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Il Milan di Berlusconi© LAPRESSE

Il Milan di Berlusconi

Gli ottantacinque anni di un personaggio importante nella storia del calcio italiano, che nel 1986 cambiò la mentalità non soltanto del club rossonero...

Stefano Olivari

29 settembre

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Gli ottantacinque anni di Silvio Berlusconi possono essere raccontati anche in chiave calcistica, visti i 31 trascorsi alla presidenza del Milan con cinque Champions League vinte e tanto altro, fra campioni assoluti portati in Italia e un cambio di mentalità imposto anche alla concorrenza. Per questo, al di là dell’attualità del Monza, è interessante ricordare come tutto iniziò e con quanto scetticismo fu accolto l’arrivo nel calcio di quello che nel 1986 era già da tanti anni un imprenditore di successo nell’edilizia e nella televisione. Imbarazzante il confronto con l’entusiasmo che oggi circonda lo sbarco di illustri sconosciuti, che nemmeno fingono di essere tifosi della squadra che comprano…

Berlusconi inizia ad interessarsi al Milan dall’estate 1985, ma è da anni che vuole entrare nel calcio e i tentativi, peraltro timidi, fatti con l’Inter di Fraizzoli lo testimoniano: la leggenda, davvero metropolitana, del Berlusconi interista nasce qui, ma lui viene da una famiglia milanista ed in ogni caso Fraizzoli nel 1984 ha venduto l’Inter ad Ernesto Pellegrini, che fra l'altro con Berlusconi avrà sempre un eccellente rapporto personale. Il Milan è all’epoca di proprietà di Giussy Farina, il creatore ma anche il distruttore del leggendario Vicenza di Paolo Rossi, e si trova nel mirino del Palazzo, con indagini ed avvertimenti per questioni di bilancio. Berlusconi e tanti altri provano ad infilarsi in questa situazione ma Farina risponde a tutti che cerca soltanto un socio di minoranza. Non è vero, perché è già entrato nell'ordine di idee di vendere prima che la situazione precipiti o che qualcuno dei tanti finanziatori voglia rientrare del prestito.

Bisogna ricordare che vicepresidente del club è Gianni Rivera, scettico sui programmi di Farina e conoscente di Berlusconi, anche se certo non suo amico (e la storia lo dimostrerà). In questa fase delle trattative il giocatore più forte nella storia del Milan non è contrario all’arrivo del padrone della Fininvest, anzi lo vede come l'unica possibilità realistica di dare stabilità al Milan. Si va avanti per qualche settimana con indiscrezioni giornalistiche pilotate, fino al colpo di scena di metà dicembre 1985, quando Farina annuncia le sue dimissioni ma non il nome del futuro proprietario del Milan. Anche perché al momento l’unica certezza è l’esposizione bancaria, 10 miliardi di lire, tanti ma niente di drammatico (come ricorderà Farina, basterebbe vendere un paio di giocatori), ed il fatto che tanti finanziatori, su tutti Gianni Nardi, non hanno più fiducia in Farina.

Non ci vuole un indovino per prevedere, già in questa fase, che il Milan finirà a Berlusconi. Il punto è che Farina, contestato dai tifosi e da Rivera, è sì intenzionato ad andarsene, ma vuole che questo accada alle sue condizioni: 25 miliardi di lire trattabili, per chiudere a 20. Palesi le volontà di vendere e comprare, a questo punto inizia la vera partita, quella finanziaria. Poco prima di Natale esce allo scoperto Berlusconi, che dice di sognare un Milan al livello della Juventus. Cosa che fa storcere il naso a qualche tifoso, ma che comunque indica la volontà di spendere soldi subito, senza vivacchiare come è stato per il Milan di Farina. Prima di Capodanno altro colpo di scena: Nardi, creditore nei confronti di Farina per 8 miliardi di lire, ottiene dal tribunale di Milano il sequestro delle azioni del presidente. L’arbitro della partita diventa quindi questo industriale, tifosissimo del Milan, che per qualche giorno davvero accarezza l’idea di mettersi contro media e maggioranza dei tifosi, che spingono per Berlusconi. Il quale pensa, a ragione, di poter convincere Farina con una quindicina di miliardi, ma adesso deve gestire la grana Nardi.

L’assemblea deglli azionisti, l’8 gennaio, partorisce una soluzione provvisoria: Farina non può vendere azioni sequestrate, Berlusconi non può comprarle, così presidente diventa il consigliere Rosario Lo Verde, entrato in società ai tempi di Colombo. Intanto fa notizia che a metà gennaio non siano stati ancora pagati gli stipendi di dicembre, e che ci siano ancora versamenti IRPEF da effettuare. Davvero altri tempi… Comunque pressato da ogni parte, Farina rinuncia alla sua richiesta iniziale di 25 miliardi e la sera del 18 gennaio dice sì all’offerta della Fininvest firnmando una lettera di intenti che dà il via ad una operazione complicata (in pratuca le azioni dovrebbero passare ai consiglieri, che poi in un secondo momento le gireranno a Berlusconi) ma che avrebbe come risultato il Milan nella mani di Berlusconi.

Tutto a posto? No, perché da qui alla formalizzazione del passaggio delle azioni Farina proverà a vendere il Milan ad una società monegasca controllata da Calisto Tanzi, al petroliere Dino Armani, al tandem Nardi-Rivera, ad altre cordate durate poche ore. E si andrebbe avanti così all’infinito se nella vicenda non intervenissero pesantemente il presidente federale Sordillo, fra l’altro ex presidente del Milan, ed il Tribunale di Milano. Il risultato è, dopo la rinuncia di Nardi a gran parte dei suoi crediti, che il 10 febbraio Silvio Berlusconi diventa proprietario del Milan pagando per la maggioranza azionaria circa 6 miliardi di lire. Abbiamo sintetizzato una vicenda davvero complessa e con molti attori, che meriterebbe un libro (magari è già stato scritto, ma non l’abbiamo letto), certo è che anche per partite non calcistiche il Berlusconi ottantacinquenne pensa di essere come quel Berlusconi cinquantenne. Ed in un certo senso è davvero così.

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