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Campioni senza valore: gli svincolati

Campioni senza valore: gli svincolati

Una quarantina d’anni fa, l’abolizione del vincolo sportivo creò una nuova categoria: il calciatore disoccupato, e spesso è un campione

Marco Montanari

18 novembre

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Agli albori degli anni Ottanta, i calciatori italiani conobbero due sentimenti forti e contrapposti: l’ebbrezza della libertà, la paura della disoccupazione. Già, perché fino all’entrata in vigore della Legge 91 il calciatore era “di proprietà” del club che lo aveva tesserato: era il club a decidere (salvo accettazione) il destino di ogni singolo atleta, iscritto a bilancio e “valorizzato” come ogni altro cespite (immobili, mobili, impianti, terreni, macchinari, veicoli…). Una situazione frustrante, che però garantiva al calciatore - anche al più scarso della “rosa” - una sorta di contentino, un “minimo sindacale” che poi molto spesso minimo non era, perché se il club non era riuscito a disfarsi di quel cartellino (i cosiddetti “incedibili”, nel senso che nessuno li voleva), difficilmente avrebbe annunciato al mondo la sua acclarata inutilità: gli avrebbe diminuito lo stipendio, lo avrebbe fatto allenare con la Primavera e poi chissà, magari cambiava allenatore e il nuovo arrivato - pur di avere qualche alternativa - lo avrebbe reintegrato a tutti gli effetti e il calciatore sarebbe tornato a esercitare il suo mestiere la domenica pomeriggio. Non esistevano calciatori disoccupati, prima della Legge 91. Poi, come detto, il cartellino venne sostituito da un contratto a termine, ovviamente molto più sostanzioso e in grado di alimentare una nuova razza che vide la luce proprio in quegli anni, i procuratori. Nascendo vent’anni più tardi, magari gente come Mazzola, Riva o Rivera (tanto per citarne tre fra i più grandi) avrebbe guadagnato cifre da paura, ma avrebbe dovuto rinunciare a quello status di “bandiera” che ancora oggi li fa sventolare sui pennoni più alti di Inter, Cagliari e Milan: i loro procuratori li avrebbero sicuramente spinti verso altri lidi, verso ingaggi sempre più alti, verso commissioni (per loro…) sempre più ricche. Oggi, invece, per i motivi più disparati può capitare di imbattersi in Campioni senza valore (ovvero a parametro zero…).

Paramatti riscoperto da Oriali diventò idolo di Bologna. Nervo in Nazionale. E Galderisi “padovano del secolo”

Nel 1987 le file dei calciatori “disoccupati” cominciarono a ingrossarsi e l’Associazione Calciatori - per volere di Sergio Campana, co-fondatore e presidente dal 1968 al 2011 del sindacato dei pedatori - corse ai ripari, dando vita al “ritiro Aic”: chi non aveva una squadra con la quale allenarsi si aggregava al gruppo per tenersi in forma in attesa di una telefonata che spesso, in effetti, arrivava, perché il “mercato dei disoccupati” continuava anche quando il calciomercato aveva chiuso i battenti (tipo Ribery quest’anno, per capirci) e gli eventuali rinforzi si potevano pescare solo in quell’elenco. Detto fra noi: nei camp dell’assocalciatori o di altre realtà nate qua e là tipo l’Equipe Romagna di Giancarlo Magrini si trovavano soprattutto calciatori di terza o quarta fascia. Rare, e quindi degne di essere raccontate, le storie con un clamoroso lieto fine. Tipo Lorenzo Minotti, scaricato dal Torino a 34 anni e poi capace - dopo essersi rigenerato a Milano Marittima chez Magrini - di regalarsi un’ultima stagione in B, nel Treviso. O Michele Paramatti, terzino cresciuto e vissuto nella Spal ai margini del grande calcio (C1 e C2, un solo fugace assaggio di B), che improvvisamente - a 27 anni - si ritrova disoccupato. Lele Oriali, grande uomo di calcio e in quel momento diesse del Bologna, va a fare una gita in riviera per dare un’occhiata ai Magrini’s boys e l’occhio gli cade proprio su quel terzinaccio che era stato a un passo dall’appendere le scarpe al chiodo. Paramatti accetta con entusiasmo l’ingaggio da parte del club rossoblù e in cinque anni passa dallo status di disoccupato a quello di idolo dei tifosi (“Gioca bene, gioca male, Paramatti in Nazionale” il coro che riecheggiava al Dall’Ara). Non solo: a 32 anni arriva addirittura la chiamata della Juventus, un biennio di gloria (con tanto di scudetto nel 2001-02) prima di chiudere davvero la carriera al Bologna e infine alla Reggiana.

Che non tutto il male venga per nuocere lo ha sancito tempo fa la saggezza popolare, però mettetevi nei panni di un ventitreenne che si è messo in testa di fare il calciatore, sgomita in Serie C per trovare il suo posto al sole e improvvisamente si trova disoccupato perché il suo club, il Mantova, ha commesso irregolarità di gestione e viene spinto verso il fallimento... L’allora ventitreenne in questione è Carlo Nervo, che visse la precarietà sulla propria pelle né più né meno di un ragazzo del call center dei giorni nostri. Ti svegli una mattina e la tua maglia biancorossa non vale nemmeno la pena di metterla in lavatrice: è roba da buttare. Poi ti svegli un’altra mattina e ricevi una telefonata: dall’altra parte c’è - ancora tu? - Lele Oriali, che evidentemente frequenta il mercatino delle pulci mentre tutti si affannano al Mercatone dei Miliardari… Oriali sa quanto vale Nervo, deve ricostruire il Bologna affondato sino alla Serie C e il matrimonio si celebra in fretta. Quel ragazzino ventitreenne, nel giro di undici stagioni ottiene due promozioni e diventa a sua volta un idolo dei tifosi rossoblù, oltre ad aggiudicarsi una Coppa Intertoto e a collezionare 6 presenze in Nazionale. Come se non bastassero le soddisfazioni sul campo, Carlo è poi diventato un imprenditore di successo dopo essersi concesso una parentesi… politica. Accadde nel 2009: appena chiusa la carriera agonistica, Nervo passò con disinvoltura dalla fascia destra del campo a quella tricolore da sindaco di Solagna (VI), paesino con meno di duemila abitanti. Eletto grazie alla lista Forza Solagna, formata dalla Lega Nord/Liga Veneta e dal Popolo della Libertà, rimase in carica sino alla scadenza naturale del 25 maggio 2014. Non male, per uno che doveva fallire a 23 anni…

Galderisi, il calciatore biancoscudato del Secolo

C’è poi chi non si aggregò né all’Aic né ad altri gruppi e decise di aspettare la fatidica telefonata tenendosi in forma sui campi... dietro casa. Sì, campi più o meno coltivati, non certo di calcio, e la casa non era neppure la sua, ma quella della sua futura ex moglie. Beppe Galderisi aveva 26 anni e un curriculum mica da ridere: tre scudetti (due nella Juve, da giovanissimo ma determinante rincalzo, e quello storico con il Verona), una Coppa Italia (Juve) e un Mondiale disputato da titolare, preferito a un monumento azzurro come Paolo Rossi. Nanù, nell’estate dell‘86, era stato ingaggiato dal nuovo Milan di Silvio Berlusconi al posto del recalcitrante Luca Vialli, era atterrato all’Arena di Milano assieme agli altri il giorno della presentazione, ma poi le cose non erano andate per il verso giusto, tanto che il Diavolo lo aveva parcheggiato un anno alla Lazio e un anno al Verona. Terminato il “viaggio della speranza”, Nanù rientrò a Milanello, dove nel frattempo stava nascendo la squadra degli Invincibili e per lui non c’era più posto. In tre anni, dal Mondiale in Messico agli allenamenti solitari nella campagna cremonese: ce n’era abbastanza per lasciarsi andare alla depressione, ne converrete. Però Beppe ha sempre avuto una potente carica positiva, quindi non si lasciò abbattere dal momentaccio e moltiplicò gli sforzi fino a quando Pierone Aggradi, direttore sportivo del Padova, gli telefonò proponendogli l’ingaggio. In tre anni, dal Mondiale in Messico alla Serie B con obiettivo promozione: suona molto meglio, ne converrete. Galderisi, cresciuto nelle giovanili juventine, non aveva mai giocato in cadetteria, ma divenne subito un leader di quella formazione che seppe ritrovare il Paradiso perduto dai tempi di Rocco o giù di lì. Non solo: nel 1996 andò a chiudere la carriera negli Stati Uniti, lasciando comunque un ricordo indelebile nella Città del Santo, tanto che i tifosi nel 2010 lo hanno eletto “Calciatore biancoscudato del Secolo”.

Donnarumma, Pogba e Ribery: il mercato degli svincolati 40 anni dopo la legge...

E oggi, quarant’anni dopo la Legge 91, come vanno le cose? Nel mondo reale, il “posto fisso” è considerato alla stregua della pace nel mondo, irraggiungibile; nel mondo del calcio, dove circolano più soldi che scrupoli, esistono addirittura i disoccupati volontari. Che non sono i cosiddetti “furbetti del reddito di cittadinanza”, ma calciatori che - su consiglio del procuratore a caccia di nuove percentuali da incassare - rifiutano ogni tentativo di rinnovo per andare a incassare (e far incassare al procuratore di cui sopra) ancora di più altrove. Per capirci: non è che il PSG abbia fatto il colpo della vita ingaggiando a parametro zero il portiere Campione d’Europa; ha semplicemente unto le ruote giuste e oggi Donnarumma si esibisce al Parco dei Principi invece che al Meazza. Più o meno quello che capitò nel 2012, quando la Juve strappò Pogba al Manchester United senza versare una sterlina al club. Sir Alex Ferguson vi farebbe notare che in entrambi i casi il procuratore è Mino Raiola, ma noi non diamo peso a queste cose e arriviamo a chi il colpaccio l’ha fatto davvero, a prescindere da come si concluderà la stagione. Se un amico vi avesse detto un paio d’anni fa di aver visto Ribery passeggiare a Vietri sul Mare, avreste pensato che il campione francese aveva scelto un bel posto per le vacanze estive. Ma se quell’amico avesse aggiunto che qualche ora prima lo aveva visto giocare allo stadio Arechi con la maglia della Salernitana, beh, l’avreste preso per pazzo. Invece è tutto vero. Il caro Franck, 38 anni compiuti lo scorso 7 aprile, per la seconda volta in carriera si è trovato disoccupato dopo aver ricevuto promesse di amore eterno. Capitò nel 2019, quando il Bayern lo ritenne ormai usurato e lo abbandonò al suo destino, che si tinse immediatamente di viola. L’estate scorsa è stata la Fiorentina a ringraziarlo per quanto fatto negli ultimi due anni e a metterlo alla porta. Ribery ha vinto tutto, in carriera, dai titoli nazionali a Champions League, Supercoppa Europea e Mondiale per Club, ma soprattutto sente di poter dispensare ancora qualche magia indossando la “sua” numero 7. Lo hanno corteggiato in tanti, lo ha convinto la Salernitana, forse la squadra meno blasonata del lotto. Non è stata una questione di soldi, come ha spiegato lui stesso: il club campano lo ha fatto sentire a casa, al centro di un progetto che Dio solo sa come andrà a finire. Perché nel calcio, come nella vita, gli stimoli possono valere più del denaro (che comunque c’è), per fortuna.

Inzaghi ha rinnovato la sua fiducia a Palacio anche a Brescia. Buffon e la B da rivincere dopo 15 anni

Una situazione simile a quella di Ribery l’ha vissuta pure Rodrigo Palacio: era l’estate del 2017 quando l’Inter lo mise alla porta non rinnovandogli il contratto. Riccardo Bigon, direttore sportivo del Bologna, colse al volo l’occasione e lo portò in dote a Roberto Donadoni, all’epoca tecnico rossoblù. Poi Donadoni a fine stagione se ne andò e venne sostituito da Pippo Inzaghi, che confermò la fiducia al Trenza, fiducia che non è mai mancata neppure da parte di Sinisa Mihajlovic, che rilevò Inzaghi e ancora oggi guida i felsinei. In quattro anni, Palacio è diventato un punto di riferimento per i compagni e per i tifosi, che ne hanno sempre apprezzato le doti tecniche al pari delle qualità umane. Pareva una storia d’amore infinita, ma l’estate scorsa il club - nel tentativo di effettuare un salto di qualità - ha preso altre strade, non rinnovandogli il contratto. In fin dei conti, a 39 anni un calciatore potrebbe anche appendere le scarpe al chiodo e pensare ad altro, ma Rodrigo sapeva di poter essere ancora utile e si è rimesso in gioco. Neanche il tempo di... sentirsi disoccupato e dal suo recente passato è saltato fuori Pippo Inzaghi, nel frattempo approdato al Brescia: non un matrimonio d’interesse, ma l’abbraccio fra due vecchi compagni d’armi. C’è ancora tempo, per pensare al dopo-calcio...

Il giorno dopo l’addio di Palacio, Bologna registrò pure quello di Danilo Larangeira. A differenza del Trenza, il difensore brasiliano sperava di ottenere un altro anno di contratto, come confidò a Claudio Beneforti del Corriere dello Sport-Stadio: «Volevo restare, potevo dare un mano. Ho aspettato fino all’ultima partita, ma nessuno mi ha chiamato. Non so che cosa passa per la loro testa, magari Sinisa va via o magari vuole fare un altro tipo di calcio (la seconda che hai detto, ndr). Ha sempre chiesto un attaccante e un difensore, ora servono una punta e due difensori. Ma non voglio creare polemiche». Nessuna polemica, solo - conoscendo il carattere dell’uomo di São Bernardo do Campo - un po’ di sana incazzatura, carburante ideale per iniziare al meglio la sua avventura al Parma, ultima (al momento...) destinazione della sua carriera. «Sono qui, in un club importante, che ha fatto la storia, l’ho scelto per questo. Poter giocare con Buffon è un privilegio. Io sono chiamato a portare l’esempio di allenarmi al massimo, quando arriva il momento difficile tocca a noi “vecchi” dare una mano, mantenere la calma e riportare il Parma in Serie A». Nessun dubbio: la vita ricomincia a 37 anni...

Gigi Buffon torna a Parma vent'anni dopo

La letteratura gialla ci insegna che spesso l’assassino torna sul luogo del delitto, mentre quella sportiva ci dice che un campione può sentire il desiderio di tornare là dove tutto è iniziato. È il caso di Gigi Buffon, tornato al Parma da... disoccupato vent’anni dopo. Nel 2001, la Juve dovette versare al club gialloblù un centinaio di miliardi di lire (una cinquantina di milioni di euro abbondante); per fargli indossare la sua maglia, mentre il Parma ha dovuto solo concordare con Gigi l’entità dell’ingaggio: la... plusvalenza è evidente. Nel frattempo, in questi vent’anni, Buffon ha irrobustito il suo curriculum: dieci scudetti (Juventus 2001-02, 2002-03, 2011-12, 2012-13, 2013-14, 2014-15, 2015-16, 2016-17, 2017-18, 2019-20), sei Coppe Italia (Parma 1998-99, Juventus 2014- 15, 2015-16, 2016-17, 2017-18, 2020-21), sette Supercoppe Italiane (Parma 1999, Juventus 2002, 2003, 2012, 2013, 2015, 2020), un campionato francese (Paris Saint-Germain 2018-19), una Supercoppa Francese (Paris Saint-Germain 2018), una Coppa Uefa (Parma 1998-99), un Mondiale (2006) e un Europeo Under 21 (1996). Ah, per la cronaca ha vinto pure un campionato di Serie B da Campione del Mondo con la Juve (2006-07), e questo interessa soprattutto i suoi nuovi tifosi, che vorrebbero il bis al termine di questa stagione. Gigi Buffon, un altro Campione senza valore che arricchisce il nostro calcio.

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