “Las Malvinas son Argentinas”. Ciao Diego. Se dovessi parlare del calciatore vitaiolo mi farei una bella risata - e tu la tua - dicendoti che Pelé stavolta ti ha fregato. Lui ha fatto gli ottanta l’altro giorno, un po’ decadente, come me, Diego, che ho i suoi anni: ma è lì, impavido, e all’anagrafe di Três Coraçoês cantano “Pelé è meglio ‘e Maradona”. Tu sessanta, subito rovinati dal cervello ferito, dal ricovero, dalla paura che quest’anno di merda ti portasse via. Con te, Diego, ho avuto una fortuna che adesso pago il doppio, perché in realtà del calcio chissenefrega, di Pelé tantomeno, perdio ho perso un amico; peggio, un amico ritrovato. Perché dopo quella storia della droga avevamo rotto: tu mi davi dell’ipocrita perché avrei dovuto rimproverare anche quel mitico industriale del Nord che tirava di coca e io no, io ti dicevo che quello non era un ambasciatore dell’Unicef come te. Chiudemmo ogni rapporto, negli Usa, nel ’94, quando quell’infermiera  ti portò fuori dal campo e tu sparavi al mondo due occhiacci da far paura. E io ti dissi ch’eri Pinocchio imbrogliato dal Gatto e la Volpe. Mi tirasti una scarpa, feci la fine del grillo parlante. Tacqui per 12 anni. Poi una sera, a Monaco di Baviera, alla vigilia di Italia-Germania, un collega di Radiorai mi dice che sei al “Calabrone”, il ristorante del mio albergo. “Vieni a dargli un saluto... Poi una bella intervista...”. “Non ci parliamo da anni...”. “Uno deve cedere... provaci tu...”. Era passata la mezzanotte. Entrai, ti vidi a capotavola, c’era anche Batigol. Mi avevano raggiunto Carlo Verna, Tonino Raffa, Emanuele Dotto, Riccardo Cucchi. Mi fermai sulla porta, pronto a ritirarmi, poi sentii la tua voce, una cantatina sfottente e amica insieme: “Forsa Bolonia”, proprio come il Petisso, ricordi? Ti sei alzato, mi sei venuto incontro con un bel sorriso, ci siamo abbracciati e ci siam messi a piangere come due ubriachi. Ti abbraccio an che oggi, e piango, Diego mio. Ma poi sorrido. Sarai vivo per sempre».

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