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La Juventus dopo Cristiano Ronaldo© Juventus FC via Getty Images

La Juventus dopo Cristiano Ronaldo

La disfatta con il Chelsea non pregiudica il futuro bianconero in Champions League ma fa riflettere su una ricostruzione che non è ancora iniziata...

Stefano Olivari

24 novembre

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La disfatta della Juventus contro un Chelsea con diversi assenti potrebbe avere effetti minimi sul futuro europeo della squadra di Allegri, perché alcune delle seconde dei gironi di Champions League sono forti come le prime e quindi negli ottavi quasi tutto sarà possibile, ma ne avrà di sicuro sull’autostima di un gruppo pieno di giocatori invendibili: per età,  ingaggio e per come è messo oggi il mercato internazionale. Quasi tutti i centrocampisti, volendo semplificare al massimo, tranne Locatelli. Chi lo vorrebbe Rabiot all’ingaggio attuale di Rabiot? Certo questa squadra, che comunque nemmeno due mesi fa il Chelsea con Lukaku lo aveva battuto, non sembra stare insieme da quattro mesi ma da quattro giorni. Ed i discorsi di Allegri sull’importanza del fare risultato rischiano di essere un boomerang, se non ci sono i risultati.

Volendo andare oltre i risultati, appunto, ed il facile capro espiatorio a tutte le latitudini, cioè l’allenatore, è chiaro che la Juventus è costretta a navigare a vista anche dai suoi problemi finanziari (lo scorso ottobre aumento di capitale da 400 milioni di euro…) che poi diventano una zavorra sportiva, visto che nessuno accetta di andare via senza buonuscita da una realtà come quella bianconera. E così il mercato in entrata si è ridotto al rientro di giocatori in prestito (Perin, De Sciglio, Rugani), a Locatelli e Kean che di fatto saranno acquistati fra due anni e a Kajo Jorge, che sarà promettente ma che fra infortuni e altro non si è quasi mai visto. Non esattamente una buona ricostruzione per il dopo Cristiano Ronaldo, che nei tre anni precedenti aveva coperto errori di dirigenti, da Agnelli a Paratici, e compagni e che a quasi 37 anni rimane impossibile da discutere, anche solo dal punto di vista finanziario pensando a quanto guadagna la classe media bianconera.

Inevitabili, in questi casi, i luoghi comuni sulla Premier League dove il ritmo è più alto, si corre e si aggredisce di più, dove tutte le soluzioni tecniche avvengono a velocità maggiore. Sarà vero? Dal punto di vista dello spettatore sì, ma ogni criterio di misurazione, dai chilometri percorsi al numero di sprint per partita, dice che la Premier League è superiore alla Serie A, e non di tanto, soltanto a livello medio e non di club di vertice. Ma al di là di questo, dalla vittoria dell’Inter di Mourinho ad oggi, parliamo quindi di 11 stagioni complete, solo in tre occasioni, due con la Juventus di Allegri (in entrambi i casi poi sconfitta in finale) e una con la dimenticata Roma di Di Francesco, un’italiana è arrivata almeno alle semifinali di Champions League. Fra l’autoflagellazione e il trionfalismo dovrebbe in ogni caso stare l’autocritica. Chiusi nel nostro ghetto in cui siamo convinti di avere i migliori dirigenti del mondo, i migliori allenatori e i migliori arbitri, continuiamo a ridurre tutto ai diritti televisivi che quegli ingenui di asiatici, americani e anche europei continuano a pagare di più alla Premier League che alla Serie A.

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