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Due mesi senza Osimhen© LaPresse

Due mesi senza Osimhen

Il punto sul calcio italiano: Inter-Napoli, Simone Inzaghi, Shevchenko, Immobile, Allegri e tanto altro... 

Stefano Olivari

22 novembre

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Con la tredicesima giornata quasi terminata si può dire senza un grande sforzio di fantasia che la lotta per lo scudetto ha visto il rientro dell’Inter, complici la sconfitta del Milan e Firenze e la partita proprio di San Siro, che la squadra di Simone Inzaghi si è giocata complessivamente meglio anche se con la trasformazione in gol di una delle enormi occasioni di Mertens nel finale adesso si farebbero tutt’altri discorsi. Di sicuro peggio del risultato, che comunque lascia il Napoli in testa alla classifica insieme al Milan, sono l’infortunio di Osimhen dopo lo scontro con Skriniar, che sommato all’irritante Coppa d’Africa significa due mesi senza il nigeriano, e l’ennesima prestazione da separato in casa di Insigne: grande assist a Zielinski, perché la qualità c’è sempre, e poco altro. Rimane incomprensibile il motivo per cui il Napoli non voglia trattenere la sua icona napoletana, una delle poche bandiere nel calcio di oggi.

Primo big match vinto da Simone Inzaghi sulla panchina dell’Inter, con merito e quella fortuna che in altre occasioni aveva girato diversamente. Di certo ha potuto sfruttare il lavoro di Conte, ma nel giudizio va ricordato che in estate l’Inter ha perso i suoi due migliori, Lukaku e Hakimi, i due che spaccavano le partite quando il gioco latitava. Inzaghi è stato bravo a mantenere uno spirito di squadra contiano in una rosa con storie e prospettive molto diverse (si pensio solo a Perisic, il migliore dell'ultimo periodo), ed un equilibrio nel gruppo che a volte va anche contro l’evidenza, come nel suo insistere su Handanovic nonostante lo sloveno alterni parate straordinarie (e quella su Mertens lo è stata) a troppi gol subiti in maniera normale.

Shvechenko inizia male la sua carriera da allenatore di club, ma il Genoa aveva troppe assenze e non poteva andare oltre una onesta partita difensiva contro una Roma che non ha giocato tanto meglio ma è stata salvata da Felix, ennesima intuizione di un Mourinho che ormai viaggia appunto per intuizioni, messaggi motivazionali (e demotivazionali), culto della personalità, ovviamente la sua. Certo la scelta fatta da Shevchenko rimane un mistero, al di là delle facili battute sulla squadra di Berlusconi-bis fra Zangrillo e Tassotti. Così, tanto per stare su ex campioni del Milan, è un mistero la scomparsa dai radar di Gattuso dopo la sua folle estate fra Fiorentina e Tottenham.

I critici di Immobile, in un paese che risolve i problemi in Nazionale a colpi di naturalizzazioni (la nuova operazione potrebbe essere Joao Pedro), avranno forse capito che l’Italia e la Lazio non possono fare a meno dei suoi gol e soprattutto dei suoi scatti che permettono a tutti i compagni di sembrare più forti di quello che sono. Ultimo esempio Lazio-Juventus, con la squadra di Sarri che non è riuscita a fare un tiro in porta, non si dice a segnare. Questo va detto, al di là di guerre di religione che risalgono agli anni Sessanta. 

A proposito, dove può arrivare la Juventus, risalita al sesto posto ma comunque a 11 punti di distanza da Napoli e Milan? Può arrivare ovunque, in un campionato così equilibrato e che non a caso è il torneo degli allenatori come non mai. Per Allegri quindi la sfida più grande della sua carriera ai giochisti, inventandosi qualcosa di partita in partita e ricordando che per ingaggi, e quindi in teoria per valore, la sua rosa è nettamente la migliore d’Italia.

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